Yaga – Il Canada alle prese con sparizioni e streghe di Diego Castelli
Su HBO MAX una serie con Carrie Ann Moss che prova a giocare con generi e atmosfere, anche se non è Widow’s Bay
Una delle riflessioni che mi capita più spesso di fare, quando si parla di recensioni e critica, riguarda il fatto che tutte le recensioni sono soggettive. Poi certo, l’analisi di una serie, di un film, di un videogioco, può comporsi di elementi oggettivi, perché se una serie è tratta da un libro di cui cambia il finale, dire “la serie ha cambiato il finale” è un dato di fatto. Quando però arriva il momento di dire se quel cambiamento funziona, se è “bello”, se è “divertente”, ecc ecc, beh, l’oggettività va sempre a farsi benedire, a prescindere da quanto il critico di turno voglia far pesare la sua esperienza e formazione.
Un nuovo esempio di questa dinamica mi viene da Yaga, serie canadese ma che in Italia è arrivata su HBO MAX (con i primi due episodi, al momento di scrivere questa recensione). Sono due episodi che non mi sono piaciuti particolarmente, ma che invece vedo aver trovato un certo favore nel pubblico, o per lo meno un favore leggermente superiore a quello che mi sarei aspettato.
Allora adesso, visto che sono un blogger molto inclusivo (si dice ancora blogger?) vi dico di che parla sta serie (oggettivo), cosa non è piaciuto a me (soggettivo) e come mai invece è piaciuto ad altri (soggettivo loro).

La serie è creata da Kat Sandler, che l’ha tratta da una sua opera teatrale del 2019, e racconta la storia della sparizione di un ragazzo in un’altrimenti placida cittadina costiera. A indagare sulla scoparsa c’è la polizia locale, nella persona della sergente Carson (Clark Backo) che inizialmente non pensa nemmeno si tratti di una vera sparizione, e l’investigatore privato Charlie Rapp (Noah Reid), assoldato dalla famiglia dello scomparso.
In quella che sembra una normale storia di detection, però, entra la figura della dottoressa Katherine Hargrove, interpretata dalla Trinity di Matrix Carrie Ann Moss, che porta con sé un dichiarato elemento soprannaturale: il titolo fa riferimento alla leggenda slava della Baba Yaga, sorta di strega dei boschi (più cattiva o più buona a seconda delle singole storie) che nella serie parla in prima persona già nei primissimi secondi del pilot, togliendo ogni dubbio sul fatto che no, non stiamo vedendo un normalissimo poliziesco.
In realtà, i primi due episodi sono ancora abbastanza ancorati alla realtà, e gli elementi più “strani” della vicenda potrebbero ancora sembrare opera di qualche oscuro buontempone. Come detto, però, è la voce fuori campo della stessa strega a promettere anche altro oltre alla semplice investigazione.

Se non sapessimo che Yaga deriva da un’opera teatrale del 2019, potremmo pensare che si tratti di un rapido tentativo di sfruttare il successo di Widow’s Bay. Parliamo infatti di una serie in formato da comedy (quindi con episodi da mezz’oretta) in cui c’è uno spiccato elemento leggero, che si incarna in alcuni personaggi di contorno abbastanza buffi, ma soprattutto nella personalità di Rapp, un belloccio piacione che ci prova con qualunque creatura respiri e sembra incarnare quel certo stereotipo di protagonista apparentemente sciocco e superficiale, ma in realtà dotato di intelletto e prontezza di riflessi, che farà ricredere chiunque pensi si tratti di un cretino.
Poi intendiamoci, Widow’s Bay è una serie che dichiaratamente unisce commedia e horror, e Yaga non fa un’operazione così netta. Allo stesso tempo, non è nemmeno così horror come potrebbe, e gioca esplicitamente su un’atmosfera di chiara ambiguità, in cui elementi di generi diversi (c’è pure una punta di erotismo piuttosto palese) si mescolano alla ricerca di una sintesi originale, in attesa di sapere quanto questa storia possa diventare pazzerella, a fronte di un inizio sostanzialmente poliziesco.

E fin qui dovrei essere stato abbastanza oggettivo, perché la storia è quella, e le intenzioni della serie, almeno per questi due episodi, mi sembrano abbastanza chiare.
Il problema sta appunto nel giudizio. Per esempio, nel riconoscere l’intenzione di accumulare in Rapp le caratteristiche del personaggio carismatico e affascinante, a mio giudizio si esce abbastanza dal seminato: più che un brillante cazzaro, Rapp mi sembra un fastidioso erotomane, e il fatto che Carson, presentata come un’ufficiale tutta d’un pezzo, subisca il fascino di questa specie di ossessionato della patata, mi pare distonico rispetto ai caratteri di base del personaggio.
Allo stesso modo, il tentativo di rimanere ambigua con le sue varie atmosfere, mi sembra rischi di tramutare Yaga in un né carne né pesce nel quale non so come mi devo sentire in ogni dato momento. Non nel senso della tensione, ma proprio nel senso di “cosa volete da me, esattamente?” Devo aspettare il soprannaturale, rischiando che però non esploda nel modo giusto? Devo appassionarmi alla detection, sapendo che poi l’horror arriverà a togliere realismo all’investigazione? Devo tifare per un’inevitabile accrocchio romantico fra Carson e Rapp, oppure lui è semplicemente destinato alla clamidia.
Attenzione, non si tratterebbe di una bocciatura totale. Yaga si presenta come un prodotto agile nella fruizione e non privo di coraggio nella scrittura. Ne faccio proprio una questione di effettiva realizzazione a fronte delle buone intenzioni.
Poi naturalmente siamo anche all’inizio e bisogna vedere come evolve, ma se non esistesse Serial Minds non so se avrei voglia di dargli ulteriore fiducia, anche perché, in effetti, con Widow’s Bay mi sembra di aver già visto, poche settimane fa, una sperimentazione vagamente simile, ma realizzata con molta più classe.

Detto questo, per dovere di cronaca vi riporto anche un entusiasmo generale che mi sembra più positivo del mio. Dove io ho visto un protagonista maschile ridondante e spocchioso, altri hanno visto un investigatore diverso dal solito, più sciolto, frizzante e imprevedibile. Dove io rimango perplesso per un soprannaturale solo annunciato ma non ancora realmente mostrato, altri sono rimasti incuriositi (e ottimisti) proprio di fronte a un mistero che si prende il suo tempo per preparare bene l’esplosione dell’oscurità.
Una verità assoluta non c’è, e sia io che gli estimatori più entusiasti potremmo anche cambiare idea nel giro di pochi episodi. Poi certo, la classifica di Serial Minds la faccio io, e per ora Yaga rimarrà un bel tot sotto Widow’s Bay, ma non è detto che non possa stupirci da qui a poche settimane.
Però 14 Emmy no, dai, non li vincerà.
Perché seguire Yaga: cerca una formula agile per un misto genere che punta a soddisfare palati diversi.
Perché mollare Yaga: certe scene e personaggi danno l’idea di una serie che ci prova troppo a essere “diversa”, risultando stucchevole.

