31 Marzo 2020

Little Fires Everywhere: due grandi attrici per una bella miniserie di Diego Castelli

Reese Whiterspoon e Kerry Washington a capo di due interi mondi che si incontrano e si scontrano

Pilot

Nell’era in cui tutte o quasi le serie tv diventano disponibili legalmente anche in Italia, con poco o nessun ritardo rispetto alla messa in onda americana, Disney e Hulu cominciano a romperci un tantino le palle: Hulu perché sta cacciando fuori uno show più bello dell’altro, Disney perché, pur possedendo Hulu, non fa arrivare da noi serie che, siamo abbastanza certi, non verrebbero comunque acquistate con facilità dalle normali reti televisive europee (vedi Devs).
Oggi parliamo per l’appunto di una piccola chicca di Hulu, una miniserie che, a suo modo, potrebbe essere l’ideale per gli orfani di Big Little Lies, con cui condivide una protagonista e parte del titolo: Little Fires Everywhere.

Creata da Liz Tigelaar a partire dall’omonimo romanzo di Celeste Ng, Little Fires Everywhere inizia durante l’incendio in una bella casa borghese della ricca provincia americana, e subito va in flashback per raccontarci lo scontro fra due mondi: da una parte la famiglia bianca, perfettina e precisina di Elena (Reese Whiterspoon), che fa la giornalista ma soprattutto la moglie di Bill (Joshua Jackson) e la madre di quattro adolescenti; dall’altra la mini-famiglia nera di Mia (Kerry Washington), che fa l’artista e si sposta continuamente con l’unica figlia Pearl.
Quando Mia arriva nel vicinato di Elena, con l’idea di rimanerci il tempo necessario a fare qualche nuovo pezzo per poi ripartire, prende in affitto proprio un appartamento di proprietà di Elena, e quindi le due iniziano a vedersi spesso. Inevitabilmente, due modi opposti di concepire il mondo vengono a contrasto e scatenano un fuoco alimentato anche da una circostanza del tutto fortuita e per nulla semplice da gestire: Pearl, la figlia di Mia, si sente subito a suo agio nel mondo di Elena e comincia a manifestare insofferenza verso la vita raminga e poco stabile a cui la madre la costringe; all’opposto, Izzy, la figlia ribelle di Elena, mal sopporta la mania organizzatrice della madre e vorrebbe più spazio per essere indipendente ed espressiva, esattamente ciò che può offrirle Mia.

All’inizio si è fatto il paragone con Big Little Lies, che salta all’occhio per più di un elemento: il formato a miniserie; la presenza di Reese Whiterspoon in un ruolo non troppo diverso; l’ambientazione da “provincia ricca in cui non è tutto oro quello che luccica”; una ragnatela di segreti, bugie e piccole e grandi ripicche.
A cambiare però, è il genere: mentre Big Little Lies, per lo meno nella prima stagione, spingeva sull’acceleratore del giallo e del crime, Little Fires Everywhere è più drama e meno corale, incentrata com’è sulla relazione fra Elena e Mia, che rappresenta il fuoco centrale della narrazione.
Ed è proprio qui, in questo incontro/scontro di opposti (ma forse non così opposti) che si gioca buona parte dello spessore della serie che, per toglierci ogni dubbio, è roba di prima qualità.

Il motivo principale dell’interesse sta nel fatto che Little Fires Everywhere è molto meno scontata di quello che potrebbe sembrare. Nel mettere le pedine sulla scacchiera, infatti, la serie potrebbe far pensare a uno scontro razziale di tipo classico e perfino banale, con i bianchi privilegiati da una parte e la famigliola nera e disagiata dall’altra. La questione però (e fortunatamente) viene approfondita molto più di così. Perché Elena di dimostra subito una donna molto progressista, che si prodiga per aiutare Mia e la figlia, e che accoglie con grande favore la giovane Pearl in casa sua. Dall’altra, Mia è un’artista che ci viene dipinta subito come un po’ egoista, capace di sballottare la figlia dove le pare e piace, in base alle sue personali esigenze.
Sembrerebbe dunque una situazione ribaltata rispetto alle aspettative, ma ancora non è finita. Perché la serie aggiunge ulteriori strati: sì, Elena sembra mentalmente aperta e accogliente, ma ben presto scopriamo la sua compulsione per l’organizzazione e la sua difficoltà nel gestire diversità (come quelle cercata dalla figlia) che non abbia in precedenza vagliato e approvato. Insomma, una che è progressista soprattutto perché le piace considerare sé stessa tale, ma che nasconde comunque un certo senso di superiorità delle proprie scelte di vita rispetto a quelle degli altri. Mia, allo stesso tempo, è una madre che ha dovuto affrontare molti problemi, che ha fatto esperienza di razzismo vero e doloroso, e che per questo vuole proteggere la figlia anche oltre quello che, forse, sarebbe lecito fare per una ragazza che pian piano chiede di poter fare scelte per sé.
In ultima analisi, si arriva così a una chiusura del cerchio per cui le due donne, così apparentemente diverse, condividono però un senso della maternità molto protettivo, e che fanno calare dall’alto la propria idea di mondo su una generazione successiva di donne che, però, vorrebbe avere la loro stessa possibilità, cioè quella di scegliere in autonomia il proprio destino.

Little Fires Everywhere, dunque, mette insieme una molteplicità di temi molto sensibili, che attengono al femminile in particolare ma si allargano al razzismo e alle differenze fra le classi, e affida tutta questa carne al fuoco di due attrici di grande talento, che trovano subito una grande chimica: a Reese Whiterspoon e Kerry Washington viene infatti chiesto di costruire personaggi caratterizzati da forti e precise rigidità, ma che sappiano anche far emergere lati e sfumature più fragili, soprattutto quando a essere messo in discussione è l’amore che le loro figlie provano o dovrebbero provare per loro, e che le madri danno per scontato perché convinte (in questo sono identiche) che le loro scelte di vita sono state le migliori possibili e non potrebbero che essere riconosciute in quanto tali.
Al momento di scrivere questo articolo ho visto metà stagione (quattro episodi su otto), e l’impressione è che le tensioni sempre più accese e disturbanti non possano fare altro che crescere. A essere messe in dubbio non sono solo due identità, ma due interi mondi, due prospettive sulla vita che, nel momento della crisi, possono cambiare e migliorare, oppure collassare ed esplodere. E questo rende Little Fires Everywhere, semplice storia di due madri, un racconto che vale la pena di essere vissuto, nell’idea che anche noi, durante la visione, si possa mettere in discussione il nostro mondo, giusto per vedere se collassa.

Perché seguire Little Fires Everywhere: perché è un drama molto equilibrato, intelligentemente complesso e ottimamente interpretato.
Perché mollare Little Fires Everywhere: perché è un drama familiare e molto femminile (nei temi e nelle interpreti) e il genere deve piacere almeno un po’.



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