Monster: The Ed Gein Story – Meglio di quanto dicono di Diego Castelli
La terza stagione di Monster racconta qualcosa di più, o di diverso, della semplice vicenda di un “serial killer”
SPOILER SU TUTTA LA STAGIONE
La cosa è stata piuttosto buffa. Negli ultimi dieci giorni sono stato al mare, e le uniche serie che ho visto sono state la seconda stagione di English Teacher e la terza di Monster, dedicata a Ed Gein.
Guardavo gli episodi nei momenti più random, fra cui la colazione al buffet del resort. Mi sono quindi trovato nella condizione di avere il cellulare appoggiato a un bicchiere, e di seguire la storia di un tizio che fa sesso coi cadaveri mentre intorno a me si muovevano famiglie con bambini, con i piatti pieni di ciambelline, brioche e uova strapazzate.
Qualche volta ho proprio sentito il bisogno di stoppare per assicurarmi che nessuno stesse guardando nella mia direzione.
In tutto questo, ho visto la terza stagione di una serie antologica che, dopo due annate patrocinate da Ryan Murphy, è passata alla penna di Ian Brennan (che con Murphy aveva già creato Glee e Hollywood, giusto per dirne due).
La critica è stata tutt’altro che gentile con The Ed Gein Story, denunciando, fra le altre cose, le invenzioni rispetto alla vera storia di Ed Gein e la sovrabbondanza di sottostorie che distrarrebbero dalla linea principale.
Io però non sono mica tanto d’accordo, e ora vi spiego perché.

Dopo la vicenda di Dahmer e quella dei fratelli Menendez, Monster si concentra su un personaggio a suo modo mitico, un uomo (interpretato dall’ex Sons of Anarchy Charlie Hunnam) che non solo uccise alcune persone, ma si produsse in atti in qualche modo sacrileghi come il dissotterramento di cadaveri e l’uso di pelle umana per la costruzione di oggetti, maschere e “costumi” con i quali giocare a essere qualcun altro, il tutto partendo da un rapporto completamente disfunzionale con la madre, una fanatica religiosa interpretata da Laurie Metcalf (famosa da tempo immemore per Roseanne ma di recente conosciuta anche come madre di Sheldon in The Big Bang Theory).
Una storia, quella di Ed Gein, che ha influenzato profondamente la cultura popolare americana, diventando oggetto di interesse morboso e vere e proprie ossessioni, capace di ispirare l’opera di persone diversissime, da artisti sulla cresta dell’onda (come Alfred Hitchcock, il cui Psycho è pesantemente ispirato dalla vicenda di Gein), a serial killer mentalmente instabili che in Gein vedevano una specie di mentore.

Ecco, bisogna subito fermarsi e capirsi su una questione importante. Di cosa parla la terza stagione di Monster? Può sembrare una domanda sciocca, visto che siamo alla terza stagione di una serie che parla di assassini, e il nome dell’assassino sta nel titolo della serie.
E invece sciocca non è, perché la risposta a quella domanda può cambiare anche radicalmente la percezione che abbiamo sulla storia che ci viene raccontata.
Non credo di sbagliare dicendo che questo nuovo capitolo di Monster non racconta la storia di Ed Gein, o non solo, o non del tutto. Il focus vero è su quello che dicevamo prima, sull’influenza che quella vicenda ha avuto, sull’attenzione che le è stata riservata, sul modo in cui la società in cui Gein era inserito ha provato a metabolizzare le sue azioni e i suoi problemi.
Quando mi è capitato di leggere delle critiche in cui ci si lamenta del fatto che la storia personale di Ed Gein non è approfondita abbastanza, o che ci sono troppe linee narrative aggiuntive (che siano tante è un fatto), la mia reazione istintiva non può che essere: per forza, la storia personale di Ed Gein non è il vero cuore della vicenda.

È possibile che la sceneggiatura, in questo senso, faccia l’errore di iniziare in maniera troppo tradizionale, mostrandoci effettivamente il difficile rapporto di Ed con la madre, un’integralista religiosa che condannava qualunque forma di sessualità come peccato mortale, e suggerendo la possibilità che il seguito della narrazione rimarrà strettamente legato alla vicenda di questi due personaggi, e al modo in cui la malattia mentale di Gein sia nata nell’ambito familiare per poi esplodere in un turbinio di violenza, sangue, voci nella testa e personalità dissociate.
In realtà, però, ci vuole poco perché si cominci a volare nel tempo e nello spazio, nel passato e nel futuro, per vedere quanto gli elementi più impressionanti della storia di Gein (che non sono tanti gli omicidi, per l’appunto, quanto la profanazione delle tombe ecc) si siano impressi a fondo nella coscienza di una collettività americana che in quel momento si impegnava per nascondere sotto il tappeto qualunque trauma e oscurità.
Ed Gein viene arrestato nel 1957, per un delitto che aprirà le porte di una casa piena di orrori. Sono gli anni in cui sono ambientati Grease e Happy Days, anni in cui gli Stati Uniti volevano disperatamente lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra mondiale e aprirsi a un futuro nuovo, luminoso, colorato.
Quel futuro però era posticcio, artificiale, e non poteva nascondere angoli bui che, una volta messi sotto il naso del pubblico, ne titillavano le paure e le inquietudini, scatenando timori primordiali, ma soprattutto un interesse morboso e tutt’altro che “bucolico”innocente”.

Nel corso della stagione sono numerosi i riferimenti cinematografici in cui si fa esplicito riferimento alla necessità di scuotere le coscienze, di aprire porte nascoste. Succede con l’Alfred Hitchcock di Psycho ma succede anche con il Non aprite quella porta di Tobe Hooper, in cui il personaggio del regista dice esplicitamente di dover produrre quel film perché sente che ce ne sia bisogno, che sia necessario.
Nel raccontare in parallelo la vicenda di un ragazzo con vistosi problemi mentali, smanioso di ricevere approvazione da parte della madre severissima, e la curiosità morbosa che quella vicenda ha generato, la terza stagione di Monster sposta lentamente ma inesorabilmente il riferimento della parola “mostro”.
Alla fine degli otto episodi, per Ed Gein proviamo un’inevitabile compassione, abbiamo sofferto con lui per l’impossibilità di esprimere sé stesso e di ricevere cure adeguate per i suoi problemi. In compenso, disprezziamo la società voyeuristica che ha fagocitato la sua storia, ricamandoci sopra la qualunque, tirandogli la giacchetta in mille modi, dalle lettere dei suoi ammiratori fino alle richieste di aiuto professionale da parte dei… protagonisti di Mindhunter, che arrivano a chiedere consiglio a Gein interpretati da attori diversi rispetto all’altra serie di Netflix (una scena, va detto, abbastanza straniante).

Se guardata da questo punto di vista, se letta come il riassunto di una società e di un sentimento (che ovviamente allunga di molto le sue ombre fino al nostro presente pieno di fake news e riflettori perennemente accesi su tutto), allora The Ed Gein Story diventa non solo una buona stagione, ma pure la migliore delle tre, molto più interessante, varia, ricca, della costante ripetizione degli episodi di Dahmer e del semplice chissenefrega dei fratelli Menendez.
Se invece l’unica cosa che interessa è un noir psicologico in cui concentrarsi ossessivamente sulla mente di uno-due personaggi, allora la terza stagione di Monster può risultare deludente, ma bisogna riconoscerle che non fa molto per ingannare gli spettatori: i suoi intenti sono piuttosto palesi, praticamente da subito.

Poi certo, c’è la questione dell’aderenza alla realtà. Io non sono esperto della vicenda reale di Ed Gein, ma è bastata una ricerca molto breve per rendersi conto che questi episodi inventano o esagerano parecchio (dal tipo di rapporto che Gein aveva con Adeline, al suo ruolo nella cattura di Ted Bundy).
Di nuovo, però, è un tema di prospettiva, che non riguarda la perenne diatriba fra chi pretende la maggiore aderenza possibile alla realtà da parte di prodotti ispirati a storie verie, e chi invece concede totale libertà espressiva a film e serie che non si presentano come documentari (io appartengo a questo secondo gruppo, per la cronaca).
Ancora una volta, si rischia di guardare il dito mentre la luna sta altrove: Monster: The Ed Gein Story è precisamente una serie sulla rielaborazione collettiva delle vicende storiche e di cronaca, è la constatazione, se non proprio la denuncia, di come gli esseri umani tendano a non cercare la verità, bensì a costruirla per scopi spesso nemmeno consci.
In questo senso, il fatto che questa serie di Netflix inventi numerosi elementi della vicenda di Ed Gein, è praticamente un’autodenuncia: Monster racconta la storpiatura pluridecennale della vicenda di un uomo malato che avrebbe avuto bisogno di cure, storpiandola lei stessa, per far arrivare più facilmente il proprio significato agli spettatori.
Quanto di vero ci sia, rispetto alla reale vicenda di Ed Gein, diventa materiale da ricerche personali, che possono pure essere divertenti, ma è o dovrebbe essere ininfluente rispetto al giudizio della serie, che racconta degli Stati Uniti e degli esseri umani in generale molto più di quanto racconti di un necrofilo del Winsconsin.

Si deve anche a questo, probabilmente, una messa in scena che fin da subito gioca sui toni della parabola e dell’astrazione, in cui c’è relativamente poco di “realistico”, e in cui le allucinazioni mentali di Gein continuano a compenetrare i già molti piani narrativi della sceneggiatura.
Charlie Hunnam effettua una decostruzione esplicita del suo status di figaccione e prova a dare una sterzata a una carriera che, dopo Sons of Anarchy, è stata avara di grandi successi. È il classico attore/attrice di bell’aspetto che prova a imbruttirsi per far emergere una capacità recitativa che lo faccia avvicinare più facilmente a premi importanti.
Fa un buon lavoro, a mio giudizio, probabilmente un filo macchiettistico, ma capace di buone variaazioni soprattutto nell’uso della voce e nei cambiamenti di tono: credibile quando è dimesso e silenzioso, ma anche quando gli scattano i cinque minuti.
Praticamente perfetta Laurie Metcalf, a cui viene richiesto un minor numero di sfumature, ma che proprio per questo dà vita a un personaggio monolitico la cui rigidezza è proprio la fonte primaria dei problemi del figlio.

Insomma, per me una buona stagione. Una stagione che può anche non piacere, per alcune scelte che propone o semplicemente perché ci si aspettava altro, ma che di sicuro non è né confusa né poco centrata.
Al contrario, è una stagione che racconta precisamente quello che vuole raccontare, e la cui sovrabbondanza narrativa è il preciso specchio del caos a cui una società può arrivare partendo da vicende singole, magari stranianti, ma che potrebbero essere di più semplice trattamento, se approcciate con rigore scientifico e mente salda.
Ma la mente salda non ce l’abbiamo, non ce l’abbiamo mai avuta, e il non sezionare i cadaveri non conta come bonus per tutto. Incazzarsi con una serie che vuole raccontare certe brutture umane, per il fatto che non si concentra abbastanza sulle azioni di un killer, beh, mi sembra niente altro che la prova che la serie ha ragione.
Perché seguire Monster: The Ed Gein Story: per la capacità di partire da una storia teoricamente semplice, per raccontare qualcosa di assai più complesso.
Perché mollare Monster The Ed Gein Story: se volete un’altra Dahmer, che con The Ed Gein Story c’entra molto poco.

