3 Marzo 2015 8 commenti

Broadchurch – Il bellissimo racconto di una sconfitta di Marco Villa

La cosa più bella è che non sappiamo minimamente che strada possa prendere Broadchurch

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[SPOILER ALERT: SI PARLA NEL DETTAGLIO DI PRIMA E SECONDA STAGIONE]

L’inizio della seconda stagione di Broadchurch è stato spiazzante: da un lato la storia classica del vecchio caso irrisolto che tormenta la psiche del bravo poliziotto, dall’altra il ritorno sulla vicenda di Danny Latimer, LA storia di Broadchurch, quella che ha messo in moto l’intera serie. Ovvero: ti tiro fuori il grande cliché e insieme ti dimostro che questa storia te la rivolto come un calzino, con una seconda stagione che è un prequel è un sequel insieme.



Partiamo dai personaggi. Se la prima stagione aveva messo in mostra personaggi non certo amabili, la seconda fa piazza pulita, lasciando i soli Alec e Miller (fantastici David Tennant e soprattutto Olivia Colman) a difendere la bandiera di quelli che non vorresti prendere a sberle. Tutti gli altri sono stronzi o inutili: alla prima categoria appartiene così tanta gente che faresti fatica a farcela stare in una foto di gruppo (compresi i genitori della vittima, spesso intoccabili in racconti di questo tipo). Alla seconda appartengono personaggi come quello dell’avvocatessa interpretata da Charlotte Rampling, regale nel suo ruolo, ma fondamentalmente inutile nell’economia del racconto.

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Non si può certo dire lo stesso dei coniugi Ashworth, coppia malatissima, il cui istinto di autodistruzione è diventato quasi più interessante dell’indagine stessa, fino a un epilogo che sembrerebbe forzato o troppo scritto, ma che in realtà è la perfetta chiusura del percorso di follia dei due. Curioso notare che gli investigatori spingono la coppia al passo finale, ma di fatto restano un passo indietro: non sono loro a far emergere la verità, ma il rapporto folle che lega Lee e Claire.

Se la parte più classica della storia si conclude in modo poco ortodosso, figuriamoci quella più strana. L’esito del processo per l’omicidio di Danny Latimer è una sconfitta su tutta la linea per i due protagonisti, che vengono a più riprese ridicolizzati e insultati. Alec e Miller vengono dipinti come due incompetenti, che non solo non sono riusciti a costruire un caso a prova di bomba, ma addirittura hanno fatto di tutto per mandarlo a puttane. E non stiamo parlando di due personsggi a caso, ma dei nostri protagonisti, quelli che poche righe fa ho messo a sedere al ristrettissimo tavolo riservato degli amici.

L’assoluzione di Joe Miller è una scelta narrativa molto coraggiosa, anche perché non viene mai messo in discussione il fatto che l’imputato abbia ucciso Danny: nel finale, mentre si trova di fronte alla giuria improvvisata dei suoi concittadini, Joe non dice di essere innocente, ma di essere stato dichiarato tale. Una piccola differenza che prende Broadchurch e la toglie dai crime classici per spostarla in una categoria più alta, quella delle serie in grado di prendere gli schemi di genere e di piegarli fino a dare loro una nuova forma. E questa forma è chiara e si chiama sconfitta. Il finale di stagione mostra i personaggi impegnati a cercare una nuova partenza. Un fatto positivo, certo, ma che di fatto – perdonate l’enfasi per una volta – è un costruire su macerie ancora fumanti.

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Nella seconda stagione ci aspettavamo un nuovo caso e abbiamo trovato una serie che guardava prepotentemente indietro: pensavo potesse essere un aspetto negativo, ma sono stato smentiti da otto puntate bellissime, per quanto non perfette. Non tutto torna e non si sa se le cose potranno mai cambiare. Solo una cosa è certa: non abbiamo la minima idea di quale direzione possa prendere la terza stagione (confermata) e questa è una cosa fantastica.



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