6 Maggio 2011 7 commenti

Telefilm per ridere di Diego Castelli

Ecco perché alle serie comedy bisognerebbe fare un monumento

Ieri guardavo un po’ di sitcom in arretrato, e la cruda verità mi ha colpito con violenza.
Io non so se siete d’accordo, ma credo fermamente che scrivere una comedy sia molto, molto più difficile di un drama, di un medical o di un crime.

Provate a pensare a uno sceneggiatore: un tizio seduto al suo computer, che deve tirare fuori da una schermata bianca una lista di parole che abbiano un senso, che possano essere tradotte in immagini in movimento, e che riescano a “intrattenere”.



Ebbene, io credo che per scrivere una scena di inseguimento in un poliziesco, che magari prende tre, quattro minuti di puntata, non ci voglia un genio assoluto: Poliziotto A insegue Criminale Pinco Pallo per le vie della città, rischiando di non prenderlo. Il lavoro vero, in questo caso, è quello del regista, del montatore, del musicista. E non è che coi medical sia tanto più difficile, visto che è tutto un passami il bisturi, “ECG e RX torace”, clampa e via dicendo. Con i drama, poi, si va abbastanza sul sicuro: si tira insieme un gruppo di personaggi e li si mischia più volte, nel senso sessuale del termine.

Intendiamoci, sto esagerando. Non è certo “semplice” scrivere una sceneggiatura! E qualunque serialminder sa bene che possono passare enormi differenze tra una buona sceneggiatura drammatica (un nome a caso, Sons of Anarchy), e una zozzeria probabilmente ideata dall’amante del produttore (altro nome a caso, Chaos). Eppure, se penso che l’autore di una comedy deve piazzare almeno nove o dieci battute realmente divertenti nello spazio in cui lo sceneggiatore di crime ha scritto “Grissom allinea provette e fa gli occhi dolci a Sara Sidle”, mi pare di cogliere una certa gerarchia della complessità.

La cosa bella è che ci sono un sacco di modi diversi di far ridere. Una buona serie comedy, oggi come oggi, deve essere in grado di trovare un modo “diverso” di divertire, una qualche chiave che le permetta di essere immediatamente riconoscibile, pur rimanendo necessariamente legata ad alcune regole di genere imprescindibili, come ad esempio la creazione di personaggi estremamente caratterizzati, al limite della macchietta.

Il panorama attuale, dal punto di vista della varietà di approcci, è vastissimo.

Se prendete The Big Bang Theory, è facile notare come la grande novità non stia nelle strutture e nei ritmi della conversazione, quanto nel contenuto dei dialoghi stessi. TBBT ha reso centrale una figura, quella del nerd, che nelle serie tv aveva sempre rappresentato al massimo una spalla. I vari Sheldon, Leonard, Raj e Howard possono quindi attingere a una riserva relativamente inesplorata di battute, giochi di parole, costumi di scena e strane abitudini che non erano mai stati raccontati con questa dovizia di particolari. Evviva dunque i jokes sui supereroi, sui giochi di ruolo, sulla scienza, sulla sfigaggine cronaca dei nostri protagonisti.

Mike & Molly, per rimanere su una serie assai recente che nasce comunque dalla prolifica mente di Chuck Lorre, gioca le sue carte su un piano diverso. A dispetto della stazza dei protagonisti, che è il motore scatenante dello show, non sono tanto le battute sulla ciccia a fare ridere, bensì il ritmo. Attualmente, Mike & Molly è una delle sitcom più rapide che ci siano: valanghe di stronzate sputacchiate a destra e a manca da attori molto in gamba, che riescono a reggere battute anche assai lunghe (penso soprattutto al personaggio di Carl) senza per questo risultare troppo finti.

Se ci spostiamo su How I Met Your Mother, troviamo ancora un’altra strategia. Al di là delle fenomenali trovate di Barney, che comunque rientrano in un canone abbastanza tradizionale fatto di gag a sfondo sessuale e ottimi tormentoni, la differenza vera la fa la gestione della narrazione. La genialata di HIMYM è il fatto di essere tutta in flash back. La cosa di per sé è banale, ma si scopre quasi subito che questa modalità di racconto lascia agli autori il margine necessario per invenzioni di grande originalità: prima di essere un giovane architetto in attesa di trovare l’anima gemella, Ted è il nostro narratore, e come tale ha un potere assoluto su ciò che vediamo e su come lo vediamo. Ecco allora i salti temporali che ci permettono di cogliere spezzoni volutamente parziali della storia, oppure le vere e proprie modifiche che Ted apporta al racconto, perché vuole censurare una brutta parola, o perché semplicemente ci mostra ciò che “ricorda”, invece di ciò che “era”. Ricordate quando non rammentava il nome di una tizia, che nel racconto effettivo finiva con l’essere chiamata Blabla? E che dire di quando vedeva(mo) come un vecchio decrepito il nuovo fidanzato di Robin, solo perché era un po’ più anziano del resto del gruppo? Tutte tecniche che non avrebbero nessun senso, e non farebbero ridere nessuno, se non ci fosse alla base il semplice fatto che HIMYM è un’illustrazione di eventi già passati.

Ma non è mica finita. Prendiamo Community, che è un CAPOLAVORO. Così, giusto per essere chiari. Community funziona in modo ancora diverso, interpretando il ruolo di metaserie definitiva. Il 70-80% del potenziale comico di Community risiede nell’essere parodia di altre serie e film. Il personaggio di Abed è il principale simbolo di questa strategia, con i suoi espliciti riferimenti alla cultura pop e alla televisione in particolare, ma è tutta la struttura che è pensata per fagocitare, ruminare e riproporre in chiave magistralmente (e spesso sottilmente) comica le mille varianti della scrittura televisiva. Se non sei un avido consumatore di film e telefilm, Community non ti interessa.

In qualche modo parente dovrebbe essere 30 Rock, altro show che più metatestuale non si può. Con la grande differenza che Tina Fey, per far ridere, va molto più nel concreto della vita a stelle e strisce: la sua serie è un grande calderone dove finiscono politica, showbusiness, economia, desideri e nevrosi tipicamente americani. Da questo punto di vista, è molto più cattiva di Community, e non ha paura di sporcarsi le mani con la vera spazzatura dell’american way of life.

In questa panoramica, vanno obbligatoriamente citate le comedy di Greg Garcia, creatore di Raising Hope (e prima di My Name Is Earl). Con un approccio per certi versi simile a quello usato da Lorre per The Big Bang Theory (pur essendo quest’ultima un prodotto assai diverso), Garcia individua e ci descrive una nicchia, un angolo di mondo pieno di stranezze. Tipicamente, i suoi sono personaggi di provincia, poveri, ignoranti come capre, maestri nell’arte del tirare a campare, ma in fondo felici di sguazzare nella loro pozza di genuina mediocrità.

Quasi impossibile, in ultimo, non fare un piccolissimo passo indietro e citare una cosa come Scrubs, che si fece inizialmente conoscere come parodia dei medical, ma che presto mostrò la sua vera natura surreale, in cui quasi niente era proibito, se passava dalla mente di J.D.: la vera peculiarità, al di là dei pur splendidi personaggi e dei molti livelli di lettura e “impegno”, erano i voli mentali del protagonista, che per dieci stagioni ci ha mostrato i lati più reconditi del suo inconscio, pieni di meravigliose assurdità.

Ah no, ecco cosa mi mancava: le serie animate. Meriterebbero un post a parte, e forse lo faremo, ma quello che qui ci importa è che ognuna di esse ha trovato modalità proprie per far ridere. Family Guy, tanto per citare l’esempio a me più caro, è stato tacciato per molto tempo di essere un clone de I Simpson, quando in realtà, dal punto di vista della costruzione comica, se ne allontana spesso e volentieri. Peter Griffin e soci, tra le tante cose, hanno introdotto una coraggiosa gestione del tempo del racconto, giocando col pericolo della ripetitività: ecco allora Peter che si contorce per un numero smodato di secondi dopo essersi fatto male alla gamba, o Stewie che chiama ossessivamente la madre in attesa di una risposta che di fatto non gli serve. Ai tempi era sperimentazione vera, uno schiaffo per lo spettatore, che però non l’ha più potuta dimenticare.

Quale che sia il vostro genere di comicità preferito, e malgrado siano in molti a ritenere che la commedia sia la cugina povera dei racconti “seri”, io qui voglio riaffermare la mia stima per quelli che riescono a inventare ogni settimana una mole di gag e battute che io forse non riuscirei a scrivere in sei mesi, con un livello di creatività che gli altri generi spesso si sognano, appiattiti come sono su “facciamo una serie come House“, o “scriviamo il nuovo Grey’s Anatomy“.

In fondo, a creare un medico e fargli fare il dottore sono capaci tutti.

 

PS Il Villa mi aveva messo in guardia sul fatto che questo argomento, più che un post, avrebbe avuto bisogno di una tesi di laurea. Ma voi siente persone sensibili e non mi insulterete solo perché ho voluto condividere con voi un po’ di pensieri in libertà, vero?

:-)



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