21 Febbraio 2012 13 commenti

Awake – La serie più coraggiosa dell’anno di Diego Castelli

Anzi no, temeraria!

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Sei in macchina. Con tua moglie e tuo figlio.
Rimani coinvolto in un incidente.
Grave.
Tuo figlio muore. Vai al suo funerale. Cerchi di tirare avanti.
Poi vai a dormire, ti svegli la mattina, e tu figlio è lì, vivo.
A essere morta è tua moglie.
Per te è tutto normale.
La sera vai a letto, e il giorno dopo è di nuovo tuo figlio a essere sepolto.
E per quanto ti sforzi, in nessun modo riesci a capire quale sia il sogno e quale la realtà.
Ammesso che una delle due sia la realtà.
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Questa è Awake, una delle ultime novità della stagione, e senza dubbio tra i progetti più innovativi di quest’anno. Siamo ancora una volta su NBC, che sotto la guida di Robert Greenblatt sta proponendo molti prodotti coraggiosi, più intellettuali e impegnati rispetto alla media delle altre tv generaliste. Prodotti che non starebbero male su una pay tv come HBO o Showtime, la rete che proprio Greenblatt ha portato al successo. L’esperimento per ora ha pagato a fasi alterne, con alcuni ottimi risultati d’ascolto (tipo Smash) e altrettanti tonfi (leggasi Playboy Club).
Awake è ancora una volta un azzardo, forse il più evidente e coraggioso. Vediamo perché.

Gesù, questo “vediamo perché” sembra uscito dalle fauci di Piero Angela…

Vabbe’, stringiamo.
Awake, creata dal papà di Lone Star, Kyle Killen (non che sia un vanto…), racconta le vicende di Michael Britten (Jason Isaacs), detective che dopo un incidente d’auto perde la moglie o il figlio.

No, non ho sbagliato a scrivere. La moglie “o” il figlio. Perché dopo l’incidente, la vita di Michael si sdoppia. Ogni volta che va a letto si sveglia in una realtà diversa da quella della sera prima. In una realtà la moglie è morta e il figlio è salvo. Nell’altra, al contrario, è il ragazzo a esserci rimasto, mentre la moglie sopravvive.

Fin qui la faccenda è abbastanza strana, ma non disarmante. Di universi alternativi e “sliding doors” ce ne sono ormai a bizzeffe, e ogni week end ci gustiamo la nostra dose settimanale di Fringe.
La differenza fondamentale – in una serie che non è né un racconto di fantascienza né una commedia con Gwyneth Paltrow – la fa il punto di vista di Michael. Il protagonista non è in grado di capire quale sia la realtà vera e quale l’illusione. E nemmeno noi, se è per questo.

Già la cosa si fa più interessante. Ma non è finita.
Questo impianto di base, di per sé abbastanza particolare, poteva essere trattato in molti modi diversi. La scelta più classica e tradizionale (sempre che con un concept del genere si possa parlare di “classico e tradizionale”) sarebbe stata quella di tenere segreto tutto, costringendo Michael a una ricerca solitaria della verità, ogni volta in bilico tra ragione e follia, nel tentativo di non far conoscere a nessuno la propria condizione.
Invece, e questo è forse il più grosso colpo di genio, Michael non fa alcun mistero del suo problema, che anzi racconta con dovizia di particolari a due diversi psichiatri, uno per universo, che cercano di aiutarlo a venire a capo della spinosa questione. La cosa bella, anzi no, la cosa che manda fuori di testa, è che entrambi i medici paiono persone affidabili e razionali, che cercano con ogni possibile mezzo logico di convincere Michael che quella in cui loro parlano è la realtà “ufficiale”.

Bene, 2023 battute di trama, il Villa come minimo mi toglie il saluto.
Ma era importante raccontare nel dettaglio la situazione iniziale, per comprenderne le implicazioni.

Da una parte abbiamo le molteplici ramificazioni dell’effetto farfalla, come già anticipato dal Palla tempo fa. Ecco quindi che in una realtà Michael deve gestire la perdita di un figlio, consolando la moglie e ragionando sulla possibilità di diventare padre un’altra volta. Dall’altra parte, invece, il figlio c’è, mentre la madre è andata, cosa che costringe Michael a interrogarsi sul proprio ruolo nei confronti del ragazzo, sulle proprie mancanze e i proprio margini di miglioramente come genitore.

Una componente drammatica gestita con grande cura, molto coinvolgente nonostante l’inevitabile straniamento.
Ma il vero interesse, almeno a parere del sottoscritto, sta proprio nel mistero dello sdoppiamento, nel seguire le continue battaglie a distanza dei due psichiatri, che cercano di tirare acqua al proprio mulino ontologico, attaccandosi a ogni indizio per confermare che la loro è la vera realtà, mentre l’altro dottore è solo un prodotto della mente danneggiata di Michael.

E manca ancora un pezzo fondamentale del puzzle.
Perché Awake ha anche i casi polizieschi. Giuro!
Ci sono ben due casi di puntata che Michael affronta in modo indipendente, ma che finiscono con l’essere il ponte tra i due universi:  perché sono proprio alcuni dettagli bizzarramente ricorrenti nei due mondi, che permettono a Michael di risolvere i casi, al prezzo però di incasinare ancora di più la sua percezione.

E proprio la percezione è uno dei temi fondamentali, come una sorta di Matrix fattosi drama invece che girandola di arti marziali. Come faccio a stabilire cosa è vero e cosa non lo è? Mi baso sui sensi? Ma i sensi non sono semplice interpretazione di stimoli esterni? E se la mia interpretazione degli stimoli è completamente errata? Come faccio ad accorgermene?
Per la percezione di noi spettatori, almeno, hanno usato un aiutino: le due realtà hanno una fotografia leggermente diversa, come suggerisce l’immagine di copertina. Un piccolo favore per destreggiarci meglio, altrimenti si perdeva troppo il filo.

Avete ormai capito che la sfida, per gli sceneggiatori, è bella tosta. Bisogna creare singoli casi che si intreccino tra loro, portando al contempo avanti una trama orizzontale che minuto dopo minuto confermi la verità ora di questo, ora di quell’universo, lasciando il protagonista (e noi con lui) in un perenne stato di indecidibile tensione conoscitiva, esperienziale, filosofica, emotiva. Fino a una considerazione finale (che non spoilero) che la dice lunga su come questa serie possa ragionare in modo incredibilmente profondo sulla condizione umana, sui nostri desideri e sul prezzo che siamo disposti a pagare per vederli realizzati.

Insomma, Awake è bello. Strano, disorientante, sottilmente inquietante, originale quanto basta.
Ed è qui che arrivano i potenziali problemi. Al di là della difficoltà di tenere così alto il livello, tra storie che si intrecciano e calibrazione al millimetro degli indizi (già mi figuro i fan in rete pronti a sbranare gli autori qualora ci fosse fuori posto anche solo una macchia di umido sul muro), mi chiedo quanto riuscirà ad attecchire su una rete come NBC.
Perché Smash è alto e ambizioso, ma è comunque tutto canti, balli, lustrini e American Idol. Awake invece è angoscioso, complicato, spesso lento, tutto basato sulla psicologia del protagonista. Cattura proprio per la potenza del mistero e del meccanismo narrativo, ma potrebbe anche annoiare a morte chi dalla tv generalista cerca meno pensieri e un divertimento più spiccio.

Speriamo, da qui a due mesi, di non dover sospirare un amaro “se fosse nato su AMC sarebbe durato sei anni”.

Perché seguirla: E’ originale e potente, e se avrete la pazienza di seguirlo nei dettagli vi tirerà piacevolmente scemi dopo un quarto d’ora.

Perché mollarla: E’ complessa e difficile, e necessita di grande attenzione per essere apprezzata al meglio. Ma soprattutto, qualcuno potrebbe avere voglia di aspettare due-tre dati di ascolto, prima di appassionarsi a un telefilm che magari chiude tra un mese…

 

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