26 Marzo 2013 21 commenti

In The Flesh – Gli zombie rieducati per l’ennesima meraviglia inglese di Marco Villa

Zombie curati e reinseriti nella società: bomba

Prima ci sono stati i vampiri e pure per tanto tempo. Poi sono arrivati gli zombie e pure loro ormai vanno avanti da parecchio. Parlo di libri, film, serie, ma anche di fenomeno pop in senso lato. Quello, per dire, che porta a cose come Orgoglio e pregiudizio zombie, in cui il romanzone di Jane Austen viene arricchito (?) dalla presenza di non morti. Poi, a un certo punto, il fenomeno si fa talmente forte da rendere questi esseri sovrannaturali del tutto reali e realistici. Li incontriamo dappertutto, li diamo per scontati. Ecco allora che arriva la serie che effettivamente li inserisce nel tessuto sociale, cambiandone la radicalità di base, ma mantenendone la figura di diversi. Per i vampiri il riferimento ovvio è True Blood, con i vampiri convertiti a un bibitone di sangue sintetico e non più costretti a fare i macellai. Per gli zombie, invece, questo passaggio lo compie In The Flesh. E lo compie veramente bene.

In The Flesh va in onda su BBC 3 e racconta di un’Inghilterra che ha subito un’epidemia di zombie, ma che ha resistito. Gli umani non sono stati schiacciati dai mostri e – a emergenza finita – hanno messo in piedi strutture che aiutano gli zombie a reinserirsi nella società. Anzi, no, scusate: non si chiamano zombie, ma partially deceased, parzialmente deceduti. In questa formula politicamente corretta sta tutto il tono della serie, che, ovviamente, va ben oltre l’essere una serie sugli zombie.

Il racconto è tutto incentrato sulla figura di Kieren, ragazzino della provincia inglese che è stato infettata dallo zombismo, ha ucciso una ragazza (forse ha fatto anche altre vittime), è stato catturato e rieducato. Dopo aver passato mesi all’interno di una struttura a metà tra il campo di concentramento e il manicomio, viene restituito alla famiglia. Grazie a una serie di iniezioni, il suo cervello si è stabilizzato e non gli fa più attaccare gli umani senza controllo. Il suo ritorno, però, non è semplice: Kieren abita nel paese in cui è cominciata la riscossa umana, guidata dallo HVF, Human Volunteer Force, ovvero gente comune che, sotto la guida di un parroco fanatico, ha imbracciato il fucile e si è messa a salvare la propria gente, mentre il governo latitava e si impegnava a soffocare l’epidemia nelle grandi città. E che ora non è molto contenta di vedere gli zombie reinseriti nella comunità.

Già da questa trama raccontata rapidamente si può capire come In The Flesh non abbia solo un’idea geniale alla base, ma la sviluppi in modo estremamente complesso. Per intenderci, non siamo dalle parti di una serie per teenager basata solo su struggimenti interiori e rapporti interpersonali. Qui c’è tutto questo, ma c’è anche un lavoro enorme sulla figura del diverso e dell’altro. Basta davvero poco per fare un saltino interpretativo e leggere tutto come una metafora. Poi al posto degli zombie potete metterci chi volete.

Nella prima puntata tutto gira alla perfezione: l’inquietudine e la tensione che si respirano nel centro di rieducazione, il clima pesantissimo al di fuori di quelle mura, la disperazione e la rabbia dei membri dello HVF, che da eroi si ritrovano ora, dopo la tempesta, dimenticati e messi in un angolo. Davvero, potete leggerci di tutto dentro In The Flesh. Oppure potete semplicemente guardarlo e goderne. Perché questa prima puntata vince tutto.

p.s. Non ho volutamente citato The Walking Dead per due motivi. Il primo è che lo trovo noiosissimo, il secondo è che è In The Flesh non è un’altra serie sugli zombie. E’ molto di più.

Perché seguirlo: per l’idea strafiga e per la sua splendida realizzazione

Perché mollarlo: perché siete succubi di quella palla atroce di The Walking Dead e non volete vedere cose belle.



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