29 Gennaio 2026

The Beauty – Ancora Ryan Murphy, un po’ meglio dell’ultima volta di Diego Castelli

Dopo l’orrenda All’s Fair, il prolifico autore torna con un’altra mattata delle sue, che in questo caso centra qualche bersaglio

Pilot

C’è stato un momento (appena dopo Nip/Tuck, fra Glee e American Horror Story), in cui Ryan Murphy era IL nome nuovo della serialità americana, un autore fantasioso e prolifico, capace di creare storie e atmosfere estremamente pop, ma con uno stile tutto personale e sempre riconoscibile.
Poi c’è stata tutta una fase in cui Murphy non era più un sogno, ma una solida realtà (semi-cit.), con una montagna di serie e miniserie piccole e grandi, alcune di nicchia, d’autore e “da premio” (Feud, Pose, The Politician), altre più generaliste e larghe (9-1-1 e spin-off), con tutte le sfumature nel mezzo.

Più di recente, mentre Murphy passava a Disney dopo una lunga parentela con Netflix, ecco qualche segnale di stanchezza, con il né carne né pesce di Doctor Odyssey, subito cancellata, ma soprattutto con il punto più basso dell’intera carriera di Ryan Murphy, cioè la terribile, TERRIBILE, All’s Fair.

Ebbene, dopo quel tonfo sonoro, inevitabile guardare la serie successiva con un po’ di sospetto, una roba tipo “Ryan, tutto bene o dobbiamo chiamare qualcuno che ti aiuti?”
Ecco, in questo The Beauty (disponibile su Disney+) rappresenta certo una ripresa, e un nuovo tentativo di Murphy di fare qualcosa che stupisca e provochi. Poi certo, non è più il 2010, e forse lo stupore non è più quello di una volta. Ma qualcosa per cui incuriosirci c’è.

The Beauty si apre con la super top model Bella Hadid che esplode. Cioè, non proprio subito, ma la vediamo prima in passerella, poi in preda a una sete violenta che la porta a menare chiunque pur di raggiungere una bottiglia d’acqua, e poi effettivamente esplodere.
Non male, come inizio, per quanto la scena sia in qualche modo goffa, virata a un’azione quasi da B Movie, non si capisce quanto consapevole e quanto no.

Poi arriva Evan Peters, uno degli attori feticcio di Ryan Murphy (già protagonista della fortunata serie su Jeffrey Dahmer), nei panni di un detective che, insieme a una collega/amante interpretata da Rebecca Hall, deve indagare su quella morte misteriosa, che non è la sola: altre bellone e belloni in giro per il mondo stanno morendo in modo assurdo, e i due detective saltano da paese a paese in cerca della verità (sfoggiando diverse lingue oltre all’inglese, italiano compreso).

Nel frattempo, giusto per farci capire che questa non è una storia in cui bisogna scoprire chi è stato a fare cosa, una trama parallela ci porta a conoscere Jeremy, un incel depresso e solitario che prima prova la strada della chirurgia estetica per migliorare il proprio successo con le donne (senza risultati), e poi viene infettato da un virus che lo trasforma in un figo pazzesco: questo virus, collegato a un miliardario di nome Byron Forst (Ashton Kutcher), è in realtà una droga dalle infinite potenzialità commerciali, ma che in una sua versione instabile e clandestina sta uccidendo la gente, costringendo il riccone a provare a contenere i danni, senza farsi scoprire dagli agenti dell’FBI.

The Beauty è un po’ thriller, un po’ commedia grottesca, e un po’ (ma forse soprattutto) un body horror in cui la bellezza del titolo (e dei titoli di tutti gli episodi, ognuno contenente la parola “beautiful”) diventa insieme un obiettivo/traguardo per i personaggi, ma anche una condanna e una maledizione.

Su questo, Murphy e Matthew Hodgson (co-creatore della serie) non vanno affatto per il sottile: l’ossessione di Jeremy per la bellezza e la validazione sociale lo conduce su un percorso in cui il miglioramento estetico viene raccontato come il passaggio da bruco a farfalla (con tanto di vera e propria crisalide), ma in cui la trasformazione non viene descritta come un bucolico e festoso miracolo della natura, quanto piuttosto come un passaggio doloroso fatto di ossa che si spezzano, chili di muco, e quella prospettiva finale di un corpo che brucia al proprio interno portando a una morte violenta.

In attesa di vedere gli altri episodi (la recensione è scritta dopo i primi tre, usciti tutti insieme con durate molto umane, evviva), la cornice culturale e di satira sociale della serie è dritta e precisa, né Murphy è mai stato uno eccessivamente criptico: ci viene raccontato un mondo di apparenza e di superficialità (a cui i due investigatori protagonisti non sono immuni, a partire dalla loro relazione casual), in cui ciò di cui ai personaggi importa di più non è effettivamente così importante, e anzi diventa presto pericoloso.
Il tutto con l’aggiunta di altre piccole e grandi sfumature di intrattenimento, a partire da un assassino prezzolato, Antonio (Anthony Ramos), che va a caccia di infettati e che da solo, nella sua metodica follia, rappresenta un 50-60% del divertimento dello show.

Inutile dire che la chiarezza e la “drittezza” (esiste sta parola?) di questi primi episodi rappresenta anche il rovescio della medaglia di tutta l’operazione.
Non che il tema dell’ossessione per la bellezza sia fuori moda nel 2026 (tutt’altro), però arrivarci in maniera così dichiarata toglie qualche potenziale strato di profondità, limitandosi a un messaggio troppo urlato.

C’è anche un certo e, mi sembra, consapevole effetto vintage, con una sfumatura fotografica e degli ambienti che rimandano a un cinema più vecchio, anni Settanta, che danno alla storia un respiro forse più universale, ma allo stesso tempo la portano a perdere certi riferimenti alla contemporaneità che potrebbero essere preziosi: in questa trama di virus che modificano il corpo ci sono pochi accenni a quella che è la vera ossessione moderna legata alla bellezza, cioè i social, i filtri di instagram, la finzione “a monte” del processo.

In più, c’è anche un piccolo problema di tempismo, che magari non riguarda tutti i potenziali spettatori e spettatrici, ma che quando si nota… beh si nota parecchio: The Beauty arriva poco meno di due anni dopo l’uscita di The Substance, il film di Coralie Fargeat, con Demi Moore e Margaret Qualley, che si concentrava in particolare sull’invecchiamento, più che sulla bellezza in sé e per sé, ma aveva fatto una certa sensazione con lo stesso approccio di The Beauty, cioè usando il body horror per raccontare un’ossessione personale e corporativista nei confronti dell’aspetto esteriore a scapito di tutto il resto.
Esiste un concreto rischio, per The Beauty, di sembrare troppo derivativa.

Vale la pena vedere come proseguirà questa prima stagione, che potrebbe riservare altre sorprese, però i pregi e i difetti di The Beauty sembrano già tutti sul piatto.
Ryan Murphy è uno degli autori televisivi che più di tutti lavorano anche sul visivo, non rinunciando mai a fare cinema in nome della classica preferenza televisiva per la scrittura.

In questo senso, The Beauty ha tanta personalità. Magari non stupisce come avrebbe potuto fare dieci anni fa, ma colpisce i sensi con forza perturbante, scatenando una curiosità morbosa che può essere più che sufficiente per rimanere incollati allo schermo.
La paura, però, è che sia anche un prodotto che, denunciando la superficialità e l’ossessione per la sola estetica, sia caduta essa stessa nel suo tranello, raccontando con stile barocco e ampolloso (e qualche volta pure trash) una storia e un messaggio che però, a conti fatti, non sono niente di eccezionale o particolarmente nuovo.
Diamole comunque un altro po’ di tempo, va.

Perchè seguire The Beauty: per lo stile consapevolmente esagerato e sopra le righe.
Perché mollare The Beauty: fosse uscita cinque o sei anni fa avrebbe fatto molto più effetto.



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