20 Maggio 2021

Hacks – Finalmente una serie che rende giustizia a Jean Smart di Diego Castelli

Ha vinto tre Emmy come attrice non protagonista, ma finalmente, dopo decenni, Jean Smart è la stella del suo show

Pilot

Ci sarebbero molti modi per iniziare una recensione di Hacks, nuova serie tv di HBO Max che racconta il rapporto fra una stella della stand-up comedy di Las Vegas, ancora famosissima ma all’inizio del viale del tramonto, e una giovane scrittrice comica che le viene affiancata per rinfrescare il suo materiale.
Ma forse il modo migliore è dare sfogo a un senso di liberazione: dopo tanta attesa, anche da parte sua immagino, finalmente qualcuno si è accorto che Jean Smart, vista in questi anni in moltissimi e riuscitissimi ruoli da non protagonista (in 24, in Fargo, in Watchmen, in Legion, in Mare of Easttown, senza contare i tre Emmy vinti per Frasier e Samantha Who?), meritava una serie in cui potesse essere la stella da mettere in locandina.

Quel qualcuno in realtà sono in tre, Lucia Aniello, Paul W. Downs e Jen Statsky, che creano, scrivono e dirigono una serie che racconta di Deborah Vance, star ormai non più giovane della comicità di Las Vegas, che si vede ridurre le serate settimanali nel suo solito palco in un prestigioso albergo per far posto a performer giovani che fanno tutt’altro rispetto alla comicità. Deborah ha avuto una lunga carriera ed è molto ricca, ma già nella prima scena del pilot, quando ci viene mostrata cenare da sola a casa insieme ai suoi cani, capiamo che per lei il lavoro non è certo un modo per fare la spesa, quando una passione che occupa la sua intera esistenza, senza la quale rischia di non sapere più cosa fare della vita.
Contemporaneamente, la giovane Ava (Hannah Einbinder) è una scrittrice comica che dopo una battuta troppo pesante sulla presunta pedofilia di un senatore si ritrova sulla fronte l’etichetta della piantagrane che è meglio lasciare in disparte. Caso vuole che il suo agente, che è anche l’agente di Deborah come suo padre prima di lui, veda a questo punto una doppia opportunità: abbinando Ava e Deborah riuscirà a trovare un lavoro alla prima e dare alla seconda la possibilità di svecchiare il proprio materiale grazie a un’autrice ancora grezza, ma di sicuro talento.

Non credo di fare un grande spoiler dicendo che il primo incontro fra le due non finisce benissimo, salvo poi trasformarsi in un’alleanza tanto imprevista quanto proficua per entrambi i personaggi.
Più interessante è mettere in evidenza alcune delle caratteristiche delle protagoniste, specie in rapporto al contesto.
Quello che salta all’occhio, guardando Hacks, è che ci troviamo di fronte due personaggi “maschili”, nel senso che il rapporto fra il vecchio mentore ormai affaticato e burbero, e il giovane apprendista troppo pieno di sé ma con talento da vendere, è un tipo di relazione solitamente declinata al maschile, che nella versione al femminile di Hacks assume sfumature nuove e più intense.
Se le caratteristiche di base delle due protagoniste sono infatti abbastanza “classiche”, il fatto che siano due donne nel mondo posticcio, godereccio, luminoso e volgarotto di Las Vegas, rende la loro unione non solo un racconto della relazione fra due persone, ma anche del loro sodalizio contro il mondo.

Lo si vede soprattutto in una scena in cui Ava, che ne ha già piene le ovaie di certi atteggiamenti dispostici di Deborah, la accusa di essere una abituata ad avere la pappa pronta, incapace di empatizzare con una persona in difficoltà. La risposta di Deborah, che riassume una vita di lotte continue e mai terminate per conquistare e mantenere una posizione che proprio all’inizio della serie viene messa in discussione, fa emergere la fatica compiuta da una donna per emergere in un mondo tipicamente maschile.
La cosa bella è che non è una riflessione pacchiana, non siamo cioè dalle parti del racconto edificante e smaccatamente femminista, che nell’urgenza di esprimere un messaggio politico finisce col diventare stucchevole. La faccenda è più sfumata di così, perché il messaggio inclusivo emerge dalle vicissitudini di due personaggi veri, concreti, scritti con profondità, che condividono alcuni tratti solitamente riservati a personaggi maschili per affermare un’idea di uguaglianza di sentimenti e sensazioni a parità di contesto: che tu sia uomo o donna (o altro), se vuoi fare comicità in un mondo come Las Vegas devi farti venire il pelo sullo stomaco, perché nessuno ti regala niente.

La stessa capacità di lavorare su due diversi livelli la troviamo anche nel tipo di intrattenimento offerto dallo show.
Da una parte c’è la comicità, intesa sia come lavoro delle protagoniste sia come divertimento per noi: è una comicità fresca, sofisticata, a volte orgogliosamente cinica o bastarda. A titolo di esempio c’è uno scambio (che traduco liberamente) che se non fosse scritto, diretto e pronunciato da donne forse avrebbe attirato qualche lamentela:
“Alcuni pensano che sia abbastanza dozzinale prendere in giro qualcuno per il suo aspetto fisico.”
“Lo pensano solo i brutti.”
Allo stesso tempo, sotto una buona dose di cinismo e di gusci che entrambe le protagoniste si creano per sopravvivere in un mondo difficile e spietato, troviamo anche la tenerezza di due persone che, in un modo o nell’altro, anelano a un contatto umano, una complicità, qualcuno con cui aprirsi e con cui riflettere.
Pur diversissime, Ava e Deborah sono entrambe donne sole, certamente orgogliose della loro capacità di opporsi autonomamente alle tempeste della vita, ma in fondo contente di poter fare un pezzo di strada con una persona che le capisca.

Tutto questo impianto comico, emotivo e filosofico non funzionerebbe se la sceneggiatura non fosse stata messa in mano a due attrici capaci di prendersi la responsabilità di portare l’intera serie sulle loro spalle, e qui torniamo all’inizio.
Jean Smart, che in molti casi abbiamo visto sfoggiare una certa beffarda ironia verso l’universo, qui affina ulteriormente la propria arte e ci offre una Deborah che è un meraviglioso miscuglio di opposti, utili a creare il ritratto di una donna che dalla vita ha avuto tutto ciò che desiderava, fra cui ricchezza e servitori, ma che mantiene una sua ruspante genuinità di fondo, senza la quale, peraltro, non potrebbe fare la comica. La scena più eloquente, in questo senso, ce la mostra nella sua magione in cui può permettersi di avere un distributore di bibite alla spina come si trova nei fast food (segno di opulenza smaccata, perfino volgare), senza per questo tirarsi indietro quando c’è da cambiare la bombola del gas ormai esaurita, che le impedisce di prendersi il suo bicchierone di coca light.
Hannah Einbinder, dal canto suo, non avrà l’onore della copertina della serie, ma riesce a creare una Ava che, come detto, è insieme molto simile e molto lontana dalla sua nuova mentore: il misto fra l’arroganza da giovane (wannabe) rampante e la fragilità di ragazza spiantata che sta per finire sotto un ponte, le danno uno spessore umanissimo che ce la rende subito, se non strettamente “simpatica”, per lo meno meritevole del nostro affetto.

Al momento di scrivere questa recensione erano disponibili solo due episodi di Hacks, quindi da qui a breve potrebbe anche peggiorare. Ma onestamente non ci scommetterei: è evidente che qui sotto c’è un progetto solido, un’idea precisa, e due protagoniste azzeccatissime per realizzarla, senza contare qualche bello scorcio del lavoro della stand-up comedy, intesa appunto come “lavoro vero”, per cui bisogna sudare su ogni parola.
Avanti così.

Perché seguire Hacks: per la sceneggiatura frizzante messa in mano a due attrici in stato di grazia.
Peerché mollare Hacks: se non vi interessa nemmeno lontanamente il mondo della stand-up comedy.

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