1 Ottobre 2026

American Hostage – Una storia vera e due attori amatissimi di Diego Castelli

Jon Hamm e Giovanni Ribisi nei panni di un presentatore radiofonico e un suo grande fan che diventa rapitore

Pilot

Nel corso di questi anni di visioni e critiche televisive, mi è capitato spesso di pensare a quanto certi attori e attrici siano legati ai loro personaggi dalle loro caratteristiche fisiche e recitative. Per dirla in altro modo, non tutti gli attori possono interpretare qualunque parte, anche se questo principio banalissimo viene qualche volta contestato da certi estremismi inclusivi tali per cui sembra di fare un torto a qualcuno se si dice che Danny DeVito è stato un ottimo Pinguino, ma difficilmente avrebbe potuto interpretare Batman.

Oggi parliamo di un caso esemplare, perché in American Hostage, serie di MGM+ creata da Shawn Ryan e Eileen Myers, tratta da un podcast omonimo del 2022, viene raccontata una storia realmente accaduta i cui due protagonisti sono interpretati da Jon Hamm (che aveva partecipato anche al podcast) e Giovanni Ribisi, e sono due personaggi per i quali non sarebbe stato possibile fare un’inversione di attori, perché l’intera carriera e tutta la genetica di Jon Hamm lo spingono verso il conduttore radiofonico Fred Heckman, mentre il passato lavorativo e biologico di Ribisi gli permettono di vestire perfettamente i panni del rapitore Tony Kiritsis.

Siamo nel 1977, e Fred Heckman è uno stimato giornalista e conduttore radiofonico, in odore di essere presto ingaggiato da qualche network più grande e prestigioso. Nei giorni in cui riflette su un’importante offerta già recapitata sulla sua scrivania, però, Fred viene coinvolto in un caso più unico che raro: Tony Kiritsis, un uomo qualunque che ha provato un investimento andato male, e che si è trovato stretto nella morsa di un mutuo che non riesce a pagare, ha deciso di rapire un importante esponente della banca.

L’obiettivo di Tony è quello di attirare l’attenzione di Fred, che stima da sempre, per poter essere intervistato in radio mentre tiene in ostaggio il malcapitato Dick Hall (Kristoffer Polaha), per poter così smascherare gli spietati magheggi della sua famiglia di banchieri, che sfruttano le difficoltà della povera gente per arricchirsi.

Ovviamente Fred accetta di intervistare Tony, altrimenti non avremmo la serie tv, ma è chiaro che quella decisione si porta dietro un sacco di riflessioni (e tensioni) etico-deontologiche, in un momento storico in spettacolarizzare la cronaca in diretta non era all’ordine del giorno come oggi, ma in cui gli esseri umani erano esattamente quelli che sono ora: assetati di attenzione, gloria, riscatto, informazioni spinose.

Si diceva del perfetto casting dei due attori. Sì perché Jon Hamm, diventato famoso con Mad Men e poi transitato in serie e film di vario successo e qualità, e pur considerando che è persona assai simpatica, per questioni anche puramente estetiche fatica a uscire dall’immagine di uomo tutto d’un pezzo, intelligente e sobrio, misurato nei comportamenti e affascinante nei modi.
E il suo Fred è così, un serio professionista che ha sia ambizioni che valori, e che cerca di barcamenarsi in questa situazione eccezionale misurando il proprio tornaconto con il desiderio di rimanere un giornalista non solo stimato, ma anche degno di quella stima.

Dal canto suo, il Giovanni Ribisi che ha passato l’intera carriera a fare il ragazzino schizzato, bizzarro, goffo e comico (come l’adorabile fratello di Phoebe in Friends), è perfetto per un uomo che, nella realtà, è poi finito in manicomio, uno disposto a mettersi consapevolmente al centro di un circo mediatico caotico e debordante, in nome di una frustrazione bruciante e un invincibile desiderio di rivincita.

La dinamica fra l’imprevedibilità di Tony e la professionalità di Fred è il principale motore della miniserie, che funziona al suo meglio quando i due possono interagire l’uno con l’altro, e quando si stanno preparando a farlo, ognuno con i suoi problemi, bisogni, desideri.

American Hostage è una serie di buoni mezzi, che ricostruisce con cura l’atmosfera (per noi) vintage in cui racconta la vicenda, e che si prende quelle libertà necessarie, rispetto ai fatti realmente accaduti, per non stravolgerli troppo ma dando maggiore spessore e prospettive al racconto (per esempio dando spazio alla moglie di Fred, Barbara, interpretata dall’ex The Killing Mirelle Enos, oppure a un assistente di Fred, Ben, interpretato da William Jackson Harper di The Good Place, che nella realtà non è esistito e che qui diventa una specie di Grillo Parlante con cui Fred può ragionare e interloquire).

Semmai, qualche perplessità la desta la durata. La reale vicenda di Tony Kiritsis è durata circa tre giorni, in cui al netto del forte concept iniziale (un uomo ne rapisce un altro e chiede di parlare in radio), poi non è che siano successe altre cose pazzeschissime in continuazione.
Il risultato è che una miniserie di otto episodi rischia di essere un po’ lunga, con la necessità di riempire certi vuoti sbrodolando troppo. Una sensazione che si ha già con i primi tre episodi, gli unici visti prima di scrivere questa recensione, ma che trova riscontro quasi unanime in molte recensioni americane, scritte da chi ha potuto vedere l’intera miniserie.

C’è però anche un altro elemento critico, o che per lo meno lascia un po’ di rimpianto. American Hostage si basa su un’idea ottima per un thriller, e quel lavoro viene fatto egregiamente, pur nei termini di un racconto in cui la suspense non viene da sparatorie o mostri soprannaturali, ma da un gioco psicologico più sottile e “seduto”.

La serie però avrebbe anche la possibilità di essere qualcosa di più, di raccontare in maniera più spietata e cinica il mondo dei media, prendendo una storia di cinquant’anni fa per mostrare in essa i semi di una spettacolarizzazione che oggi, lo sappiamo bene, è spesso completamente fuori controllo.

Il pilot, in realtà, sembra poter affondare bene le mani nel tema, proprio perché la stessa decisione di realizzare l’intervista impone a Fred di riflettere sulle sue implicazioni deontologiche: nel momento in cui il giornalista smette di raccontare la notizia per diventare la notizia, molte barriere vengono abbattute, e l’idea stessa di raccontare la realtà può trasformarsi nella tentazione di plasmarla, piegandola a scopo di intrattenimento.
Questo tema non scompare nei due episodi successivi, ma l’impressione è che l’elemento cronachistico, il thriller più puro legato a un uomo che punta un fucile alla testa di un altro, legato a una cordicella che lo attiverà qualora il rapitore venisse ucciso, tenda a fagocitare troppo la riflessione filosofica, che avrebbe avuto bisogno di dialoghi più espliciti, ma che ovviamente si portano dietro il rischio dello spiegone.

Nel complesso, American Hostage è una serie consigliabile per la cura della sua messa in scena, per due attori totalmente in parte, e perché racconta con buon ritmo e mestiere una storia vera ma poco conosciuta. Peraltro, così poco conosciuta che ci siamo più o meno tutti persi un film di Gus Van Sant sugli stessi eventi, chiamato in italiano Il filo del ricatto (Dead Man’s Wire) e uscito abbastanza in sordina nel 2025. Una di quelle strane coincidenze per cui la stessa storia viene raccontata da prodotti diversi nello stesso momento, come ogni tanto ci capita di vedere sia nel mondo seriale che in quello cinematografico (anche se niente batterà mai quelle continue coincidenze calcistiche per cui la tua squadra gioca contro Pinco Pallo alla domenica in campionato, e poi sempre contro Pinco Pallo al mercoledì in Coppa Italia; so che ci sono dietro dei motivi matematici, ma voglio continuare a credere della magia).

Però ecco, c’è qualcosa in più, in questa vicenda, una possibilità di visione sul mondo (anche il nostro mondo, non solo quello degli anni Settanta) che probabilmente non emergerà come avrebbe potuto. Sono le differenze fra un buon prodotto e un prodotto memorabile, e American Hostage potrebbe fermarsi al primo stadio. Peccato, anche se, da bravo ottimista, vale sempre la pena ricordare che guardiamo di molto peggio…

Perché seguire American Hostage: ottimi attori per una storia interessante.
Perché mollare American Hostage: c’è la sensazione che si limiterà al compitino. Un compitino ben fatto, ma in cui si poteva dare di più.

E se voleste saltare a piè pari dagli anni Settanta al Tremila, ricordatevi che c’è sempre Void, il mio romanzo science-fantasy che trovate su Amazon in tanti comodi formati (cioè, due…) e che sta già diventato un ottimo regalo di Natale. Nella mia testa, quanto meno.



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