13 Luglio 2018 11 commenti

The Outpost: una serie tv di eccezionale bruttezza di Diego Castelli

C’è solo una cosa da fare con The Outpost: cercare di dimenticarla in fretta

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Premessa che potete anche saltare se volete
Non so se l’ho già scritto su queste pagine nel corso degli anni, nel caso lo ridico: ogni tanto incappare in una serie orrenda fa bene al cuore.
Un po’ perché le serie smaccatamente brutte le puoi depennare subito dall’agenda, cosa che dà sempre un certo senso di libertà: hai in lista questa serie, pensi di volerci/doverci impegnare molte ore della tua vita futura, e invece no. Così puoi impiegare le ore risparmiate per fare altro, tipo… guardare un’altra serie tv, però migliore.
Ulteriore motivo per amare i brutti pilot è l’improvvisa consapevolezza che non è vero che solo i migliori ce la fanno: no no, è palese che è pieno di pessimi produttori, pessimi sceneggiatori, pessimi registi e attori, che riescono comunque a vivere di un lavoro per il quale evidentemente non sono tagliati. Il che significa che c’è sempre speranza per tutti.
E ultimo motivo per gioire della merda: il fatto che è più facile scrivere recensioni di cose molto belle o molto brutte. La via di mezzo ti lascia sempre un po’ indeciso su come procedere.

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Recensione vera e propria
È per questo, quindi, che mi sento di ringraziare The Outpost, nuova serie di CW che concorre a pieno titolo per l’ultimo posto della nostra classifica annuale.
Prima ancora di dire di che parla, una nota di colore: in una delle locandine dello show, presenti anche su imdb, viene detto che il creatore della serie è lo stesso di Stargate SG-1.
Peccato che non è vero.
I creatori di The Outpost sono Jason Faller e Kynan Griffin, che con SG-1 non hanno niente a che fare, e che invece sono gli orgogliosi creatori di Myticha, una saga di film fantasy a basso budget finanziati con kickstarter.
Lo ridico che magari non si è capito: una saga di film fantasy a basso budget finanziata con kickstarter.
Bello eh, tanta intraprendenza e voglia di fare, bravissimi, però non è che faccia sto gran curriculum.

Comunque: The Outpost racconta la storia di Talon, una tizia con incomprensibile nome maschile che appartiene a una razza vagamente elfica (per via delle orecchie) chiamata Blackblood. Quando era piccina, Talon ha assistito impotente alla distruzione del suo villaggio e allo sterminio di tutti gli amici e parenti. Si è salvata (anzi, è stata risparmiata) solo lei, ora è cresciuta e cerca vendetta. L’outpost del titolo è un luogo ai confini del mondo civilizzato dove Talon cerca informazioni su chi e perché ha ordinato la morte della sua gente. (Che poi si scoprirà essere un suprematista bianco uscito da un film distopico italiano degli anni Settanta, o dalla versione ugherese di Fantaghirò.)
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The Outpost è un fantasy, quindi l’ambientazione è vagamente medioevale, ci sono poteri magici misteriosi, creature mostruose, strani zombie con la lingua retrattile, insomma i consueti elementi del genere, declinati con qualche sfumatura diversa per cercare un minimo di originalità. Tipo che Talon aveva le orecchie da elfo, ma un po’ tirare all’ingiù. Quindi diciamo che i blackbood erano elfi tristi.

In The Outpost non funziona niente. C’è prima di tutto un problema di budget, speso quasi tutto per i costumi e zero per le scenografie. Talon e compagnia si muovono in set spogli e dozzinali, spesso al buio e pieni di fumo per mascherare la pochezza. Però sai, dalle ristrettezze possono venire grandi idee!
Come ormai avrete capito, niente neanche qui: la sceneggiatura è semplicemente atroce. Non tanto nelle premesse, quanto nell’effettiva scrittura dei singoli dialoghi e dei singoli snodi. Per dare un’idea del livello di piattume, basta citare le primissime battute del pilot, proprio le parole con cui i personaggi si presentano:
TALON (guardando di soppiatto un certo tizio losco): dov’è il mio drink?
AMICO DI TALON CHE TANTO MUORE SUBITO: sicura di voler percorrere questa strada?
TALON: Ho aspettato a lungo di poter trovare gli uomini che hanno ucciso la mia famiglia. Non me ne andrò certo ora.
AMICO ECC: E poi?
TALON: Poi avrò le mie risposte. E metterò le cose a posto.
AMICO ECC: Talon, niente potrà mettere le cose a posto.

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Lo sentite? Sentite quanto è basso il livello? Quanta fretta nel dire esattamente quello che sta succedendo, senza nemmeno un po’ di mistero, senza alcuna eleganza o raffinatezza? Tutto spiattellato, banale, didascalico ben oltre il disagio.
Tutto il resto del pilot è così, o peggio. Popolato da personaggi usciti direttamente da una versione fantasy de Gli occhi del cuore di Boris, tutti impegnati a farci sapere in ogni istante cosa stanno facendo e perché lo stanno facendo, a comparire sulla scena come se niente fosse, come se il loro ruolo nella storia non avesse bisogno di alcuna preparazione. Arrivano e basta, e fanno quello che c’è sul copione.

Per darci almeno un po’ di sollievo dalla fotografia pessima, dalle scenografie povere, e dalla sceneggiatura scritta sul cellulare durante un pomeriggio in piscina, arrivano scene d’azione senza mordente e una storia d’amore che è scontata anche solo per questioni di casting: lei e lui sono gli unici decenti.

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Alla fine, per trovare qualcosa di buono in The Outpost, devo fare il camionista coi calendari zozzi e restare qui, nel mero giudizio estetico della sua protagonista: sì, Talon, interpretata da Jessica Green, è piacevole allo sguardo.
Però se ci interessa solo quello c’è anche Pornhub, che in molti casi offre storie più intriganti di questa.

E allora via, crepi l’avarizia, diamo a The Outpost l’ultimo posto in classifica.
Peggio di
Troy Fall of a City? Sì, peggio di Troy!
Perché seguire The Outpost: solo per poter raccontare di essere sopravvissuti al pilot.
Perché mollare The Outpost: se tutte le serie tv fossero così, mi sarei dato al giardinaggio da anni.

 

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