5 Maggio 2020

Normal People: un gioiello di amore, dolore e crescita di Diego Castelli

Con Normal People, Hulu e BBC Three prendono il romanzo di Sally Rooney e ne tirano fuori una storia d’amore di rara potenza, che vi lascerà boccheggianti

Qualche giorno fa ho recensito il pilot di Run, una serie incentrata su due personaggi e un vecchio amore di gioventù che li porta a scelte inaspettate, denunciando il fatto che, a mio giudizio, fra i due protagonisti c’era una chimica insufficiente per un racconto di quel tipo.
Ecco, per spiegare cosa possa davvero significare il termine “chimica” quando si parla del rapporto fra due attori sulla scena, d’ora in poi useremo come termine di paragone Normal People, nuova serie prodotta da Hulu e BBC Three, e tratta dall’omonimo romanzo di Sally Rooney (che in Italia trovate come “Persone Normali”).

Normal People racconta dell’amore e dell’amicizia fra due persone apparentemente diversissime, due ragazzi che frequentano prima lo stesso liceo irlandese, e poi la stessa università. Marianne viene da una famiglia molto facoltosa, in cui però manca completamente l’affetto. Connell invece è stato tirato su dalla madre che fa la domestica in casa di Marianne, e che compensa il poco denaro facendo davvero la mamma. A scuola Marianne è solitaria, asociale, sprezzante con i compagni, e viene presa in giro da tutto come una sfigata boriosa. Connell, invece, è una stella dello sport amata da tutti. Crescendo, le prospettive cambiano, ma restando opposte: all’università Marianne riesce finalmente a farsi degli amici e a essere riconosciuta per la sua intelligenza; Connell, che pure si iscrive alla facoltà di lettere con ottimi risultati, fa più fatica a integrarsi nel mondo adulto e cittadino, così lontano delle sue abitudini di provincia.
Ma se così tante cose li dividono, ce ne sono due che li uniscono: da una parte un costante male di vivere, che sfuma in modo diverso nei due personaggi, ma che continua a spingerli al di fuori della massa, costringendoli a combattere con un mondo interiore sempre in tumulto; dall’altra, una costante e irresistibile attrazione uno verso l’altra.

La storia di Marianne e Connell è una storia d’amore, ma Normal People non è una commedia romantica. È invece il percorso estremamente accidentato di due persone che trovano l’una nell’altra affetto, passione e sentimento, ma anche qualcosa di simile a un rifugio, come se Connell fosse l’unica persona in grado di far respirare Marianne, e Marianne l’unica donna capace di comprendere davvero Connell. Ma sono anche due personaggi che sabotano continuamente la loro stessa felicità, alla ricerca costante di qualcosa che nemmeno loro sanno cos’è, e che li porta ad avvicinarsi e allontanarsi continuamente.
La serie è dunque un percorso di crescita, in cui i due protagonisti si supportano, si aiutano, ma anche si danneggiano, imparando continuamente qualcosa su se stessi e sul mondo.
Le “persone normali” del titolo non sono l’oggetto della narrazione, perché Marianne e Connell normali non sono: sono invece un’aspirazione dei protagonisti, che anelano, ognuno a modo suo, a una normalità delle abitudini e dei sentimenti, costantemente minacciata da una mente troppo complessa, che li spinge a eccellere nei loro campi, ma anche a soffrire di un costante senso di spaesamento di fronte a un mondo che si muove in direzioni sempre diverse dalle loro.



Prima si parlava di chimica. Normal People è una serie molto europea, a cui importa relativamente poco della successione degli eventi (i 12 episodi non sono continuamente farciti di sorprese, non è quello il senso dell’operazione). Quello che conta è soprattutto la costruzione dei personaggi, del loro vissuto, della loro relazione. In questo senso, è necessario interrompere tutto quello che state facendo, alzarvi in piedi, e applaudire all’interpretazione di Daisy Edgar-Jones (Marianne) e Paul Mescal (Connell), e alla regia di Lenny Abrahamson (prima metà della stagione) e Hettie Macdonald (seconda metà).

Per un racconto così sfumato, con pochi eventi e molti sentimenti, era fondamentale che gli spettatori potessero percepire in modo chiaro e deciso tutte le emozioni in campo, e i due protagonisti sono semplicemente fantastici: ogni episodio è un’esaltazione della bravura di Edgar-Jones e Mescal, sui cui volti passano interi universi di contraddizioni, estasi e abissi. Il modo in cui Marianne freme ogni volta che Connell la sfiora, la fragilità costante che Connell nasconde sotto una patina di blanda sicurezza, la paura che Marianne ha della sua famiglia e di se stessa, e quella di Connell di rimanere fuori da un giro che nemmeno lui sa qual è. Soprattutto, il modo in cui i due si guardano, si ascoltano, si toccano, si respirano, un rapporto di una potenza fuori dal comune, la cui eccezionalità non esce mai dalla nostra consapevolezza, durante tutta la visione.

Tutto questo costruito, esaltato e sottolineato da una regia che ricerca continuamente gli sguardi, i volti, le mani che si allacciano e si allontanano, la fisicità dei corpi ora uniti, ora dolorosamente distanti e isolati. Normal People è anche una serie piuttosto spinta, dove si vede parecchio sesso, che però non è mai gratuito o ammiccante, perché è sempre strumento necessario per contrapporre il puro abbandono che Marianne e Connell riescono a sperimentare quando sono insieme (salvo eccezioni), contrapposto al caos emozionale del mondo esterno, ma da cui nessuno dei due sente di poter perennemente fuggire.

Nel mondo delle serie tv, che solitamente costruiscono universi molto ampi, pieni di personaggi, relazioni ed eventi, è raro vedere prodotti di questa immediatezza, così potenti fin dai primi minuti, eppure così semplici nelle loro strutture di fondo. Normal People è un viaggio appassionante, doloroso e malinconico, e non è per niente “divertente”. Ma per crescere, come spettatori e come esseri umani, ogni tanto è necessario buttar giù qualcosa di forte.
Consigliatissima.

Perché seguire Normal People: è una storia d’amore, ma così sfaccettata, potente e dolorosa, da lasciare spesso senza fiato.
Perché mollare Normal People: c’è pochissimo spazio per la leggerezza, e magari non è il periodo ideale.



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