22 Settembre 2020

We Are Who We Are – La serie di Luca Guadagnino è una rivelazione di Marco Villa

L’adolescenza come tempo della vita in cui non ci sono certezze e tutto deve essere costruito: We Are Who We Are, la serie di Luca Guadagnino

– Gli americani sono felici solo in America
– Ma questa è America.

A voler essere sintetici, We Are Who We Are può essere riassunta così, nei suoi due temi portanti: la ricerca del proprio posto nel mondo e – di conseguenza – della propria felicità. La prima serie di Luca Guadagnino (in onda su HBO dal 14 settembre e in arrivo su Sky Atlantic e NOW TV dal 9 ottobre) parte da un luogo: una base militare statunitense nella provincia veneta. È questo spazio senza definizione che fa da sfondo a un gruppo di adolescenti figli di militari: sono statunitensi nel DNA, nella mentalità e nei consumi culturali, ma appena escono di casa non trovano le strade solitarie del Kentucky o i campi del Texas, ma il dedalo di stradine e canali di Chioggia e l’Adriatico al posto di un lago o dell’Oceano.

Dentro i confini della base, è America: la toponomastica è statunitense, si vedono partite di baseball, i supermercati hanno prodotti e struttura americani, fuori c’è un confronto con un mondo che non parla inglese e con coetanei che hanno gli stessi desideri e impulsi, ma una forma mentis differente per farli avverare.



In particolare, i protagonisti sono due: Fraser (Jack Dylan Grazer), prototipo del ragazzino viziato, annoiato e indisponente, che arriva in Italia per via del trasferimento della madre (Chloe Sevigny), che diventa comandante proprio della base. A fargli da contraltare c’è Caitlin (Jordan Kristine Seamón), che invece è in Italia da anni, si sente più a casa del ragazzo, ma ha più di una questione aperte con se stessa. I primi due episodi della serie raccontano la stessa giornata, vista attraverso gli occhi dei due ragazzi.

Non ha senso entrare nel dettaglio di questi due episodi, perché di fatto non succede nulla di rilevante e il punto di We Are Who We Are è proprio questo: rinunciare a una narrazione concreta (passatemi il termine) e legata rigidamente ai limiti strutturali dei singoli episodi per seguire le fluttuazioni dei suoi personaggi. Fraser e Caitlin cercano un modo per riempire le giornate dopo le ore di scuola e attraverso questi impegni definire anche la propria personalità e sessualità, in una serie che ha nella fluidità uno dei propri temi portanti.

A voler fare un paragone acrobatico, vengono in mente i ragazzini dei film di Larry Clark, soprattutto di The Smell of Us. Le puntata di We Are Who We Are sono un lungo peregrinare seguendo gli spostamenti senza meta dei ragazzi, sottolineati da una colonna sonora che alterna rap, successi italiani e artisti di super-nicchia come il tedesco Klaus Nomi.

Nella serie, si ritrovano temi e toni di Call Me By Your Name, il film che ha fatto fare un ulteriore salto a Guadagnino in termini di credibilità e posizionamento internazionale. La possibilità di espandere il tempo del racconto, però, libera il regista (qui showrunner e sceneggiatore con Sean Conway, Francesca Manieri e Paolo Giordano) dalle strettoie del formato e dà ulteriore ossigeno alla sua capacità narrativa. 

Per come è fatta, We Are Who We Are è una serie di cui è difficile scrivere, ma per gli stessi motivi è davvero un piacere guardarla: era uno dei titoli più attesi del 2020 e per una volta le aspettative sono state ampiamente ripagate.

Perché guardare We Are Who We Are: perché Guadagnino fa suo il formato serie distruggendo quello stesso formato

Perché mollare We Are Who We Are: perché è Guadagnino al 1000% e qualcuno potrebbe storcere il naso

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