23 Giugno 2021

Kevin Can F**k Himself – La strana (ma meritevole) cugina di Wandavision di Diego Castelli

Niente superpoteri, ma Kevin Can F**k Himself propone un gioco di genere che va persino oltre quello che avevamo visto nella serie Marvel

Ok, probabilmente il titolo è un po’ fuorviante. Dove con “fuorviante” intendo “bieco modo di acchiappare clic su una serie che sennò non se la caga nessuno”.
Ciò non toglie però che, nel vedere il primo episodio di Kevin Can F**k Himself, nuova serie di AMC creata da Valerie Armstrong, il primo pensiero non possa che essere “ma guarda, come Wandavision“.
Non siamo nel Marvel Cinematic Universe, non ci sono streghe né androidi, niente effettoni digitali, e il respiro è molto più piccolo e di nicchia. Quello che troviamo, però, è la stessa voglia di stupire giocando con i generi televisivi e in particolare con le forme della sitcom multicamera, anche se l’approccio è quasi opposto: se in Wandavision la sitcom era il luogo in cui la protagonista trovava rifugio dai suoi traumi, in Kevin Can F**k Himself quella stessa sitcom è proprio il posto dove i traumi si formano.

Vediamo di spiegarcela meglio. La protagonista di Kevin Can F**k Himself è Allison (Annie Murphy, la Alexis di Schitt’s Creek), che è sposata con il Kevin del titolo, interpretato da Eric Petersen.
Allison è la moglie devota e servizievole del peggior prototipo dell’americano medio: un uomo bruttino, grassoccio, con gli occhi sporgenti, a cui interessa solo fare festa con gli amici, guardare lo sport in tv, dimenticarsi degli anniversari, prendere tutte le decisioni importanti da solo, comportarsi come se il mondo giri tutto intorno a lui, amare sinceramente la propria moglie, ma senza fare praticamente niente per dimostrarlo sul serio.
La vita di Allison, che lavora in negozietto di liquori, è piatta e scialba, senza prospettive, e si trascina su giorni sempre uguali in cui l’unica amica è la moglie del loro vicino di casa, una che comunque non è che sprizzi proprio gioia e simpatia da tutti i pori, perché anch’essa invischiata in quel mondo di bassa americanità senza speranze.
La svolta sembra arrivare quando Allison si rende conto che potrebbe spendere i soldi che lei e Kevin mettono da parte da una vita per comprare una casa in un altro posto, cambiare aria e provare a dare una scossa alle loro vite.
Se non fosse che Kevin, che ovviamente gestisce anche le finanze familiari, quei soldi ha sempre “detto” di averli risparmiati, ma non l’ha mai fatto veramente. E voi capite che se vostro marito fa già abbastanza schifo come essere umano, e poi vi tira anche uno scherzetto del genere, i pensieri che vi vengono saranno tutt’altro che positivi…

Questa è la base narrativa della serie: una donna insoddisfatta prigioniera di un matrimonio terrificante.
Ma la particolarità di Kevin Can F**k Himself non sta nel cosa, sta nel come.
Ogni volta che Allison è in compagnia di Kevin, quello che vediamo è un mondo da sitcom, nel vero senso del termine: impostazione teatrale, set super-illuminati, battutacce a ripetizione, risate finte in sottofondo, proprio tutto il cucuzzaro. E in questo mondo la pochezza umana e intellettuale di Kevin, di suo padre e dei vicini di casa diventa la principale base per le gag comiche, tutte giocate sulla loro sostanziale imbecillità.
Non appena Kevin esce di scena, però, cambia tutto: la serie diventa una dark comedy single camera in cui la fotografia si fa più scura e sporca, i tempi si allungano, la miseria diventa più visibile, e le risate vengono sostituite ora dal disagio, ora dalla rabbia.



All’inizio, d’istinto, si potrebbe pensare a un gioco stilistico fine a se stesso, senza contare che, comunque la si guardi, Kevin Can F**k Himself è rimasta un po’ fregata, in termini di impatto, dall’essere stata anticipata da Wandavision, che con toni e obiettivi diversi proponeva lo stesso gioco di alternanze visive.
Detto questo, però, il trucco di Kevin Can F**k Himself funziona eccome per quello che vuole raccontare. Molto presto ci si accorge che, in realtà, il discorso che imbastisce diventa più profondo e culturalmente più rilevante di una strega che semplicemente cerca di dimenticarsi che le hanno ammazzato TUTTI quelli che amava (povera stella, fra l’altro).

Nel mettere a confronto il mondo multicamera con quello single camera, il primo ci appare ancora più posticcio e finto di quanto già non appaia normalmente, e proprio in quell’inevitabile stridore la serie mostra non solo tutto il peso della condizione di Allison, ma anche l’ipocrisia di un certo, invecchiato sogno americano.
Da che mondo è mondo, la sitcom è un universo in cui tutto va bene, e anche quando non va bene ci si ride sopra. In questo contesto, un marito come Kevin, che ha molti difetti ma ci fa anche ridere, trova una specie di redenzione dalla sua pochezza per il semplice fatto di stare dentro una cornice dove, per definizione, nessuno soffre o se la prende mai sul serio. E per quanto raramente i mariti da sitcom siano così terrificanti, allo stesso tempo non è difficile vedere la somiglianza di quest’uomo con certi altri figuri da comedy americana, che se venissero trasposti nella vita reale non farebbero ridere per niente, perché sarebbero uomini da prendere a sberle ogni giorno (viene da pensare soprattutto a mariti animati che sono anche loro iperboli di un certo americanismo, come Homer Simpson o Peter Griffin).
In Kevin Can F**k Himself noi vediamo effettivamente quell’universo lì, ma vediamo anche quello che succede “dietro le quinte”, cioè scorgiamo il disagio di una donna che quando è in mezzo alla famiglia e agli amici è quasi costretta a stare al gioco, ma quando invece è da sola non può che riconoscere il proprio malessere.

Quella della sitcom, quindi, diventa subito una metafora potentissima per denunciare l’ipocrisia di certe vite “di facciata”, le classiche situazioni in cui, se qualcosa non ti sta bene, qualcuno ti dice “e fattela una risata ogni tanto”, finendo col far passare te come la persona sbagliata e noiosa.
Allison non ci vuole vivere nella sitcom, perché è proprio la sitcom – l’idea stessa della sitcom – a impedirle di sentire ciò che vuole sentire, dire ciò che vuole dire, e fare i progetti che sente necessari per il suo benessere.
Nella sitcom non ha scampo, perché nessuno può prenderla sul serio e, anzi, se non sa ridere delle sue sfighe viene additata come una frignona fastidiosa da cui sarebbe meglio stare alla larga.

Il trucco messo in campo da Kevin Can F**k Himself diventa allora uno strumento poderoso per denunciare molte storture che vanno ben oltre il singolo personaggio.
Si potrebbe parlare della condizione di Allison in quanto moglie e donna, completamente soggiogata da un marito che la manipola in modo perfino inconsapevole, perché supportato da una società che vede in lui il “capofamiglia” che diventa centro di gravità permanente.
Ma la serie mette in crisi anche il mondo che le sitcom vogliono rappresentare, cioè quella working class americana, massimo piccola borghesia, che per anni è stata raccontata come la miglior ricetta per la felicità, e che invece è adatta solo a chi vive per le birre alla domenica davanti al football.
Allargando ancora di più lo sguardo, poi, si arriva a una messa in discussione di tutta quell’impalcatura di ottimismo che da tanti anni ci viene vomitata in faccia, specie sui social. Quell’invito a ridere delle proprie sfighe e dei propri dolori, a considerare sempre e comunque che siamo più fortunati di tanti, insomma ad accettare una vita che magari non ci soddisfa, al grido di “potrebbe andare peggio”.

E attenzione, io che vi scrivo sono effettivamente una persona molto positiva, sono uno che pensa sempre che c’è chi sta peggio, e in generale mi considero un uomo portato per la serenità. Trovo però che faccia bene sentire anche l’altra campana, imbattersi cioè in una narrazione che voglia sottolineare anche altre necessità, non ultima quella di ribellarsi a una condizione che non ci soddisfa, anche quando tutti dicono che dovremmo accontentarci perché non possiamo avere (o magari non meritiamo) di più, che poi è l’approccio alla vita della vicina di casa di Allison, molto più intelligente dei due maschi della serie, ma seduta in una pozza di apatia e autocommiserazione.

Mi è venuto spontaneo dilungarmi su alcuni aspetti più “filosofici” di Kevin Can F**k Himself perché mi sembrano l’elemento più nobile di una serie che prova a sparigliare qualche carta per raccontare temi importanti in modo diverso.
In chiusura di recensione, però, mi pare anche giusto sottolineare che Kevin Can F**k Himself non merita attenzione solo per i suoi alti discorsi accademici, ma anche banalmente perché è una serie divertente. Quando fa la sitcom classica non è il massimo, ma forse è anche giusto così: se ci divertissimo troppo in quel mondo, poi ne verremmo a nostra volta inghiottiti e non vorremmo più uscirne. Invece, il suo massimo la serie lo dà quando la sitcom sparisce: non evapora anche la comicità, che però diventa molto più dark, molto meno consolatoria, e i sorrisi che la serie ci strappa nel seguire il tentativo di riscatto di Allison sono molto più cinici e amari, ma non per questo meno coinvolgenti.
Non credo che Kevin Can F**k Himself diventerà un capolavoro riconosciuto in tutto il mondo, mi sembra davvero troppo di nicchia. Però è una chicca di grande intelligenza, e sapete che alla fine qui a Serial Minds sono le cose che ci piacciono di più.

Perché seguire Kevin Can F**k Himself: l’alternanza fra sitcom multicamera e dark comedy single camera colpisce i sensi ed è anche perfettamente concepita a livello tematico.
Perché mollare Kevin Can F**k Himself: se non ci fosse stata prima Wandavision a giocare con strumenti simili, l’effetto sarebbe stato più forte.



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