15 Settembre 2017 8 commenti

La terza stagione di Narcos ha ribaltato tutto: ecco come è andata di Marco Villa

Narcos era a un bivio cruciale: ecco come ha superato la morte di Pablo Escobar

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Per la maggior parte delle serie, la terza stagione è la più difficile. Spesso la seconda è il completamento del progetto iniziale, ma arrivati alla terza le cose si fanno complicate: bisogna provare a ripartire, svoltando in maniera netta, ma senza tradire appassionati della prima ora. Questa generalizzazione vale tantissimo per Narcos, che al termine della seconda stagione ha perso il proprio principale motore, ovvero Pablo Escobar, il cattivo per cui tutti tifavano. Abbiamo già analizzato le puntate che sancivano il rilancio della nuova Narcos, dicendo che la mancanza era evidente, ma che le premesse per una buona tenuta c’erano tutte. Arrivati al termine della stagione, siamo ampiamente soddisfatti, anche se Narcos è diventata un’altra serie.

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Del resto non poteva che essere così: una serie tutta basata sulla forza del cattivo, con gli eroi “positivi” in posizione di chiara subalternità, non poteva rinascere mettendo semplicemente un nuovo personaggio al centro della scena. Non avrebbe avuto senso trovare un nuovo antagonista e plasmarlo come se fosse il clone di Escobar, andava trovata una nuova strada. E così è stato, perché si è abbandonato il culto del criminale, ma allo stesso tempo non ci si è buttati sull’esaltazione delle forze dell’ordine. Si è rimasti a metà strada, rendendo fulcro della narrazione un personaggio come Jorge Salcedo, criminale-ma-non-troppo in cerca di redenzione.



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È attraverso di lui che entriamo in contatto con i quattro padrini del Cartello di Cali: tutti affascinanti, tutti potenzialmente protagonisti assoluti, ma tutti lasciati quasi sullo sfondo. Una scelta coraggiosa, che lascia tra i rimpianti tante storie non approfondite (su tutte quella di Chepe a New York, che aveva la forza per diventare quasi uno spin-off), ma permette di ridefinire il cuore della serie.

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Da un cattivo da amare si è passati a un buono da odiare: Javier Pena prosegue la sua discesa verso la mancanza di morale e di coscienza, dimostrando di essere disposto a sacrificare tutto e tutti per raggiungere il proprio obiettivo. Un percorso iniziato nella seconda stagione e qui portato avanti con piena consapevolezza, un po’ come accade a una sorta di suo doppelganger cartaceo, quell’Art Keller protagonista de Il potere del cane e Il Cartello, ovvero i due (bellissimi) libri dedicati da Don Winslow al narcotraffico messicano. Se Pena è ormai perduto, lo riscattano i due nuovi agenti della DEA che lo affiancano e riescono a superare in poche scene in carisma e interesse il per nulla rimpianto Murphy.

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​Tutto ok, quindi? No, non tutto. A tratti la terza stagione zoppica: parte bene, poi si impantana non riuscendo a scegliere chi mettere davvero al centro di tutto, ma si riscatta con un finale potentissimo e con tre puntate che raggiungono livelli di tensione mai toccati in Narcos. Archiviato Pablo, archiviato il Cartello di Cali, ora toccherà al Messico, ovvero il paese dove oggi si concentra il grosso del narcotraffico. La quarta stagione è già stata confermata tempo fa da Netflix: a naso, sarà tutto molto più violento.



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