Il recupero necessario – C’è tutta Hacks su HBO MAX di Diego Castelli
Hacks è un gioiello, e stavamo aspettando di sapere dove sarebbero approdate in Italia le ultime stagioni: sono arrivate tutte in una volta
Non è la prima volta, qui a Serial Minds, che ci capita di notare qualche problema comunicativo da parte delle piattaforme di streaming, che spesso non riescono a informare con la dovuta forza circa i loro prodotti di maggior pregio, e che più di una volta hanno mostrato di non saper valorizzare sulle proprie stesse home page certe novità molto importanti.
Con HBO MAX, ultima arrivata in Italia, sta andando più o meno allo stesso modo, perché ho dovuto aspettare un commento da parte di un ascoltatore del podcast Salta Intro (Ilario, lo salutiamo) per rendermi conto che sulla piattaforma erano state caricate tutte le cinque stagioni di Hacks, una serie di cui, in Italia, avevamo visto solo le prime due, arrivate su Netflix nel 2024.
Ora, io non ho la pretesa di essere sempre aggiornato su tutto, questo non è nemmeno il mio lavoro, e di certo può capitare che mi scappino cose grosse, però mi pare che un problema da qualche parte esista. Poi oh, ce lo diciamo solo perché siamo ancora all’introduzione. Perché in realtà, com’è, come non è, su HBO MAX è arrivata tutta Hacks, e bisogna (ri)parlarne.

Di Hacks avevamo parlato solo nel 2021, all’uscita della prima stagione, che usammo per rendere omaggio a un’attrice, Jean Smart, che in passato aveva ricevuto encomi e premi soprattutto in parti da non protagonista, e finalmente si vedeva concedere uno spazio da vera stella, anche se in una serie abbastanza di nicchia quanto può essere una meta-comedy incentrata sul mondo della stand-up, su una piattaforma ben nota ma comunque non la più diffusa al mondo (specie all’epoca).
Da allora sono successe parecchie cose. Un po’ perché, e fra poco approfondiamo, Hacks dovrebbe essere considerata una serie “di coppia”, visto che il personaggio di Ava, interpretato da Hannah Einbinder, è effettivamente la co-protagonista dello show. E un po’ perché Hacks, nel frattempo, è diventata una delle comedy più apprezzate dalla critica di questi anni, forte di molte nomination agli Emmy Awards e ben quattro vittorie consecutive per Jean Smart, che potrebbe portare a casa la quinta statuetta di fila alla premiazione che si terrà il prossimo 14 settembre (chissà se mi ricorderò di aggiornare questo articolo…).
Insomma, Hacks è diventata una pietra miliare della comedy seriale contemporanea, e vale la pena ricordarci perché, ora che possiamo recuperarla tutta senza grossi patemi.

In primo luogo, Hacks è una grande storia di amicizia. In un mondo seriale in cui è abbastanza raro trovare storie incentrate esplicitamente su una coppia (le serie tv tendono a focalizzarsi o su un solo personaggio, oppure ad aprirsi a una coralità più ampia), Hacks è primariamente il racconto di come due donne simili nell’egocentrismo e nell’ambizione, ma separate da abbastanza anni di età da appartenere a mondi molto diversi, riescano a costruire un’amicizia profonda che migliora la vita di entrambe.
A volte, questa dinamica ha rappresentato perfino un difetto: costretta a mostrare per cinque stagioni il tira e molla fra le due protagoniste, la sceneggiatura di Hacks è andata incontro a qualche ridondanza, dovendo raccontare il più delle volte non cose “nuove”, ma nuovi modi di raccontare cose già sentite (cioè, appunto, i bisticci e le riconciliazioni fra Deborah e Ava).
Queste ripetizioni, però, hanno avuto un senso che tutto sommato non è tanto diverso da quello di molte sitcom tradizionali, dove in effetti i caratteri dei personaggi non cambiano molto nel tempo e vengono più che altro adattati a nuove situazioni comiche. Dopo cinque anni di Hacks abbiamo sì l’impressione di aver seguito, qualche volta, dinamiche ripetute, ma siamo pure consapevoli del fatto che l’amicizia che abbiamo visto formarsi in questo percorso è qualcosa di vero, di profondamente umano, di tangibile, non solo una dichiarazione messa su carta.
È proprio nella continua ricerca di un compromesso fra le rispettive spigolature e bisogni (un po’ per scelta, un po’ per lavoro), che Deborah e Ava ci mostrano la nascita di una relazione vera, dove non potrà mai andare tutto liscio, ma in cui le differenze diventano strumento per entrambe di crescere, di aprirsi al nuovo, e pure, considerando che sono autrici comiche, di fare meglio il proprio mestiere.

E qui arriviamo al secondo motivo del successo di Hacks, specie presso certi addetti ai lavori. Nel raccontare i tentativi di Deborah di non finire in pensione prima del tempo, e quelli di Ava di emergere in un mondo molto difficile (specie per le donne), Hacks si prende molto tempo, a volte anche scene piccole ma significative, per mostrare il vero lavoro della creazione comica.
Al contrario, per esempio, di una The Marvelous Mrs. Maisel, in cui la verve comica della protagonista era molto istintuale, e la comicità emergeva quasi per magia, in Hacks vediamo all’opera un processo creativo che non è semplicemente uno “scherziamo insieme e segnamoci le cose”, ma è proprio un processo linguistico molto preciso, di ricerca di temi, parole, sfumature, toni. Deborah e Ava hanno scelto il mestiere della risata, ma mentre esercitano quel mestiere non ridono, perché la creazione di una battuta efficace dipende da tanti fattori che vanno considerati in maniera professionale.
Forse non l’avevamo mai vista una serie che “spiegasse” in modo così chiaro e costante al pubblico come funziona quel mondo, a cui ovviamente dobbiamo aggiungere tutto l’elemento della macchina dello show business: tanta parte della storia di Hacks riguarda agenti, location, contratti, accordi, trattative, insomma tutto un elemento di stress sulla strada del successo, che ancora una volta descrive con precisione l’elemento puramente professionale e lavorativo della comedy americana.

Terzo e ultimo di questi macromotivi di interesse, è l’elemento femminile e femminista. Hacks non racconta la storia di un permorfer e del suo autore, benesì di una performer e della sua autrice.
In un mondo della stand-up che è tuttora dominato dai maschi, in termini quantitativi, Hacks è anche il racconto di come due donne di generazioni molto diverse devono lottare per emergere in un ambiente che spesso e volentieri le considera due o tre tacche sotto gli altri semplicemente perché non hanno un pene.
C’erano molto modi “sbagliati” di raccontare questa componente, nella misura in cui poteva diventare una continua lezioncina femminista che poteva anche essere condivisibile a livello etico, ma poco divertente/interessante in termini narrativi.
Per fortuna, Hacks non cade quasi mai in questa trappola. Non solo perché le battute e le gag si susseguono sempre a un ritmo tale per cui sarebbe difficile infilarci un unico discorsone pesantone. Ma anche perché è la stessa natura della relazione fra Deborah e Ava a creare uno scenario più sfumato.
Deborah è cresciuta in un mondo ancora più patriarcale e maschilista di quello di Ava, ci si è fatta le ossa, e ha internalizzato molte dinamiche tossiche che si trova a ripetere o minimizzare, così che Ava debba aiutarla a scrostarsi di dosso un po’ dello schifo con cui Deborah ha imparato a convivere. Allo stesso tempo, Ava ha assimilato una certa verve da lotta perenne che spesso si mette in mezzo alla creazione comica, impedendole di maturare il cinismo necessario per superare le sfide più piccole e avere così la possibilità di dedicarsi a quello che conta davvero. In questo caso è ovviamente Deborah a diventare mentore, permettendo ad Ava di crescere sotto il profilo professionale, senza per questo dimenticare ciò in cui crede.
Insomma, anche da questo punto di vista, quello del racconto delle donne nel mondo dello spettacolo, Hacks riesce a costruire un tono franco, aperto, politicamente orientato ma non per questo perbenista, consapevole ma non stucchevole. E si finisce a fare un tifo vero per le protagoniste non perché siano campionesse mondiali di morale o bravura, ma perché sono creature imperfette come tutti noi, mosse da passione, ambizione e amicizia, ma sempre pronte a inciampare, cadere e rialzarsi.

E finora ci siamo concentrati solo sui due personaggi principali, anche se dovremmo aggiungere che sono diverse le figure di contorno assai riuscite, su tutte direi Jimmy (Paul W. Downs) e Kayla (Megan Stalter), che rappresentano il lato “di agenzia” delle due protagoniste e ne riproducono in parte le dinamiche, pur con toni molto diversi: sono due persone diversissime ma che trovano completamento e amicizia l’una nell’altro, nonostante Kalya sia un’adorabile, meravigliosa matta da legare.
Ma potremmo citare anche Deborah Jr. (Kaitlin Olson), la disastrata figlia di Deborah, o certi “cattivi” come Bob (Tony Goldwyn) che servono bene come ostacoli che la protagonista deve superare non solo nel suo percorso di affermazione professionale, ma anche come donna che possa metterla nel sacco agli uomini che vorrebbero comandarla o sfruttarla.

Hacks non è necessariamente la comedy più “divertente” su piazza, quella in cui si ride di più. E d’altronde è una comedy di HBO, che nella sua tradizione con questo genere ha sempre lavorato su prodotti più raffinati, sottili, ricercati, a volte perfino perfino troppo, con il rischio di sembrare un po’ snob.
È però una serie che ha tanti livelli di lettura e di interesse, che siano professionali, sociali, politici, o semplicemente umani. È una serie che fa ridere ma anche riflettere, come si dice in questi casi, e che raggiunge però anche uno scopo tipico di prodotti dichiaratamente più pucciosi: quello cioè di farci amare dei personaggi che non sono nemmeno così “simpatici”, ma che nel mostrare i loro dubbi, fragilità e ambizioni ci parlano a un livello più profondo, in cui possiamo ritrovarci, e in cui possiamo sperare, se già non ce l’abbiamo, di vivere un’amicizia così. Un’amicizia non per forza facile, ma che ci renda migliori.
Insomma, se non l’avete mai guardata, o se vi siete fermati alle prime due stagioni che erano apparse su Netflix, sappiate che ora Hacks è completamente disponibile anche in Italia, e sarebbe un peccato lasciarsela scappare.
