5 Marzo 2026

DTF St. Louis – Un brutto titolo per un buon esordio di Diego Castelli

Nuova serie originale di HBO MAX, e nuovo show che merita attenzione, ma pure solo per il cast guarda

Pilot

Devo confessare che la prima volta che ho sentito nominare DTF St. Louis, nuova serie di HBO MAX, ho subito immaginato uno scenario che in realtà non c’entra nulla con lo show effettivo. Avevo pensato a una qualche forma di procedural con protagonista chissà quale squadra speciale di St. Louis, impegnata a risolvere casi criminali affidati alla “Defense Task Force”, o qualcosa del genere.
Il che era pure strano, considerando che HBO solitamente non si occupa di serie di quel tipo, a meno di virarle in qualche modo all’autorialità stile True Detective.

Ecco dunque la mia sorpresa (ma fino a un certo punto), nello scoprire che il titolo si riferisce non a una squadra speciale, bensì a un’app di dating, e che “DTF” sta per “Down To Fuck”, ovvero “pronto a scopare”.
Ok, ora mi torna e possiamo procedere. Anche se continuo a pensare che sia uno dei titoli più cacofonici che ho mai visto.

Creata da Steven Conrad (già padre di Patriot di Prime Video, serie di nicchia ma cult assoluto per i suoi estimatori), DTF St. Louis ha per protagonisti Jason Bateman (Ozark, Arrested Development), David Harbour (il Jom Hopper di Stranger Things) e Linda Cardellini (ER, Dead To Me), impegnati in uno strano triangolo.
Qui si pone una curiosa questione di spoiler: i trailer e le sinossi ufficiali della serie sono piuttosto espliciti riguardo diversi avvenimenti del pilot, che però di per sé è costruito in modo tale da trattare alcuni di quegli eventi come sorprese, quindi non so bene come approcciare la cosa.

Per dirci lo stretto indispensabile, ma non potendo schivare uno specifico twist, Bateman interpreta un presentatore del meteo (Clark) che fa amicizia con il personaggio di Harbour (Floyd), interprete della lingua dei segni. Da questa amicizia deriva anche la tentazione di provare un’app di dating particolarmente frizzante, se non fosse che a un certo punto arriva il fattaccio: Floyd viene trovato morto.

Da lì parte il mistero, indagato da due detective molto diversi (Richard Jenkins e Joy Sunday) uniti in una strana coppia chiamata a investigare su segreti, non detti, scheletri nell’armadio. E se pensate che Harbour sparisca subito, visto che muore a metà pilot, ovviamente non è così: la serie salta continuamente fra presente e passato, per svelarci piano piano tutti i dettagli di un grosso puzzle criminoso e disagiato di cui all’inizio non riusciamo a vedere bene i contorni.

Se dovessimo limitarci al suo concept nudo e crudo, DTF St. Louis non sarebbe granché originale. Un drama thriller con sfumature criminali e morbose, certamente impreziosito da un gran bel cast, ma potenzialmente già visto.

A fare la differenza è lo stile e il tono, come d’altronde dovremmo aver impartato da Steven Conrad, che con Patriot aveva creato una spy story mooolto sui generis, con un protagonista stressato e complessato, complicazioni burocratiche, malinconie varie e l’impressione di stare guardando una commedia nera e pessimista molto più che un action o un thriller nel comune senso del termine.

DTF St. Louis, almeno a giudicare dal pilot, non sembra arrivare allo stesso livello di sperimentazione di Patriot, ma la commistione di generi è ugualmente presente e molto netta. C’è un’ironia diffusa, che non significa comicità, ma piuttosto un costante, sotterraneo sberleffo sulla pochezza umana dei suoi personaggi.
È una dark comedy, a conti fatti, dove protagonisti che si credono molto scaltri scoprono che non lo sono, e dove il classico carisma ombroso dei detective è sostituito da figure magari ugualmente competenti, ma che concedono più spazio al buffo, alla battuta sottile, al ghigno trattenuto.

Questo non significa che la trama di DTF St. Louis non sia intrigante, e che non conti la voglia di scoprire cosa è successo e perché. Il miscuglio (pure qui) fra crime e intrigo sessual-amoroso, con al centro la figura di una vittima buona e paciosa che chiedeva solo di essere un buon patrigno, funziona anche di per sé, pur senza stupire.
Ma è proprio questa sottile patina di assurdo, di potenziale grottesco, ad aggiungere un elemento di divertimento ma anche di tensione ulteriore, perché stiamo guardando una serie che potrebbe prendere più pieghe diverse rispetto a quello cui siamo abituati.

E una nota finale va riservata proprio al cast. Questa ambiguità di cui abbiamo parlato finora trova perfetta concretizzazione nei volti che vediamo sullo schermo, perché Jason Bateman ha proprio quella faccia da ingenuotto-che-forse-è-viscido, così come Jenkins e Sunday interpretano perfettamente due alternative contrastanti di detective (il bianco esperto ma stanco, e la giovane nera arrembante ma forse troppo fumantina). Pure David Harbour, che negli ultimi anni abbiamo tifato in versione poliziesca e militaresca, si cala benissimo nel marito e patrigno insicuro, grande e grosso ma goffo nei sentimenti.
I vari piccoli twist, compreso quello finale del primo episodio, fanno il resto.

Diciamo così: per non ci stracciamo le vesti urlando alla rivoluzione, ma questa DTF St. Louis andrà certamente tenuta d’occhio.

Perché seguire DTF St. Louis: per lo stile intrigante, il bel cast, e la sensazione che possa diventare qualunque cosa.
Perché mollare DTF St. Louis: chi ama i thriller/gialli più “dritti” potrebbe trovarla inutilmente strana.

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