Heated Rivalry – Analizziamo un fenomeno di Diego Castelli
La serie che ha conquistato il mondo sbarca anche in Italia su HBO MAX, e bisogna parlarne
Sapevo che sarebbe arrivato questo momento, e ne avevo paura. Il momento di recensire Heated Rivalry, serie canadese creata da Jacob Tierney a partire dai romanzi di Rachel Reid, che prima del suo sbarco in Italia su HBO MAX ha già conquistato mezzo mondo, con stuoli di fan adoranti, al limite dell’ossessione.
Una serie che è un fenomeno mediatico dirompente e di cui io dovrò parlare anche male (non solo, ma anche). Che poi è il motivo per cui ho paura di trovarmi sotto casa simpatiche fanciulle brandenti pesanti mazze da hockey.
Scherzi a parte, Heated Rivalry è un prodotto con caratteristiche e un successo molto particolari, che si meritano un po’ di approfondimento, sapendo che al momento di scrivere questa recensione il suo risultato italiano è ancora effettivamente da chiarire, anche se di fan tricolore ce ne sono parecchi da ben prima che la serie approdasse ufficialmente anche qui.
Peraltro, in relazione all’edizione italiana e al suo doppiaggio c’è un inghippo tutto specifico di cui parleremo in coda.

Di per sé, e prima di diventare fenomeno, Heated Rivalry parte da una trama semplice e da un budget non particolarmente elevato. Senza contare che parliamo di un prodotto canadese che quando mai abbiamo visto serie canadesi diventare dei successi internazionali?
I protagonisti della storia sono Shane Hollander (interpretato da Hudson Williams), promettente giocatore di hockey canadese di ascendenza giapponese, e Ilya Rozanov (Connor Storrie), anche lui giocatore di brillante avvenire che arriva dalla Russia per giocare in pianta stabile in Canada.
La “rivalità accaldata” del titolo (scusate la traduzione tanto letterale quanto poco poetica) ha una doppia valenza: è accaldata nel senso di accesa, partecipata, sentita anche dalle rispettive tifoserie, che vedono nei due ragazzi il futuro dell’hockey e che, come tutte le rivalità sportive, accende confronti, corse verso i record, tensioni montate ad arte dalla stampa e quant’altro.
E però è accaldata pure in senso romantico-erotico, perché i due si piacciono, si piacciono parecchio, e si saltano addosso già a metà pilot.
Raccontando una storia i cui singoli capitoli coprono un intervallo di parecchi anni, Heated Rivalry è dunque innanzitutto il racconto di una relazione di amore, lussuria, eccitazione, perfino ossessione, che coinvolgendo due maschi famosi nell’hockey (mondo notoriamente abbastanza tradizionalista) si porta dietro tutta una dinamica di segreti, paranoie, timori, stress.
Da questo punto di vista, Heated Rivalry si inserisce nel genere cosiddetto BL, Boys Love, cioè una storia d’amore fra giovani maschi, genere battutissimo in Oriente (Giappone, Corea in primis) e meno in Occidente, ma su questo punto torniamo fra poco.

Da un punto di vista artistico, provando quindi a fare un’analisi con gli strumenti che sempre usiamo su Serial Minds per definire la “buona serialità”, e che poi sono quelli (pur legati a un ampio margine di soggettività) con cui componiamo la nostra classifica, Heated Rivalry è una serie del tutto media.
Lo è prima di tutto perché non racconta praticamente nulla che non sia la relazione fra Shane e Ilya, puntando tutto (ma veramente tutto) sulla chimica fra i due, e concedendosi un sacco di tempo per la messa in scena della tensione erotica che li unisce.
Il che è un approccio più che legittimo, naturalmente, e la chimica c’è davvero: Williams e Storrie funzionano alla grande, e riescono a essere convincenti sia nelle scene più hot, che sono veramente tante, sia nella rappresentazione del diverso approccio che i due personaggi hanno nei confronti di questa relazione clandestina, tendenzialmente più ritroso, spaventato e paranoico Shane, e più pragmatico, ribelle e provocatorio Ilya (con qualche altra sfumatura aggiuntiva su cui non ci dilunghiamo).
La regia li asseconda sempre, lavorando sugli sguardi, sui piccoli gesti, sui sussurri, a cui si alternano gli scoppi di passione più o meno occultata, nella costruzione di una continua tensione anche e soprattutto fisica e corporea (e son tutti dei discreti manzi, che non guasta).
Però c’è veramente poco altro a cui appigliarsi. Quella stessa divisione fra i due caratteri dei personaggi è quanto di più classico e già visto ci possa essere, e se regia e fotografia della serie cercano di darsi un tono da film d’autore, senza comunque produrre niente di particolarmente originale, quando poi si finisce a letto sembra di essere negli anni Novanta.
Il risultato è quello di dividere in modo netto fra chi si sente trasportato dalla passione amorosa dei protagonisti, e chi no, senza che ci siano altre sfumature di interesse. Per fare un esempio, non pensate di poter vedere qualcosa di davvero sportivo in questa serie sportiva, perché anche quella componente resta tutta sullo sfondo.
Soprattutto, è una serie che non racconta quella passione con chissà quale idea o invenzione che non si sia già vista in passato al cinema e in televisione, con l’unica vera differenza che qui i personaggi sono maschi, e ci torneremo a breve.

In realtà però, volendo andare un filino più sul tecnico, Heated Rivalry ha (o avrebbe) anche un altro problema molto specifico, legato alla sua scrittura. È una storia in cui c’è pochissimo conflitto, quando il conflitto dovrebbe essere il motore di qualunque narrazione (non perché ce l’abbia detto una qualche divinità, ma perché altrimenti non è interessante).
Qui ho il problema di scrivere questa recensione quando in Italia è disponibile un solo episodio, e non vorrei fare spoiler. D’altra parte, non credo avrò voglia di scrivere altri articoli su Heated Rivalry, quindi vediamo se riesco a cavarmela in qualche modo.
Proviamo a dirla così: nella prima stagione di Heated Rivalry, a Shane e Ilya in quanto coppia va sempre tutto bene. Gli unici conflitti che creino difficoltà ai personaggi stanno nella loro testa, nelle paure pregresse che hanno, nei pregiudizi introiettati con cui guardano (soprattutto Shane) la loro relazione dall’esterno. Poi sì, hanno anche qualche problema personale, specie Ilya, ma il fuoco dell’attenzione è sempre e costantemente sulla relazione, e da questo punto di vista si tratta di paranoie tutte mentali, che tendono a sciogliersi come ghiaccio al sole (chiedo scusa) appena vengono portate all’esterno.
Per fare un nuovo esempio sull’hockey: tutti sanno che quello dell’hockey è un mondo molto tradizionalista e “maschile tossico”. Ma nella serie questa cosa si vede o no? Mica tanto. O la sai da prima, o se no ciccia.

Si potrebbe fare parecchia ironia sul fatto che i canadesi sono troppo gentili per trattare male i loro personaggi, ma davvero questi due ragazzi non hanno nessun problema vero che non si siano inventati loro. E la cosa si vede, pure tanto. Ci sono scene ad alto potenziale di conflitto (e quindi ad alto potenziale di emozione, passione, interesse), che vengono risolte in un tarallucci e vino pressoché immediato, che rende la narrazione completamente superflua per tutte quelle persone (mi tocca dirlo di nuovo) che non si sentano già investite preventivamente nell’amore fra i due.
È in questa dinamica, pur all’interno di un prodotto evidentemente solido dal punto di vista del casting e della messa in scena, che Heated Rivalry rischia di rimanere confinata in un recinto piuttosto piccolo, con pochissimo da dire fuori dal ristretto sotto-genere cui appartiene.
Ed è questo il motivo per cui, a fine stagione, difficilmente troverete Heated Rivarly in posizioni particolarmente elevate della nostra classifica (fra parentesi, la serie dovrebbe finire nella classifica del 2025, ma la mettiamo in quella del 2026 seguendo l’uscita italiana, facendo uno strappo alla regola per un prodotto evidentemente importante).
Non accadrà perché, in termini artistici, Heated Rivalry non aggiunge granché a cose che abbiamo già visto in altre contesti e forme. Nel confronto con la serialità che ci solletica davvero il cervello, è imparagonabile a una The Pitt, a Pluribus, a A Knight of The Seven Kingdoms. Questo naturalmente nella mia percezione, nel mio gusto e nel mio interesse, perché chi si sentisse trascinato/a da Heated Rivalry, bene farebbe a metterlo in cima alla sua, di classifica. Ma d’altronde, almeno finché non cliccate altrove, siete a casa mia.
E qui però finiamo questo capitolo e ne apriamo uno completamente diverso.

La recensione sarebbe potuta finire qui, se Heated Rivalry non fosse diventata rapidamente un fenomeno mondiale. Ma siccome lo è diventata, bisogna parlarne, perché se la sua valenza prettamente artistica non raggiunge chissà quale livello, diverso è il suo posizionamento (e risultato) in termini commerciali, culturali e politici.
Dal punto di vista commerciale e di marketing, abbiamo accennato al fatto che Heated Rivalry si posiziona nel sotto-genere Boys Love, che in Occidente viene bazzicato poco, e spesso come trama accessoria dentro altre serie. Potremmo citare Heartstopper, la seconda stagione di SKAM, certe trame di Sex Education, senza contare famose serie apertamente queer come Queer as Folk o Love, Victor. Ma le persone appassionate di Boys Love, fra le quali ci sono molti esponenti della comunità LGBTQIA+ ma soprattutto tantissime donne etero, hanno come riferimento principale serie che provengono dall’estremo Oriente (per un approfondimento sul tema “alle donne piacciono le storie d’amore fra maschi”, vi consiglio questo bell’articolo del Post).
Se però consideriamo altri due elementi di Heated Rivalry, cioè l’importanza narrativa e visiva della componente erotica, e il fatto che la trama romantica non preveda particolari deviazioni nel disagio (alcol, droga, malattie sessualmente trasmissibili), ecco che la serie canadese diventa una specie di unicum.
In altri contesti e piattaforme ho già ricevuto inviti a notare la differenza fra Heated Rivalry e certe serie coreane BL, e l’implicazione è chiara: prendere persone che, pur di seguire un certo genere, se lo facevano “andare bene” all’interno di prodotti con ritmi, canoni estetici, e approcci culturali molto diversi dal nostro (come capita con le serie BL coreane), e dar loro in pasto una serie che appartenga allo stesso genere, ma dentro i codici delle serie occidentali, genera facilmente un entusiasmo aggiuntivo e abbastanza prevedibile (anche se gli stessi autori non si aspettavano un successo del genere, per loro stessa ammissione).
La vera originalità di Heated Rivalry sta dunque nel posizionamento di genere e cultural-geografico, più che nel risultato produttivo-artistico. Il suo successo si basa su uno switch percettivo: se uno ha sempre seguito le commedie romantiche più tradizionali, o i mille mila film d’azione sfornati da Hollywood, non sarà stupito dall’ennesima commedia romantica o dall’ennesimo film d’azione, a meno che non abbia qualcosa di originale da offrire. Ma se invece tu una commedia romantica o un film d’azione non l’hai mai visto, il primo decente che ti capiterà a tiro ti sembrerà straordinario.
Con Heated Rivalry succede più o meno questo: non è che sia, in generale, la miglior serie d’amore possibile al mondo, è che è un Boys Love, e di Boys Love dignitosi in Occidente ce ne sono proprio pochi. E dobbiamo pensare che da qui a pochi mesi o anni ce ne saranno molti di più, perché il fenomeno Heated Rivalry farà certamente scuola, visto che già fa brillare gli occhietti di tutti i produttori che cercano grandi successi con costi contenuti (che poi ci riescano è un altro discorso).

Se questa era la valenza (o se volete la furbizia) commerciale di Heated Rivalry, poi c’è il suo portato culturale e politico.
Non stiamo parlando di un prodotto apertamente polemico verso certi ambienti governativi, non è una serie militante in senso stretto. Ma è proprio quell’assenza di conflitto, che di per sé rappresenta un inevitabile “difetto” narrativo, a rappresentare invece una dichiarazione d’intenti, una poetica abbastanza precisa.
È stato lo stesso creatore della serie a dire che, per lui, Heated Rivalry è soprattutto la messa in scena del mondo come dovrebbe essere. Chi sostiene che le paure di Shane siano giustificate dalle pressioni che subisce dal mondo esterno, omette di dire che stiamo parlando del mondo esterno “reale”, non certo del mondo esterno raccontato da Heated Rivalry, che invece è un mezzo paradiso queer.
In questo senso, se volessimo usare un termine più tipicamente letterario, Heated Rivalry si sposterebbe dalle parti dell'”idillio”.
Non che lo sia del tutto (in letteratura e in poesia, l’idillio è praticamente privo di trama, è come un dipinto di contadini al tramonto), ma Heated Rivalry è un idillio nella misura in cui non c’è nulla di cui avere veramente paura, è una coccola verso una certa fetta di spettatori e spettatrici che vuole gustarsi una storia d’amore appena appena tormentata, ma che sanno non gli causerà traumi o delusioni. Le emozioni saranno tutte e solo positive, col rischio concreto di diventare zuccherose, ma con la consapevolezza di andare incontro a un bisogno preciso e molto primordiale, istintuale, basico.
In questo senso, e so di dire una cosa provocatoria, ma spero si capirà l’intenzione, Heated Rivalry funziona emotivamente come un porno. Nel porno non c’è conflitto, le persone si incontrano e fanno sesso, e chi guarda si eccita senza timore che succeda qualcosa di brutto. E il porno muove più soldi di chiunque altro, nel mondo dell’audiovisivo.
Heated Rivalry non è un porno, naturalmente, ma offre sensazioni simili (benessere, eccitazione, sogno di un mondo ideale) in una cornice meno esplicita, più sfumata, ovviamente più ricercata o, se volete essere cinici, paracula.

E poi c’è Jesse Kortuem.
Kortuem è un vero giocatore di hockey, che recentemente ha fatto coming out sottolineando quanto temesse di fare questa scelta in un mondo come è quello del suo sport, e di essere stato convinto proprio dalla visione di Heated Rivalry.
Testualmente, ha dichiarato: “So che molti uomini gay e ancora nel closet nel mondo dell’hockey sono stati profondamente colpiti dal successo di Heated Rivalry. Non avrei mai pensato nella mia vita che qualcosa di così positivo e pieno d’amore potesse nascere da uno sport così maschile.”
Di fronte a una dichiarazione di questo tipo (che conferma il tema dell’idillio), alziamo le mani. Che sia una certificazione di “qualità” o meno possiamo discutere, però dobbiamo riconoscere quanto una storia così, e così messa in scena, abbia avuto e stia avendo un impatto su un certo segmento di pubblico che giudica quella storia benefica, salvifica, perfino necessaria.
Chi ora chiede più storie come Heated Rivalry dalla serialità occidentale, probabilmente verrà accontentato/a per pure questioni di danaro, ma questo non significa che poi, in effetti, la cosa non possa portarsi dietro altri risvolti positivi.
Come a Serial Minds diciamo sempre, se una serie punta a un obiettivo specifico, e quell’obiettivo viene raggiunto, non può mai essere una brutta serie.
Quindi lunga vita a Heated Rivalry, uno show che mi ha annoiato a morte e di cui non guarderò nessuna altra stagione o spin-off.
Perché seguire Heated Rivalry: se guardate mezz’ora e vi sentite rapiti e affascinati, sarà tutto così.
Perché mollare Heated Rivalry: se guardate mezz’ora e vi annoiate, sarà tutto così.
PS Serve una piccola aggiunta per una questione tutta italiana. Heated Rivalary ha debuttato lo scorso 13 febbraio su HBO MAX con il primo episodio, che però non aveva il doppiaggio italiano, ma solo i sottititoli. Questo perché, dopo l’uscita del primo trailer nella nostra lingua, c’è stata una vera sommossa popolare, con centinaia di commenti negativi che, già a partire da quei pochi secondi, bocciavano il doppiaggio come insulso, piatto, banale, o espressamente errato, per esempio per il fatto che non conservava l’accento marcatamente russo del personaggio di Ilya.
Con un post sui social, HBO MAX Italia ha annunciato il rifacimento del doppiaggio, correndo ai ripari prima di ricevere troppa pubblicità negativa a pochi giorni dal lancio della piattaforma, e per un prodotto così atteso.
È una storia che può essere sia edificante sia inquietante. Edificante perché mostra come la passione del pubblico possa arrivare a far correggere storture ed errori, compiuti forse per pigrizia (la cosa del mancato accento russo è abbastanza grave). Allo stesso tempo, l’ossessione e l’isteria che possono portare così tante persone a lamentarsi del doppiaggio di un prodotto che evidentemente hanno già visto in inglese, beh, un po’ di inquietudine la lascia, perché per questo caso ci può anche andare bene, ma si inserisce nella più ampia casistica di fan più o meno nerd che pre-bocciano e pre-giudicano film e serie sulla base di una singola notizia di cast o di un singolo trailer (come è successo e succede con tutti i film accusati di essere woke, con l’Odissea di Nolan ecc ecc).
Forse, in generale, dovremmo stare tutti un po’ più calmi.
Ma sarebbe materia per un altro articolo.

