Super Market – La comedy firmata da Il Terzo Segreto di Satira di Diego Castelli
Il collettivo di autori comici approda su Prime Video con una sitcom ambientata nel mondo dei supermercati, con un risultato altalenante
Io non vado molto spesso a fare la spesa nel senso tradizionale del termine, perché preferisco farla online. Ma ciò non toglie che andare fisicamente al supermercato, nonostante il disagio di parcheggi, code, casse non funzionanti ecc, si porta dietro anche alcuni vantaggi.
E no, non sto parlando della varietà di prodotti e della possibilità di tastare le mele prima di metterle nel sacchetto. Parlo del fatto che il supermercato è uno dei luoghi che, per loro natura, diventano calderoni pieni di un’umanità buffa, stravagante, curiosa, spesso memorabile.
Lo sanno bene gli olandesi Michael Middelkoop, Manju Reijmer, Paul de Vrijer e Jard Struik, che per il loro paese idearono il format di una commedia seriale ambientata proprio in un supermercato, e lo sanno bene anche i membri del collettivo Il Terzo Segreto di Satira, che dopo la regia di tre film (l’ultimo è Ricomincio da taaac, uscito nel 2024) hanno adattato quella serie per Prime Video, con sei episodi prodotti da Banijay Italia e arrivati sulla piattaforma pochi giorni fa.
Oggi parliamo di Super Market.

Il concept non è difficile da immaginare. Siamo in un piccolo supermercato Eury, una catena sfigata tipo discount, in cui un direttore egoriferito ma abbastanza incapace (interpretato da un veterano del Terzo Segreto, Alessandro Betti) guida una masnada di dipendenti di dubbie capacità e molte stranezze, a cui nel pilot si aggiunge un nuovo arrivato, Edoardo (che ha il volto del comico e youtuber Tommaso Cassissa), che diventa il punto di vista privilegiato con cui anche gli spettatori riescono a entrare in questo microcosmo pericolante e vagamente cringe.
Oltre alla costruzione di un certo numero di gag mordi e fuggi, legate a singoli incidenti o alle specifiche caratteristiche di questo o quel personaggio (dal fattone Filippo al senzatetto Max, dalla scansafatiche Sonia alla temibile capoarea Cristina), la sceneggiatura prova a costruire anche qualche linea orizzontale più continua, prima fra tutte quella dedicata alla sopravvivenza in sé e per sé del punto vendita, sempre a rischio chiusura, accanto alla quale va citata per forza la potenziale storia romantica di Edoardo con Martina, l’unica altra dipendente del supermercato che potremmo considerare “non così bizzarra”.

Dalle reazioni che ho visto in giro, a proposito di un elemento su cui non posso dare un’opinione personale, Super Market sembra avere un pregio specifico che risulta meno evidente ai più: sarebbe infatti molto più realistico di quello che lo spettatore medio potrebbe pensare. La vita precaria del supermercato, quel destabilizzante senso di mancanza di prospettive, l’impressione di essere solo un microscopico anello di una lunga catena che può facilmente fare a meno di te, ma anche la pura e semplice fragilità di strutture, procedure, professionalità, che rendono il punto vendita molto meno scintillante di quello che vorrebbe essere da fuori: sono tutte caratteristiche su cui i lavoratori della grande distribuzione sembrano trovare immediato riscontro e conseguente simpatia per una serie che riesce a metterle in luce.
In più, quel senso di fragilità diffusa, potenziato dalla location provinciale e fuori dal mondo (la serie non ha ambientazione dichiarata, ma è stata girata a Cinisello Balsamo, vale a dire a casa mia, il che mi dà sentimenti contraddittori sulla faccenda), concorre alla spinta opposta da parte dei personaggi: parliamo dell’istinto, sempre più evidente con l’andare degli episodi, a fare effettivamente gruppo, a trovare una qualche forma di comunità, per quanto raffazzonata e disfunzionale, all’interno di un meccanismo capitalista altrimenti spietato e glaciale.
Il che, naturalmente, facilita il fiorire di un certo affetto per questa massa di sfigati.

Il rovescio della medaglia però esiste ed è molto più tecnico. Super Market è una comedy piena di gag, e dovrebbe far ridere spesso, ma questo avviene meno di quanto gli autori sperassero. Per dirla in altro modo, la qualità prettamente comica è estremamente altalenante.
In parte è un problema di scrittura, con alcune situazioni e battute più riuscite e altre decisamente meno. Per esempio, mi chiedo se nel 2026 si possa ancora basare la quasi totalità di un personaggio sul suo essere un fattone. Voglio dire, non c’era davvero niente di più originale su cui lavorare?
E in parte è una questione di recitazione e gestione dei tempi comici. In questa serie c’è effettivamente un campione da imitare, che è Alessandro Betti. In uno show che sembra richiamarsi chiaramente a Superstore (per l’ambientazione) ma anche a Camera Cafè (per l’adattamento italico), senza neanche scomodare Boris, il direttore Enrico sembra chiaramente ispirato al Michael Scott di The Office, cioè un capo convinto di essere chissà chi, che pensa di rappresentare il perfetto equilibrio fra il boss inflessibile e il leader carismatico capace di ispirare, ma che è fondamentalmente un cretino.
Betti lavora benissimo su di lui, prendendo le (spesso buone) battute sul copione, e giocandosela poi sul ritmo e sui tempi comici, quasi sempre iniziando discorsi altisonanti che poi il personaggio deve castrare, rimodellare, rifuggire, quanto il contesto gli sta mostrando quanto sia in errore. In questi casi, se riconosci il punto preciso in cui devi dire la tua battuta, fai ridere, altrimenti sbagli tutto, e Betti non sbaglia quasi mai.
Peccato che altri non siano al suo livello. Non lo è la “star” Cassissa, abbastanza monocorde, e non lo è Katia Follesa, che è pure una brava comica da Zelig, ma la recitazione tout court non sembra esattamente cosa sua. Più in generale, il livello può essere anche accettabile in più punti, ma in altri invece la comicità procede stancamente, spesso in maniera prevedibile, e senza soluzioni granché creative ai problemi che vengono costruiti, a parte quando vengono usate in modo abbastanza intelligente alcune guest star giocherellone come Turpopaolo o Frankie hi-nrg.

Il risultato è una serie tutto sommato sufficiente, la cui prima stagione consta di soli sei episodi da mezz’oretta che si possono anche vedere con facilità. Tuttavia, visto che prima abbiamo fatto qualche paragone, non si avvicina a certi capisaldi della comicità italiana più o meno recente (perché Boris, zitta zitta, è di quasi vent’anni fa).
Se dovessi fare un ultimo paragone con una produzione effettivamente molto recente, e con una genesi tutto sommato simile (cioè con la firma di un gruppo di autori comici diventati famosi su internet), per quanto mi riguarda Pesci Piccoli dei The Jackal è superiore, per recitazione, regia, e anche capacità di tirare fuori qualche emozione meno comica, pur in una struttura un po’ troppo ricorsiva, come evidenziavamo nella recensione dell’epoca. anche Call My Agent Italia sta un gradino sopra, anche se lì il genere si sposta un po’ di più verso una comedy di più ampio respiro e meno orientata sulle continue gag.
Super Market resta un prodotto con i suoi momenti riusciti e, come detto, con una posizione solida nel racconto del presente. Però ecco, dubito potrà rappresentare un prima e un dopo della comicità seriale italiana.
Perché seguire Super Market: il microcosmo da discount racconta bene una certa Italia odierna.
Perché mollare Super Market: in termini puramente comici, la qualità è molto discontinua

Dunque, aspetta che cerco un modo per collegare una comedy italiana di Prime Video, al fatto che dovreste comprare il mio romanzo science-fantasy su Amazon.
Mmm… in questo momento il collegamento mi sfugge, ma voi acquistatelo qui, poi quando l’avete letto magari mi suggerite un collegamento.

