Neagley – Lo spinoff di Reacher regge anche senza Reacher(?) di Diego Castelli
La costola di Reacher si porta dietro alcuni suoi classici pregi, anche se la mancanza del bestione si sente
Si potrebbe scrivere (e sono sicuro che ne abbiano già scritte parecchie) corpose tesi di laurea sul tema degli spinoff. Su quanto sia storicamente forte la tentazione di prendere un prodotto di successo e spremerlo per farne uscire un altro, nella speranza che porti a casa gli stessi numeri, e di quanto questa pratica possa avere esiti molto diversi.
Non ho statistiche ufficiali da offrire, ma mi sento di dire che i casi più frequenti siano quelli di spinoff che non riescono a eguagliare la fama dell’originale, anche se a volte non è per forza questo l’obiettivo, basta riuscire a catturare una frazione di quel successo. E poi ovviamente ci sono casi di spinoff completamente naufragati, e qualche caso più sporadico di spinoff diventati più famosi, lunghi, ricordati della serie madre (tipo Xena che era uno spinoff di Hercules, NCIS che è uno spinoff di JAG, o Law & Order: SVU che è, indovina, uno spinoff di Law & Order).
Oggi analizziamo uno spinoff molto rischioso, perché nasce da una serie che ha come perno assoluto un personaggio che alla serie dà pure il nome, e che nel nuovo show, ovviamente, compare in poche scene, giusto per simpatia.
Parliamo della prima stagione di Neagley, spinoff di Reacher, che è arrivata su Prime Video in formato binge watching proprio nel giorno del finale della quarta stagione della serie da cui è germinata (che invece è stata distributa con cadenza settimanale).

Come è classico per gli spinoff, e anzi per gli spinoff “veri”, Neagley ha per protagonista un personaggio che in Reacher aveva uno suo peso specifico, apparso in ben venti episodi fino a questo momento. Diverso, quindi, dai casi in cui la serie madre introduce un nuovo personaggio giusto per uno o due episodi, per poi vederlo partire per altri lidi (è la tecnica dei cosiddetti “backdoor pilot”).
Frances Neagley (interpretata da Maria Sten, la cui carriera iniziò, pensate un po’, come Miss Danimarca 2008) è un’ex militare amica di Jack Reacher, che in passato l’ha aiutato più volte nelle sue avventure in nome della giustizia. È forte, carismatica, spiccia e taciturna, e si porta dietro una famosa fobia per il contatto fisico, tale per cui non ha problemi a menare la gente, ma se si tratta di stringere una mano in segno di saluto, facciamo che no, grazie.
Al contrario di Reacher, che è storicamente nomade, Neagley fa base a Chicago, dove lavora per un’agenzia investigativa per la quale mostra grande efficienza, ma anche una certa refrattarietà alle regole e all’autorità.
La prima stagione della sua serie, ovviamente, prevede che si imbatta in un caso difficile ma per il quale è disposta a rischiare in prima persona (un vecchio amico di infanzia suicidatosi senza apparente motivo), e da lì in poi è tutto un indagare, menare, sparare e snocciolare frasi ad effetto, perché in fondo siamo sempre nell’universo di Reacher.

Questo è un elemento importante. Neagley è creata dallo stesso padre di Reacher, Nick Santora (per l’occasione affiancato da Nicholas Wooton, già sceneggiatore per Chuck, Prison Break, e pure premio Emmy nel ’98 per NYPD Blue), e prodotta come la serie madre da Lee Child, lo scrittore dei romanzi da cui ha preso vita tutto sto carrozzone.
Neagley non ha dei libri a lei dedicati, anche se ne uscirà effettivamente uno nei primi mesi del 2027, e questo ha lasciato agli sceneggiatori più libertà d’azione. Però siamo comunque all’interno di un universo narrativo che appartiene a un genere abbastanza codificato, che non può permettersi di dare improvvisamente vita a una comedy o un drama romantico.
Per questo, Neagley è palesemente figlia di Reacher: è una serie d’azione in cui ci si mena spesso, con una protagonista che investiga con grande acume, in cui i cattivi diventano molto riconoscibili e si meritano di essere presi a sberle o pistolettate. Anche certi elementi strutturali (almeno in questa prima stagione) sono simili a Reacher, come il fatto che Neagley si trovi una squadra improvvisata di aiutanti a cui appoggiarsi per compiere la sua missione.
E però, come ci dicevamo all’inizio, Reacher è Reacher perché c’è Reacher, scusate il gioco di parole. La presenza scenica di Alan Ritchson, lo stile di combattimento imposto dal suo fisico imponente, l’approcccio investigativo che gli è proprio, fino a considerazioni più ciniche e commerciali tipo “si rivolge primariamente a un pubblico maschile che vuole vedere un maschio grosso che picchia”, sono tutti elementi che possono far sorgere il dubbio se uno spinoff senza di lui abbia effettivamente senso.

Ebbene, secondo me ce l’ha e non ce l’ha. Non ce l’ha nel senso che forse non c’era “bisogno” di una serie con protagonista Neagley, ma poi la serie esiste e ha una sua specifica solidità. Forse allora il favore migliore che le si può fare è valutarla per quello che è, più che per il posto da cui arriva.
Da questo punto di vista, Neagley ha due pregi specifici, oltre al semplice fatto di essere un prodotto messo in scena con criterio, senza chissà quali invenzioni, ma comunque con buon mestiere: quando ci si deve menare lo si fa con gusto, e quando bisogna essere fighi che dicono battute fighe, bene o male si porta a casa anche quello.
Ma i due pregi specifici sono… più specifici. Da una parte c’è la capacità di costruire dei cattivi da odiare veramente, forse perfino più che in Reacher. Senza fare grandi spoiler, nella prima stagione di Neagley la protagonista finisce in mezzo a storie di sette pseudo-religiose e case farmaceutiche senza scrupoli, e la sceneggiatura è molto furba a suscitare la nostra pietà per i deboli, e contemporaneamente coltivare il nostro fastidio per i malvagi.
Dall’altra parte, c’è la precisa volontà di affrontare la fobia di Neagley, che da quello che ho capito non è mai stata spiegata nei romanzi, e invece trova una motivazione nella serie. Che poi quella motivazione piaccia o meno, e che quel piacere vari a seconda se siete lettori dei romanzi o no, è un altro tema, ma intanto c’è l’intenzione di dare al personaggio uno spessore che, nel momento in cui diventa protagonista, è quasi necessario, per lo meno nel Ventunesimo Secolo.

Però il fatto che Neagley non sia Reacher pesa, sì. Come ovvio, può essere materia soggettiva, e non fatico a immaginare qualche spettatore (magari spettatrice) che veda in Neagley un’incarnazione più interessante o in cui è più facile immedesimarsi, delle istanze e stili della serie.
Però Reacher e il suo interprete hanno davvero alcune qualità uniche, che peraltro hanno aiutato la serie a essere molto più amata dai fan dei romanzi rispetto ai film con Tom Cruise, che di Jack Reacher, in termini fisici, non ha praticamente nulla.
Nell’amore per Reacher c’è davvero un elemento visivo e stilistico intrecciato a doppio filo ad Alan Ritchson, al suo fisico imponente e sempre bene in mostra, alla forza fisica che emana quando picchia i cattivi, quando si avvicina ai personaggi secondari (specie quelli che deve proteggere), quando interroga dei sospettati. E la cosa è così vera, che la quarta stagione di Reacher si è presa qualche critica proprio perché il protagonista è sembrato un po’ meno roccioso che in passato, nell’interazione/scontro con i nemici.
Se togliamo questi elementi così identificativi, Reacher resta una serie d’azione con trame tutto sommato ordinarie e scene d’azione anch’esse abbastanza comuni, che vengono impreziosite proprio dalla presenza di Reacher e anche, va detto, dalla creatività con cui si fanno morire certi suoi avversari.

Neagley, inteso sia come personaggio sia come serie, non riesce a riprodurre una sua specificità che sia paragonabile a quella di Reacher. I combattimenti sanno più di già visto (a occhio sono anche quantitativamente di meno), l’investigazione suona come una copia, nemmeno allo stesso livello, di quella della serie madre, il cui protagonista è per davvero uno Sherlock Holmes sotto steroidi. E Maria Sten, per brava e carismatica che sia, non riempie lo schermo allo stesso modo di Ritchson.
Questo mica fa di Neagley una serie “brutta”, anzi. Gli otto episodi della prima stagione scorrono senza intoppi, e come detto si sente il desiderio di vedere i cattivi malmenati come si deve. Per una serie d’azione, di pugni che volano e frasi ad effetto, va benissimo così, il divertimento è assicurato, e siamo a posto.
Però ecco, bisogna essere consci di cosa si sta guardando (il livello di tamarraggine rimane alto, e se vi piacciono solo i crime alla True Detective qui siamo in un campo da gioco diverso), e sapere che l’impatto a schermo di Jack Reacher è superiore.
Però insomma, giusto per dircelo, perché poi lo stile è quello e si va via sereni.
Perché seguire Neagley: è una buona serie action, dritta e sanguigna come la sua serie madre.
Perché mollare Neagley: il mondo narrativo è lo stesso, ma il peso specifico (e pure letterale) dei due personaggi è diverso.

Una cosa di cui si può vantare Void, il mio romanzo che trovate su Amazon in ebook e cartaceo, è che non è lo spinoff di niente, e quindi non c’è rischio che vi piaccia di più il romanzo precedente, che tanto non c’è.
Quindi insomma, siete in una botte di ferro!

