31 Maggio 2023

È finita Succession, una serie che è già storia della televisione di Marco Villa

È finita Succession, è finita una delle serie più belle di sempre

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L’ultimo episodio di Succession è uscito in Italia il 29 maggio, su Sky e NOW. Per tutto il giorno ho avuto il terrore di beccare spoiler, ma con il senno di poi era evidente che sarebbe stata una preoccupazione inutile, perché non funziona così, Succession. Perché era evidente che l’unica possibile situazione fosse un estenuante ultimo giro della ruota delle sofferenze autoinflitte della famiglia Roy, sulle quali surfano da sempre i mediocri e gli inoffensivi.

E allora, proprio per andare contro lo spoiler, partiamo proprio dal finale. Dalle tre inquadrature che ci mostrano la fine dei fratelli Roy, incredibilmente simili a come erano nella prima puntata e allo stesso tempo – non potrebbe che essere così – tragicamente diversi. Kendall è distrutto, guarda il mare da un molo di Manhattan, probabilmente accarezza per l’ennesima volta il suicidio, per poi limitarsi a fissare l’orizzonte, mentre a pochi metri da lui Colin, l’autista del padre Logan, lo guarda, pesando le differenze con il genitore. 

Roman chiude invece sullo sgabello di un bar, con un Martini in mano. Sorride, amaro. Tra tutti, è quello che è cambiato di più nel corso delle stagioni, che si è allontanato dal ruolo di buffone di corte. O meglio, ha mantenuto l’imprevedibilità del buffone, ma a tratti ha esplorato territori di quasi-affidabilità, finendo per sembrare papabile per incarichi di responsabilità. Il finale lo riporta all’inizio, schiacciato da un senso di inadeguatezza che sfogava annichilendo a parole tutto ciò che lo circondava, un meccanismo di difesa che si è infranto clamorosamente nel primo istante in cui l’abbiamo visto a nudo, ovvero sull’altare della chiesa, quando ha capito che il padre era davvero morto. Da lì, un ritorno a una posizione di retroguardia, accompagnata dall’abbandono di qualsiasi battuta da maniaco sessuale: fateci caso, ancora nella nona puntata, a pochi minuti dal funerale, scherzava con Shiv sul fatto di essere il padre di suo figlio, nella decima non dice niente di fastidioso, rinunciando a uno dei suoi tratti caratterizzanti.

E poi Shiv, che in tutta la quarta stagione di Succession è stata allo stesso tempo un passo indietro e uno avanti. Indietro perché i due fratelli l’hanno sempre esclusa dalle posizioni cruciali, avanti perché poi si è comportata da vera burattinaia, riuscendo ad arrivare a un metro dal traguardo finale. Ecco, il suo finale è forse il più amaro dei tre, perché per restare attaccata al potere Shiv torna da Tom (di cui parleremo tra poco). Certo, c’è anche il piccolo dettaglio della gravidanza, ma al netto dell’ironia, si tratta davvero di un dettaglio, perché così è stato trattato dalla serie e dalla stessa Shiv. Se il fallimento di Kendall è tanto fragoroso quanto prevedibile, Shiv è stata forse l’unica che in qualche momento ha avuto delle possibilità di farcela, non fosse altro che per un’apparente maggiore stabilità a livello personale.

Invece, alla fine di Succession, quello che ce l’ha fatta davvero è il più vituperato di tutti. Quello che dall’episodio uno è il simbolo dell’inettitudine. O almeno è così che è sembrato a noi, perché, a conti fatti, nel momento in cui prende le redini e si insedia come CEO, Tom piazza 2-3 colpi che sono sensatissimi a livello di management: conferma Karolina e Gerri, nettamente la migliore del letto, mentre si sbarazzerà di Frank e Karl, che sono mentalmente in pensione da tempo, e di Hugo, che rimane una fantastica caricatura. È la sopravvivenza dell’invertebrato, che riesce a superare ogni ostacolo perché nessuno lo reputa pericoloso. Nemmeno Shiv, che già l’aveva sottovalutato nella terza stagione e che ora compie lo stesso errore, all’ennesima potenza. Il gelo che segna il loro darsi/non darsi la mano nel finale (un po’ una reprise del nome di Kendall sottolineato/cancellato) è programmatico: Tom era il marito di, ora è Shiv a essere la moglie di.

Succession è stata una serie in costante crescita, che nel corso degli anni si è imposta senza fuochi d’artificio, ma con una qualità media di scrittura che è ormai pressoché impossibile da trovare. L’abbiamo detto più volte, anche nei nostro podcast: il livello medio delle serie in circolazione è sempre più basso. In questo panorama Succession spicca, ma non è colpa del panorama, perché Succession avrebbe spiccato in qualsiasi panorama. È una serie superiore, che ha trovato nel suo stesso percorso i modi per migliorarsi. In questo senso, la quarta stagione è esemplare: nove episodi in cui unità di tempo e spazio sono una costante. Il risultato sono puntate densissime, in cui tutto è dominato da scrittura e interpretazione, con regia e montaggio a sottolineare a ogni scena il nervosismo e l’instabilità dei personaggi. È facile ricordare la puntata della morte di Roy, quella della trasferta norvegese, la lite di Shiv e Tom sul terrazzo, fino alla già citata e straziante puntata del funerale. 

E poi il finale, con vera tensione al momento del voto e soprattutto con il tristissimo pre-finale a casa della mamma dei fratelli. Tristissimo benché allegro, forse l’unica volta in cui entriamo nella dinamica tra i tre, in cui percepiamo come deve essere stata prima che diventassero adulti e come sarebbe potuta essere in una famiglia diversa. Tristissimo perché tutti noi, guardando quella scena, abbiamo avuto la certezza che sarebbe stata l’ultima volta che quei tre personaggi sarebbero stati così. Mancava solo il finale, ma di spoiler e sorprese, come detto, non era il caso di attenderne. In fondo sapevamo già come i tre sarebbero finiti. Non sapevamo come. Anche in questo, anche nel suo ultimo episodio, Succession ha confermato la propria grandezza. E adesso? E adesso il vuoto. Quello vero. 



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