9 Aprile 2019 5 commenti

Killing Eve – Senza pietà di Marco Villa

Ritorna Killing Eve, la nostra serie preferita del 2018. E ritorna con un episodio potentissimo.

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[ATTENZIONE: SPOILER GIGANTE SUL PRIMO EPISODIO]

Per Serial Minds, è stata la serie dell’anno del 2018, quindi il ritorno di Killing Eve non è un ritorno come tanti. Anche perché adesso arriva il bello, il bello e il difficile. La prima stagione di Killing Eve ha conquistato tutti per una lunga lista di motivi: la forza dei personaggi, l’originalità del tono, la freschezza che attraversava ogni scena e ogni episodio. Tutti fattori che, se fossero separati, basterebbero a rendere una serie degna di essere vista, ma che tutti insieme danno vita a un caso, a un titolo che si merita, appunto, un primo posto in classifica.

La seconda stagione di Killing Eve (dall’8 aprile su TimVision) parte senza introduzioni: siamo nell’appartamento di Villanelle, dove Eve ha appena accoltellato la sua avversaria. La killer ovviamente si sta già dileguando, ma anche Eve deve scappare da un trio di sicari russi che vogliono fare piazza pulita di tutto ciò che riguarda Villanelle. Inizia così una nuova situazione a distanza, mostrata in parallelo: da una parte abbiamo Sandra Oh e la sua Eve Polastri che fa ritorno a Londra, convinta di aver appena commesso un omicidio; dall’altra Jodie Comer e la sua Villanelle, in realtà più viva che mai e ansiosa di di mettersi sulle tracce dell’agente inglese.

E qui si torna alla prima stagione, ovvero a una netta dicotomia nel racconto, con le due protagoniste raramente insieme, eppure sempre connesse. È questa la difficoltà maggiore nella narrazione di Killing Eve, a maggior ragione nella seconda stagione: il rischio è che si crei una disparità di interesse tra la trama di Villanelle e quella di Eve. Che poi è una sola trama che andrà a incrociarsi, lo sappiamo, ma è fatta di tante scene singole. E Villanelle fa tabula rasa di tutto il resto, a cominciare dalla parte di primo episodio ambientata in ospedale, che è da applausi sotto ogni punto di vista: il racconto del suo non arrendersi mai, il sarcasmo che la contraddistingue, la parte comica data dall’infilarla nel pigiama coloratissimo di un ragazzino.

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E poi quello stesso ragazzino, presentato come essere più indifeso al mondo, con il volto sfigurato per le conseguenze dell’incidente stradale in cui sono morti entrambi i genitori. Disperato e senza prospettive, il ragazzino vede Villanelle come unico soggetto a cui legarsi, fosse anche per poche ore: è lei a dirgli che il suo viso è conciato malissimo, è sempre lei ad ascoltare la sua disperazione, fino alla domanda fatale. Il ragazzino le chiede se, in fondo, morire non sia un’opzione migliore di una vita come quella che gli si prospetta di fronte. E Villanelle, con il pragmatismo cinico e senza sentimenti che la contraddistingue, fa un calcolo di pro e contro e decide che sì, in effetti quella vita non è degna di essere vissuta e così, dal nulla, gli spezza l’osso del collo.

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Da zero a diecimila in un quarto di secondo e poi ritorno a zero, perché la forza di Killing Eve rimane sempre quella di riuscire ad adottare un tono che sa bilanciare ogni eccesso. Quando si assiste a questa uccisione, si rimane a bocca aperta, piuttosto sconvolti, ma bastano pochi secondi e l’immagine di Villanelle in pigiama da supereroe cancella tutto quello che abbiamo visto, anestetizza lo shock e ci fa ripartire. Sappiamo che è già successo tante volte nella prima stagione e che probabilmente succederà anche nelle prossime puntate, perché è uno dei tratti distintivi di Killing Eve. È davvero raro trovare una serie con un’identità così forte e allora gli elogi finali sono tutti per lei, per quella che – per noi è piuttosto chiaro – diventerà un nome sempre più centrale nella produzione audiovisiva dei prossimi anni: stiamo parlando di Phoebe Waller-Bridge, creatrice di Killing Eve e Fleabag, semplicemente un genietto.



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