21 Aprile 2015 7 commenti

Better Call Saul season finale: le buone cose e quella domanda che non se ne va di Diego Castelli

Era d’obbligo un’ultima riflessione sulla prima stagione

Copertina, On Air

Better Call Saul season finale (1)

 

Con qualche giorno di ritardo parliamo del finale della prima stagione di Better Call Saul. Potrei dire che ho avuto bisogno di qualche giorno in più per pensarci bene, ma in verità non avevo ancora avuto tempo di scrivere il pezzo. Tutta colpa di Netflix. Così, in generale.

Dunque, ci eravamo lasciati dopo i primi due episodi dicendo sostanzialmente “ok, non epocale come Breaking Bad, ma figata lo stesso!”
Perché in fondo le aspettative erano fin troppo alte, quindi nel vedere di nuovo lo stesso stile, la stessa bravura negli attori e la stessa cura nei dettagli, be’, s’è tirato un sospirone.
Allo stesso tempo, mi è rimasta incastrata nelle orecchie una domanda che sento fare ancora spesso, pronunciata da serialminder dall’occhio pallato in cerca di droga telefilmica. E la domanda è: “ma va bene anche per chi non ha mai visto Breaking Bad?”
Detto che la risposta a questo domanda può essere solo “perché diavolo non hai visto Breaking Bad?!?!”, mettiamo un attimo in stand by la questione e diciamo due-cose-due sulla stagione nel suo complesso.

Di fatto, in termini di macrostruttura, questa prima stagione ha confermato la passione di Vince Gilligan e Peter Gould per i protagonisti costretti a cambiamenti radicali dall’ambiente in cui si trovano. Walter White era un mite professore che diventava genio del crimine, qui invece abbiamo un ex truffatore, diventato avvocato di saldi principi, che sappiamo si ritrasformerà in poco di buono (benché simpatico e non violento).
Questa prima stagione ci ha fatto vedere, o intravedere, tutti i punti della linea temporale: dal passato remoto al presente post Breaking Bad (mostrato per brevi tratti all’inizio della stagione).
Nel passato di Jimmy – sorta di flashback nel flashback – vediamo un ladruncolo che decide di uscire dal buco nero della microdelinquenza per combinare qualcosa di utile con la propria vita. È un uomo che tutti deridono, a cui nessuno concede il beneficio del dubbio, e che quindi deve fare quasi tutto da solo, per dimostrare di essere sì un poco di buono, ma non un buono a nulla.
Ce la fa, diventa avvocato e riesce perfino a trovare una causa milionaria che altri non avrebbero saputo adocchiare. Una causa profittevole ma anche giusta, che gli consentirebbe di fare del bene, guadagnando molti soldi e anche (soprattutto) la stima del fratello, a cui fa da balia da diverso tempo ma che ancora vede come l’esempio da seguire, il fratellone da imitare e raggiungere.
In questi dieci episodi gli autori ci tengono molto a mostrarci il Jimmy onesto e laborioso. Quello che pur essendo avido di denaro e gloria aiuta concretamente i suoi clienti, e soprattutto quello che cerca il più possibile di rimanere pulito, scuotendo la testa quando si tratta di fare robe sporche. Certo, è anche un uomo debole e pauroso, e ogni tanto ci casca, ma è del tutto evidente che quanto meno ci prova ad essere una brava persona.

 

Better Call Saul season finale (3)

 

Questo però non basta. Tutto il suo lavoro e il suo impegno non sono sufficienti, ed è qui che arrivano due mazzate che cominciano a trasformare Jimmy in Saul, trasformazione che poi è il succo di tutta la serie.
(Tra parentesi, si noti che l’unica volta in cui sentiamo il nome “Saul” in questa stagione è in un flashback del vecchio Jimmy, quello che truffava. Come a dire che Saul Goodman, più che una novità della vita di Jimmy, sarà una sorta di ritorno a un passato poco edificante: Jimmy non sarà mai un eroe, nemmeno un eroe tragico come Walter, e il suo destino è quello della sostanziale non-redenzione).
Le due mazzate sono da una parte il “tradimento” di Chuck: il fratello di Jimmy, dopo aver passato mesi e mesi a farsi accudire spudoratamente perché era uscito di testa, scarica il fratellino con una motivazione volutamente ridicola, riassumibile così: non me ne frega niente se hai fatto una buona cosa, per me rimani sempre il cazzone che eri, e non ti darò mai la possibilità di provare il contrario. Capite bene che una cosa del genere, per uno che ha come unico scopo nella vita quello di riparare ai propri errori, non è proprio una cosa simpatica.
Ma forse Jimmy ce la farebbe pure a passarci sopra, a intascare i suoi soldi per ricominciare a macinare lavoro e successi.
E qui però, in finale di stagione, arriva la seconda mazzata: la morte di Marco, il vecchio compagno di scorribande. Una volta perso l’amico di sempre, Marco aveva messo la testa a posto, iniziando però una vita sostanzialmente infelice. Ritrovare il vecchio amico e passare con lui un’ultima settimana di baldoria, prima di trovare la morte per infarto in un vicolo, poteva anche lasciare il sapore dolce di un’ultima botta di gioia. In realtà però non va così: la morte di Marco ha su Jimmy l’effetto opposto, quello di fargli guardare alla sua vita e ai suoi sacrifici come un ammasso di robaccia inutile, quando intorno a lui c’è gente che non lo caga comunque (con l’eccezione di Kim) mentre Marco era rimasto a casa a vivere un’esistenza miserevole.
Ed è qui, proprio alla fine della stagione, che forse vediamo la nascita di Saul Goodman, per lo meno in termini di intenti. Di nuovo, è lo stesso concetto di Walter White: un vaffanculo a tutti quando ti rendi conto che essere buono e caro non ti ha portato praticamente niente.

 

Better Call Saul season finale (2)

 

Tutto questo sviluppo, come accennato all’inizio, si inserisce in un contesto stilistico e visivo preso di peso da Breaking Bad: un ritmo lento ma attento a ogni sfumatura; una messa in scena mai banale nella scelta delle inquadrature o della musica; la fiducia totale in un attore, Bob Odenkirk, che abbiamo imparato ad apprezzare senza se e senza ma.
E ovviamente bisogna citare il prezioso apporto di Jonathan Banks: Mike Ehrmantraut non è diventato il Jesse Pinkman della situazione, non è insomma una spalla onnipresente, ma è comunque un ulteriore, gradito gancio col passato dotato anche di vita propria (la puntata dedicata al suo passato rimane una delle migliori della stagione, così come sempre efficaci sono tutte le scene in cui fa sfoggio di silenzioso carisma).

Ecco, il passato. Torniamo alla domanda iniziale: ma Better Call Saul ci piace perché è una bella serie tout court, o solo perché sviluppa bene elementi che già conoscevamo?
È una domanda che in un certo qual modo mi infastidisce, perché mi rendo conto di non saper rispondere al meglio. Io Breaking Bad l’ho vista e adorata, non è che me ne posso dimenticare: come faccio a dare un giudizio che ne prescinda? Mi è sostanzialmente impossibile.
Anche certe critiche che ho sentito in queste settimane da persone digiune di BB, tipo “troppo lenta”, assomigliano molto alle obiezioni che venivano rivolte alla stessa Breaking Bad nei suoi primi giorni di vita. Quindi insomma, come ben sappiamo quando si parla di opinioni c’è molta soggettività e poco oro colato.

 

Better Call Saul season finale (4)

 

Una cosa però mi sento di dirla. Breaking Bad parlava letteralmente di vita e di morte. Di tumori, di droga, di criminali, di armi da fuoco. Di persone normali gettate in mezzo ai lupi. Può sembrare una banalità, ma questo genere di temi pone già una base piuttosto forte al racconto: può essere sviluppato bene o male, però insomma, è lì. Better Call Saul invece è inevitabilmente più intimista. Ok, i criminali ci sono anche qui, ma tutti i problemi veri stanno nella testa di Jimmy, che vive male la situazione sua e del fratello ecc. In questo senso, a parità di altre condizioni, è ragionevole considerare meno forte, o comunque meno impattante, la premessa di questo spinoff. Ragione per cui se uno già conosce i personaggi può farsi venire gli occhi a cuore mentre ne scopre ogni segreto, mentre uno che li vede per la prima volta può rimanere maggiormente colpito (negativamente) dagli elementi più “difficili” dello stile di Gilligan (primo fra tutti la citata lentezza e riflessività).

Quindi, per concludere tutta sta sbrodolata, alla fine della prima stagione confermo che Better Call Saul è una serie coi controcazzi che malgrado l’illustrissimo genitore merita affetto e rispetto. Inevitabilmente, però, paga lo scotto di una forte dipendenza “emotiva” da Breaking Bad, ed è quindi ben più gustosa se avete visto la serie madre. Evitiamo comunque di fare paragoni: Breaking Bad per ora è quasi inarrivabile, e perdere troppo tempo a fare confronti rischia di essere ingeneroso verso il povero Jimmy (non trattiamolo male anche noi, poveraccio, che già lo bastonano da ogni parte).

Che poi non capisco perché stiamo ancora qui a parlarne: recuperate Breaking Bad e poi guardate Better Call Saul. Cioè, mi sembra così semplice… bah…



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