17 Agosto 2022

Better Call Saul – È finita per davvero di Diego Castelli

L’ultimo episodio di Better Call Saul chiude un cerchio lungo tre lustri

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ATTENZIONE! SPOILER ABBESTIA SU TUTTO IL FINALE DI BETTER CALL SAUL

E quindi siamo qui, quasi quindici anni dopo la prima puntata di Breaking Bad (era il 20 gennaio 2008), a chiudere il cerchio del magico, desertico, pericoloso e divertente mondo di Vince Gilligan, che per l’ultimo giro di giostra ha affidato le redini della scrittura e della regia a Peter Gould, fido braccio destro che è il co-creatore di Better Call Saul.

Considerando la qualità, l’inventiva, la bravura di cui siamo stati testimoni per tutti questo tempo e tutti questi episodi, cercare di riassumere in poche righe la grandezza di questa creazione mi sembra quasi impossibile. E forse è pure superfluo, visto che, se siete qui, con ogni probabilità è perché di quella grandezza avete ben impresso nella mente il ricordo, che probabilmente non se ne andrà tanto presto.

Proprio Peter Gould, però, ci viene in soccorso. Perché se è vero che “Saul Gone”, l’episodio finale di Better Call Saul, serve effettivamente a chiudere la vicenda del suo protagonista, ha anche il pregio di allargare lo sguardo per gettare una luce complessiva su tutto l’impianto concettuale e filosofico sotteso all’opera di Vince Gilligan.
Se poi, nel farlo, riusciamo pure a vedere vecchi amici, alla grande.

La trama di questo episodio, ambientato quasi tutto nel presente in bianco e nero che fin dal pilot racconta le vicende post-Breaking Bad di Saul Goodman, è relativamente semplice: Jimmy/Saul/Gene Takovic (la terza identità del personaggio) era stato smascherato da Marion che gli aveva scatenato dietro la polizia. Saul prova a scappare e a portare via i suoi pochi averi, ma non ce la fa e viene catturato.

Una volta finito in manette, si trova di fronte la prospettiva di centinaia di anni di carcere, ma grazie alla sua solita parlantina e abilità legale, riesce a costruirsi un patteggiamento che lo porterebbe in prigione per non più di sette anni.
Un mezzo capolavoro che poi però lo stesso Saul butta alle ortiche, decidendo per una confessione completa che lo porterà a scontare 86 anni dietro le sbarre.

All’interno di questa scatola narrativa, c’è praticamente un piccolo universo di storie, scelte, riflessioni, e naturalmente l’unico vero centro di gravità attorno al quale Saul ha gravitato in questi anni, l’unica luce in fondo al tunnel, l’unica forza in grado di influenzare la natura stessa del protagonista: l’amata Kim Wexler.

Ma facciamo un piccolo passo indietro.
Con l’approssimarsi del finale di serie, eravamo tutti qui a chiederci come gli autori avrebbero fatto finire la storia di Saul Goodman.
Se quella di Walter White era infatti relativamente scontata – un’epica tragica come la sua doveva terminare quasi necessariamente con la morte e con un botto finale che mostrasse la sua intelligenza, un’ombra di pentimento e volontà di riparazione, e il duro pagamento per i suoi peccati – con Saul eravamo più indecisi.

Certo, in questi anni ci avevano mostrato in più salse un certo parallelismo fra la storia di Walter e quella di Jimmy, ma quel parallelismo non è mai stato una gabbia particolarmente stretta, e la natura stessa dei due personaggi, comunque molto diversi fra loro, lasciava aperte varie ipotesi.
Anche Saul sarebbe andato incontro alla morte? Oppure sarebbe finito in galera? Oppure ancora sarebbe rimasto da solo, nel suo nuovo mondo in bianco e nero, a vivere di espedienti senza mai essere realmente felice?

Per rispondere a questa sostanziale domanda, e per trovare anche la quadra di quel famoso parallelismo, il finale di Better Call Saul usa un paio di memorabili scene “legal”, e qualche fondamentale flashback

Per tre volte l’episodio fa un salto all’indietro, trovando il tempo di farci scendere la lacrimuccia nostalgica, ma imbastendo anche un’analisi del personaggio Saul Goodman, legandola al concetto di viaggio nel tempo.

Prima di tutto, rivediamo Saul in compagnia di Mike, quando insieme cercavano di sopravvivere attraversando a piedi il deserto (siamo dalle parti di “Bagman”, ottavo episodio della quinta stagione). Saul chiede a Mike cosa farebbe se avesse una macchina del tempo, e Mike dà una risposta “da Mike”, cioè da uno finito a fare cose losche, ma che ha sempre in mente certe priorità: lui userebbe la macchina del tempo per tornare al momento in cui prese la sua prima mazzetta (sottinteso, per evitare di prenderla, così da salvare pure suo figlio anni dopo), e poi andrebbe nel futuro, per assicurarsi che certe persone stiano bene.
Saul invece dice che andrebbe indietro nel tempo a sufficienza per fare investimenti oculati e tornare nel presente da miliardario. Mike allora gli chiede se conta solo quello, i soldi. E Saul risponde: “Che altro?”.

Nel secondo flashback si scava un po’ di più. Siamo ai tempi in cui Saul e Walter White se ne stavano rinchiusi in attesa che Ed “The Disappearer” gli procurasse delle nuove identità. Di nuovo la storia dei viaggi nel tempo, e Walter (il secondo, inaspettato cameo stagionale di Bryan Cranston) la rigetta come una fandonia scientifica. Saul vuole parlare di rimpianti? Parliamo di rimpianti senza metafore scientificamente inaccurate.
Walt spiega allora che lui tornerebbe ai tempi in cui venne intortato per lasciare la compagnia, basata sulle sue scoperte, che poi avrebbe fatto i milioni senza di lui. Uno dei rimpianti principali del personaggio, una profonda fonte di rancore e desiderio di rivalsa, che ben conosciamo da Breaking Bad.
In questo caso, per citare un suo rimpianto Saul ricorda un episodio ridicolo, quando mise in piedi una truffetta in gioventù, ferendosi a un ginocchio che non sarebbe mai più guarito del tutto.
Il commento di Walter? “Quindi sei sempre stato così”.

L’ultimo flashback è dedicato a Chuck, in una scena (probabilmente risalente ai primissimi tempi di Better Call Saul) in cui un Jimmy in costante ricerca di approvazione aiuta il fratello con la spesa e altre faccende, solo per farsi sminuire come al solito dalle sottili frecciatine mascherate di Chuck, che gli suggerisce velatamente di lasciar perdere con l’avvocatura, perché non ci è veramente tagliato.
(In realtà è anche una scena strana in cui, per una volta, Chuck sembra cercare un effettivo contatto umano che Jimmy gli rifiuta).

I tre flashback, insomma, piazzati mentre nel presente seguiamo le vicende di Saul finito in manette e pronto a dare battaglia, cercano di andare al cuore di uno dei problemi centrali di Breaking Bad e Better Call Saul, anzi forse LA domanda sottesa a entrambe le due serie.

E la domanda, naturalmente, è: quando conta davvero l’ambiente in cui una persona cresce e le opportunità che le vengono offerte, rispetto alle caratteristiche basilari, genetiche, di quella stessa persona?

Nel suo lungo percorso, Breaking Bad partiva da una risposta scontata a quella domanda (si presentava cioè come la storia di una brava persona portata al lato oscuro dagli eventi, dalla sfiga e dalle ingiustizie), per poi ribaltarla: da un certo punto in poi, con ammissioni esplicite nel finale, Breaking Bad ci diceva che Walter White era sempre stato così, con quella volontà di potere, quel gusto per il dominio, e le circostanze non avevano cambiato la sua natura, l’avevano solo fatta venire fuori.

E per Saul Goodman?

In questi anni, quando guardavamo Jimmy McGill tentare senza successo di diventare un avvocato rispettabile, ci era sembrato di poter rispondere allo stesso modo: Saul Goodman esisteva già dentro Jimmy, ne era anzi una parte molto importante, una forza oscura che lo trascinava sulla via della truffa e del raggiro.

Per certi versi, Better Call Saul sembrava addirittura più dritta di Breaking Bad, perché se partiva da premesse vagamente simili, era comunque attraversata da una continua tensione verso un futuro che conoscevamo nel dettaglio: in ogni momento del nostro guardare le vicende di Jimmy McGill, i nostri occhi correvano a cercare i segnali che Saul Goodman stava arrivando.

Allo stesso tempo, in questo finale abbiamo effettivamente un twist. Dopo un’ultima stagione in cui l’ormai anziano Gene Takovic ci sembrava la prova che, qualunque cosa fosse successa, quella di Saul Goodman era e sarebbe sempre stata la personalità dominante, ecco che succede l’imponderabile: quello stesso ambiente esterno che in Breaking Bad e buona parte di Better Call Saul serviva solo a mostrare la vera natura delle persone, alla fine si dimostra anche capace di cambiarle, almeno un po’.

E naturalmente è il momento di parlare di Kim.

Malgrado Better Call Saul racconti personaggi e dinamiche che conoscevamo anche in Breaking Bad (e mi riferisco a tutto l’aspetto criminale riguardante Gus Fring, Mike, i Salamanca ecc), il vero cuore della serie è sempre stato il rapporto fra Jimmy e Kim.

A conti fatti, quello che abbiamo imparato da Better Call Saul è che Saul Goodman, quello vero, lo scarafaggetto scaltro e un po’ ridicolo di Breaking Bad, non è altro che il prodotto della perdita di Kim.
È quando Kim se ne va, e quindi quando Jimmy la perde, che Saul può prosperare senza più alcuna limitazione. Saul, in pratica, è la maschera avida e strafottente con cui Jimmy racconta a se stesso di stare bene anche senza Kim.

Solo che non stava “così” bene, perché nelle scorse puntate abbiamo visto che, anche nel futuro in bianco e nero, l’unica cosa che Jimmy diventato Saul diventato Gene bramava, era sapere di Kim e riconnettersi con lei.

Questo bisogno trova magistrale attuazione nelle ultime scene, quelle legate al processo a Saul.
Poco prima si era arrivati a un punto in cui Saul, con le sue doti di azzeccagarbugli, aveva convinto uno stuolo di avvocati nemici a ridurgli di moltissimo la pena. È una scena di vittoria, una vera e propria manifestazione di un genio contro il quale gli altri non possono quasi nulla.

Poi però era arrivata la notizia che Kim (come noi già avevamo visto) aveva confessato tutta la faccenda di Howard. Non solo: andando a portare la confessione alla vedova, si era esposta al rischio di una causa civile che le avrebbe fatto perdere tutto.

E qui qualcosa, nella mente di Saul, scatta. O meglio, potremmo dire che torna Jimmy.
Il protagonista si lancia in una serie di nuove confessioni che riguardano Kim (e che non vediamo perché poco importanti) al solo scopo di metterla in allarme a farla venire fisicamente al processo.
Qui, con una mossa inaspettata, Jimmy (che a questo punto ci tiene a essere chiamato Jimmy) ri-confessa tutto quello che era riuscito più o meno a silenziare durante il patteggiamento.
Il risultato, in termini legali, è quello di vedersi alzare la pena sostanzialmente fino a un ergastolo de facto, che lo chiuderà in prigione per sempre.
Perché questa scelta?

La risposta semplice e potenzialmente stucchevole è: per Kim.
Ma che significa? Significa che Jimmy è stato costretto a fare un vero bilancio della sua vita, e a capire cosa fosse realmente importante per lui. Finora, avevamo pensato che la sopravvivenza, la ricchezza, la libertà e la messa in opera del suo strano genio per la truffa fossero le cose più importanti della vita di Saul Goodman.

Il problema, però, è che quella vita si è rivelata vuota. Non solo fallimentare, ma proprio vuota, come ci testimonia la disperata ricerca di senso che Gene cercava di mettere a tacere con sempre nuove truffe e raggiri, ancora una volta dei meri riempitivi di un vuoto che continuava a sentire dentro di sé.

Quello di cui Jimmy aveva realmente bisogno era Kim. Non “stare con lei”, cosa che probabilmente non è più possibile. Ma il suo perdono e, in concreto, cinematograficamente parlando, un suo sorriso, che pensava di non poter rivedere mai più.

Durante la scena del processo, in cui Jimmy continua a voltarsi verso Kim proprio per vedere se la sua piena confessione riesce ad avere un qualche effetto, la recitazione sempre meravigliosa di Rhea Seehorn ci regala proprio questo: l’ombra dell’indizio della traccia di un sorriso. Una piccola ma significativa apertura di credito nei confronti dell’uomo che, ai suoi occhi, l’aveva portata sulla cattiva strada (o, se vogliamo, che le aveva permesso di indulgere nei lati più oscuri del suo carattere).

Quando poi arriviamo alle scene in carcere, dove ci sembra di vedere un Jimmy effettivamente sollevato, sorridente, rilassato, abbiamo la conferma di quel possibile perdono: Kim va a trovare Jimmy in carcere, i due condividono una sigaretta in una sequenza così contrastata e geometrica da far pensare a un fumetto di Frank Miller, in cui è tutto bianco e nero tranne la momentanea, fugace brace della sigaretta.

Il dialogo non è particolarmente significativo, non vengono neppure scambiate così tante parole. Ma la semplice presenza di Kim, gli sguardi scambiati, una certa intimità ritrovata, sono tutto ciò che serviva a Jimmy per essere felice, tutto ciò per cui ha sacrificato metà della sua vita: la conferma che, in fondo, non è completamente da solo.

Una cosa va sottolineata: non siamo in presenza di una completa redenzione del personaggio, né di una sua assoluzione da parte degli autori.
L’episodio, in cui è centrale anche la figura di Marie, la vedova di Hank che non vedevamo da tanto tempo, sottolinea a più riprese che le colpe di Saul sono vere, reali. Lui stesso – nel suo monologo iniziato, per l’ultima volta, con il proverbiale “It’s showtime” – sottolinea non senza una punta di orgoglio che, senza di lui, probabilmente Walter White non sarebbe mai riuscito a compiere tutte le sue nefandezze (è una specie di versione saulgoodmaniana di “I am the one who knocks”).
Quindi la serie non dimentica i crimini commessi, e infatti spedisce Saul in prigione a vita.

Allo stesso tempo, la sua non è nemmeno una completa redenzione, non è che improvvisamente Jimmy diventa un santo. Semplicemente, quello che fa è soppesare le sue possibilità e scegliere una strada che massimizzi la sua felicità, per quel poco che ne resta, e la felicità sta nel riallacciare un minimo rapporto con Kim. A conti fatti, non mi sembra che si senta così in colpa per le vite che ha contribuito a spezzare.

Anche qui, in questa tensione, sta la grandezza di una serie perfetta erede di Breaking Bad. In modi diversi e con sfumature differenti, come abbiamo visto, entrambe le serie di Vince Gilligan instaurano con lo spettatore un gioco sottile e peccaminoso, mostrandogli il Male nelle sue molte articolazioni, condannandone le malefatte, ma contemporaneamente mettendone in luce i lati seduttivi, affascinanti, divertenti.

Che si tratti del genio scientifico e strategico di Walter White, o dell’abilità affabulatoria e truffaldina di Saul Goodman, negli ultimi quindici anni Breaking Bad e Better Call Saul ci hanno messo di fronte a un difficile lavoro interiore, al continuo bilanciamento dei sentimenti e dei giudizi, al perpetuo ballo sul confine fra il Bene e il Male, con la speranza di far parte del Lato Chiaro e la continua consapevolezza di voler sbirciare, per interposta persona, le seduzioni del Lato Oscuro.
Tutte sensazioni provate verso un gruppo di personaggi, ma che possono essere rivolte su noi stessi, alla scoperta di una complessità e di una scala di grigio che spesso cerchiamo di non vedere, portati come siamo, per natura, a considerare tutti i nostri pensieri e tutte le nostre azioni come le migliori possibili in ogni dato momento e circostanza.

Tutto questo, negli anni di Better Call Saul, è stato fatto con una padronanza del mezzo narrativo e visivo che ha pochi eguali nella storia della serialità.
La “qualità”, quel concetto un po’ sfuggente e sempre difficile da definire, ma che tende a essere auto-evidente quando te lo trovi davanti, suppura da praticamente ogni inquadratura della serie, secondo un percorso artistico iniziato con Brealking Bad e ulteriormente raffinato da Better Call Saul, in cui l’impressione costante è che non ci sia niente, NIENTE, di lasciato al caso (e in questo finale, peraltro, le piccole e grandi citazioni da Breaking Bad sono così fitte, da lasciare a bocca aperta per la capacità di far quadrare tutti ma proprio tutti conti).

Da ormai diversi anni, diverse persone arrivano a dire che Better Call Saul sarebbe addirittura meglio di Breaking Bad. Se volete la mia, non è così perché Breaking Bad, arrivando prima, ha avuto un impatto che Better Call Saul semplicemente non poteva avere, e ho comunque l’impressione (del tutto soggettiva) che si porti dietro una maggiore quantità di scene e personaggi memorabili.
Credo comunque che sia una questione non così importante, se non per un aspetto: se lo spinoff di una delle serie più importanti della storia della televisione arriva a far nascere il dubbio, almeno il dubbio, che sia meglio della serie madre, poco importa che sia o meno così, è già un risultato straordinario.

Quello a cui abbiamo assistito, in questi quindici anni, è uno straordinario percorso autoriale, artistico, recitativo, che ci ha condotto negli abissi della mente umana (compresa la nostra) permettendoci si sguazzare come bambini in quel torbidume, riuscendo a divertirci mentre ci prendeva a ceffoni, costringendoci a porci domande sulla vita mentre ci stupiva con colpi di mano, deserti di fuoco e pura, semplice creatività.

Non so quanto tempo ci vorrà prima che un singolo gruppo di autori e autrici, e un singolo universo narrativo, produca lo stesso livello di qualità di Breaking Bad e Better Call Saul, per un tempo ugualmente lungo.
Non sono certo che farò in tempo a vederlo.
Intanto, però, dobbiamo essere solo felici del fatto che, in questi quindici anni, noi c’eravamo.



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