26 Agosto 2016 7 commenti

Halt and Catch Fire: inizia un’altra grande stagione di Diego Castelli

Non sapevamo quanto ci fossero mancati finché non li abbiamo visti

Halt and Catch Fire (5)

Ora che è quasi finita possiamo dirlo: dal punto di vista seriale è stata una buona estate. Stranger Things, The Night Of, The Get Down, Feed the Beast, Braindead e altre, tutte serie nuove e gagliarde, capaci di abbracciare tanti temi e tante atmosfere, di scatenare tante emozioni.
Ma se il bilancio delle novità è buono, pure più del previsto, ciò non significa che ci dimentichiamo dei vecchi amori, specie di quelli che sembrano sempre sull’orlo dell’abisso e invece sono ancora qui.

Halt & Catch Fire è arrivata alla terza stagione. Il che è quasi assurdo, considerando gli ascolti miseri che piazzava e continua a piazzare. Ma noi non ci facciamo domande, stiamo zitti e prendiamo i pop corn, ringraziando i misteriosi capi di AMC e succhiando ogni secondo di questo drama sui computer negli anni Ottanta, che a ogni giro di giostra sfida le apparenti legnosità del suo concept per regalarci ore di tensione e qualità clamorose.
Se andate a rileggere la recensione sul finale dello scorso anno vedrete che si parlava di un percorso: iniziato come la storia di quattro persone unite da un sogno, nel secondo ciclo di episodi gli autori avevano disgregato quel gruppo iniziale, raccontando dei tentativi di Cameron e Donna per farcela da sole, mentre Joe e Gordon cercavano – senza riuscirci – di raccogliere i cocci della loro amicizia.

Halt and Catch Fire (2)

Un anno dopo, un po’ più tardi rispetto al solito, ritroviamo i nostri pionieri della Silicon Valley in una situazione ancora modificata. In fondo la bellezza di Halt è sempre stata questa, cioè la capacità di usare la scusa della nostalgia (tema caldissimo di questi ultimi anni) per raccontare cose universali e attualissime.
I primi due episodi stagionali, per esempio, puntano molto sulle difficoltà incontrate da Donna e Cameron, capaci di installarsi in California con buon successo ma ora ostacolate da una misoginia strisciante che, in fase di colloqui e trattative, finisce sempre col trattarle come casalinghe miracolosamente uscite dalla cucina. Non è detto che questo sarà un tema centrale della stagione, anche perché sul finale del secondo episodio la vittoria nei confronti di un avversario che nemmeno sapevano di avere sembra rappresentare un nuovo boost all’attività delle due protagoniste, ma sicuramente mostra la capacità della serie di spaziare, magari anche solo per poco, all’interno di questioni economiche e sociali che saranno pure ambientate negli anni Ottanta, ma risuonano belle forti ancora oggi.

Halt and Catch Fire (1)

Ho usato non a caso il termine “protagoniste”, perché qui c’è un altro elemento potenzialmente dirompente, se non fosse che Halt & Catch Fire la seguono in quattro gatti e quindi se ne parla poco. Nel corso di questi tre anni, Halt ha continuato a cambiare protagonisti: all’inizio nella prima stagione Gordon e Joe erano le star, poi sembrava che al centro di tutto ci fosse la travagliata storia fra Joe e Cameron, ora invece si punta sulla stessa Cameron e Donna. Dal un punto di vista del “tempo sullo schermo”, non c’è dubbio che questo doppio episodio iniziale sia (quasi) tutto per loro, per i loro sogni e le loro difficoltà. Tanta parte dell’emotività dello spettatore è diretta verso Mutiny, una compagnia fondata sul contatto e la comunicazione fra le persone, guidata da personaggi che da anni faticano tantissimo a tenere in piedi uno straccio di amicizia.
E qui qualcuno potrebbe dire “sì, saranno anche loro le protagoniste, ma quando arriva Joe…”. Quel qualcuno avrebbe sicuramente ragione, anche se pure in questo caso è importante notare una sorta di spostamento. Se nella prima stagione Joe era il protagonista effettivo, il motore principale dell’azione, ora è una specie di scheggia impazzita, una forza della natura (e della narrazione) che non ha nemmeno bisogno di passare molto tempo sullo schermo, basta che aleggi la sua ombra, che si senta pronunciare il suo nome, per sapere che sta per succedere qualcosa di clamoroso.

Halt and Catch Fire (6)

Questi primi due episodi ci hanno mostrato la definitiva trasformazione di Joe in Steve Jobs o, diciamola meglio, nell’immagine mediatica e leggendaria del defunto capo della Mela: il visionario non-tecnico capace di spostare mari e monti con la sola forza di un’idea e di una parola, ma contemporaneamente condannato alla solitudine. Con un mossa azzardata ma vincente, gli autori sono riusciti a togliere spazio fisico a Joe, lasciando però che la sua aura continuasse a incombere su tutti gli altri personaggi, trasformandolo in una specie di entità sovrumana: le sue capacità commerciali e comunicative quasi soprannaturali, mescolate alla sua sotterranea ma continua ricerca di contatto umano (ci prova ancora con Gordon, prima di prendere sotto la propria ala il nuovo arrivato Ryan), lo trasformano in eroe tragico, se non addirittura in divinità greca, dotato di poteri inimmaginabili ma ancora legato a doppio filo a un’umanità invincibile che lo completa e contemporaneamente lo limita e lo ferisce.

Ancora non sappiamo quale direzione prenderà effettivamente la terza stagione, e forse non è il caso di azzardare ipotesi troppo precise, rischiando di essere malamente smentiti (l’importanza di Mutiny potrebbe anche scemare, il ruolo di Ryan è ancora tutto da scoprire, l’instabilità di Gordon non si è ancora fatta rivedere, anche se continua a lavorare sottotraccia). Rimane però la certezza che Halt and Catch Fire continui a mostrare una sorprendente capacità di coniugare almeno tre esigenze fortissime: la necessità di cogliere lo spirito del tempo (la nostalgia per gli anni Ottanta, il tema della parità dei sessi); l’importanza di una narrazione stringente e chiara, che coltiva la suspense anche intorno a dettagli tecnici incomprensibili ai più; e infine la possibilità di coprire il tutto con un alone quasi mistico, uno stile assolutamente personale che parte da personaggi concreti e pieni di passione (intepretati peraltro da attori eccezionali) per elevarli a metafore universali, tutte adeguatamente incomplete e vibranti, alla continua ricerca di ulteriore specificazione.
Il risultato è una serie ambientata nel passato, ma dal futuro quanto mai incerto e intrigante.
E noi non vediamo l’ora di scoprirlo.



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