8 Gennaio 2021

Cobra Kai 3: la più adorabile delle serie bruttine di Diego Castelli

Con la terza stagione, Cobra Kai conferma di saper andare oltre difetti ben noti, per offire un intrattenimento che scalda il cuore

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SPOILER SU TUTTA LA TERZA STAGIONE

Non ho la sfera di cristallo, e se ce l’ho è rotta, ma credo che fra qualche anno potremo guardarci alle spalle e vedere in Cobra Kai un caso abbastanza raro.
Se giudicassimo la serie di Netflix – nata su youtube e ora già rinnovata per la quarta stagione – sulla base dei parametri più classici con cui solitamente cerchiamo di capire se uno show televisivo si porta dietro un certo quantitativo di “qualità”, probabilmente non ne uscirebbe benissimo. Allo stesso tempo, è indubitabile che Cobra Kai appassioni un nutrito di gruppo di fan affezionati, fra i quali troviamo anche… me, che poi è la cosa più importante sennò questo articolo non lo scrivevo mica.

Per spiegare questo fatto c’è un modo sempliciotto e un modo più analitico.
Iniziando dal primo, si sente spesso dire che Cobra Kai “ha cuore”.
Esteticamente è niente più che normale (o anche meno), il livello della sua recitazione è bassino (con Ralph Macchio decisamente peggio di William Zabka), la rappresentazione delle arti marziali è spesso semi-ridicola.
Però Cobra Kai ha cuore.
Che poi è il motivo per cui, nel nostro ultimo podcast, ci è venuto da paragonarla a Ted Lasso. Non perché ci sia questa grande somiglianza in termini di tematiche e stile, ma più che altro perché sono entrambe serie che, invece di incalzare lo spettatore, prenderlo a sberle, metterne costantemente alla prova l’intelligenza, la tenuta di stomaco, o le emozioni più cupe, si accontentano di allargare le braccia e dire “vieni qui, che ti coccolo io”.
Cobra Kai è insomma una serie rassicurante, un termine dispregiativo quando parliamo di Don Matteo, ma che possiamo riciclare in tono più affettuoso per descrivere lo spinoff di una saga cinematografica per ragazzi, che è riuscita a mantenere un inaspettato equilibrio fra il sapore originale e un necessario aggiornamento.

Volendo andare più in profondità, ci sono almeno quattro elementi da considerare per spiegare il successo di Cobra Kai. Nessuno di questi quattro elementi, da solo, funzionerebbe, ma insieme riescono a creare un’atmosfera che rende la serie “giusta” così com’è, per quello che è, anche quando risulterebbe goffa o datata in rapporto ad altri show più blasonati.
Il primo elemento è, paradossalmente, il suo aspetto. Dico paradossalmente perché, come accennato più sopra, Cobra Kai non è una serie visivamente eccezionale, che stupisca in nulla. È anzi girata in modo molto tradizionale, se non addirittura povero quando si tratta di raccontare i combattimenti (si la paragonissimo che ne so, a Gangs of London, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli), con effetti speciali che, quando ci sono, suonano assurdi (vedere, nella terza stagione, una certa fossa di serpenti).

Il punto, però, è il rapporto che Cobra Kai intrattiene con la saga cinematografica da cui trae origine. Quante volte, in questi anni, ci è capitato di guardare film o serie tratti da prodotti di venti o trent’anni prima, e in cui un “aggiornamento” considerato ovvio e necessario dalla produzione finiva con lo snaturare il prodotto, allontanandolo troppo da un originale che era poi l’unico motivo per vedere il seguito/reboot?
Ecco, Cobra Kai evita accuratamente questo rischio, presentando grosso modo la stessa estetica degli anni Ottanta, o quanto meno una sua versione moderna che non sembri completamente estranea a quel sapore lì. Se la paragoniamo ad altre serie di oggi, di ogni genere, rischia di suonare datata, ma nel riproporre gli stessi personaggi, interpretati dagli stessi attori di allora, la serie riesce a farci credere che il mondo che stiamo guardando sia ancora quello, non è una sua versione futuribile e costruita a tavolino. Un po’ come se da Hill Valley non ce ne fossimo mai andati.

Se il sapore nostalgico quasi inconscio legato alla messa in scena funziona, non da meno è la nostalgia dichiarata, esplicita, furbescamente costruita.
Fin dalla prima stagione, Cobra Kai ha giocato sulla riproposizione accuratamente orchestrata e centellinata di vecchi spezzoni dei film, vecchi personaggi, ricordi più o meno specifici del tempo che fu. Il che, naturalmente, è una manna per i fan più anziani come me, che vedono nella magia seriale la possibilità di tornare a un tempo mitico dove tutto era possibile, e dove un vecchio maestro asiatico poteva svelarci i segreti della vita insegnandoci a prendere le mosche con le bacchette.
In questo senso, la terza stagione non è da meno, e anzi cala due-tre assi d’antologia. Nel quarto e quinto episodio, Daniel cerca di salvare il proprio concessionario e, per farlo, vola in Giappone, a Okinawa, patria del suo vecchio maestro e ambientazione principale del secondo film della saga di Karate Kid. Qui Daniel ritrova Kumiko (Tamlyn Tomita), sua vecchia fiamma, e Chozen, (Yuji Okumoto) che nel film era il principale antagonista. Entrambi, lo vedremo meglio tra poco, sono la versione adulta e risolta dei ragazzi che erano all’epoca, ed entrambi permettono di riportare Daniel a quegli anni di insegnamenti duri ma necessari, che ancora possono tornare utili.
Una botta nostalgica per tutti i vecchi fan, che più avanti nella stagione faranno en plein con il ritorno di Ali, interpretata da Elisabeth Shue, che a sua volta offrirà ai protagonisti (non solo Daniel stavolta, ma anche Johnny) la possibilità di fare i conti col passato traendo qualche insegnamento per il futuro.

E arriviamo qui al terzo elemento, cioè la scrittura. Cobra Kai è una serie perfettamente congegnata, in un modo che consente di tenersi stretti i fan di una volta, senza per questo precludersi la possibilità di interessare anche un pubblico più giovane. I primi vengono trattenuti, come accennato, dalla capacità di trovare un equilibrio fra raccontare una storia nuova, farcendola però della giusta dose, nei giusti momenti, di continui richiami al passato, nell’ipotesi narrativa che certi insegnamenti degli anni Ottanta siano andati un po’ perduti nei decenni successivi, e debbano essere in qualche modo riscoperti, come se tutti i segreti della felicità fossero racchiusi in quel tempo mitico che non va necessariamente “superato”, ma solo compreso meglio.
Il pubblico più giovane, quello che non si commuove alla vista di una ex-ragazzina con cui Daniel ha avuto un flirt nel 1986, sono però comunque avvinti da una distribuzione tanto scolastica quanto efficace dei cliffhanger, e da un ritmo del racconto mai troppo basso, in cui succedono tante cose. E non escluderei nemmeno l’importanza di alcune tematiche più spinose, come quella del bullismo, che a un occhio più adulto o smaliziato possono apparire un po’ stucchevoli, ma che per uno spettatore o una spettatrice più giovani sono tutt’altro che sciocche o lontane dal proprio vissuto: penso per esempio ai mezzi attacchi di panico che affliggono la figlia di Daniel al ricordo dei pestaggi subiti dalla sua rivale del Cobra Kai: prendersi il tempo per mostrare i lati più seri e meno fumettosi delle risse scolastiche (non solo gli attacchi di panico, ma anche la gente che finisce all’ospedale o al riformatorio), è il modo con cui la serie, in modo pacato ed esplicito, si rivolge al suo pubblico più giovane mostrandogli piccoli scorci di realtà dietro la patina quasi fantasy di queste bande di karateka che scorrazzano per la città dandosele di santa ragione.

Finora abbiamo celebrato una messa in scena furbescamente agée, un’accorta gestione delle pillole nostalgiche, e una capacità di costruzione narrativa adatta a un racconto che vuole essere perfettamente comprensibile ma anche incalzante e appassionante.
Manca il quarto elemento, che formalmente è sempre legato alla sceneggiatura, ma che vale la pena considerare a parte, perché probabilmente è quello che più di tutti consente di cogliere i pregi di Cobra Kai, permettendo contemporaneamente di passare sopra ai suoi molti difetti.
Stiamo parlando della sua (auto)ironia.
I film di Karate Kid non erano privi di momenti di leggerezza, ma di fatto si prendevano incredibilmente sul serio. Quando eravamo ragazzini noi, credevamo fermamente che il karate potesse essere insegnato passando la cera sul cofano di una macchina, e non avevamo alcun problema a credere che un torneo di arti marziali potesse essere vinto usando una mossa da power ranger che, secondo il maestro Miyagi, se correttamente eseguita impediva qualunque difesa (???). Ci credevamo, così come pendevamo dalle labbra dell’anziano insegnante ogni volta che snocciolava le sue perle di saggezza. E se ci sta bene che Karate Kid fosse così, e che lo sia ancora, nel 2021 non riusciremmo più ad accogliere quella medesima ingenuità con la stessa partecipazione e indulgenza.
Per fortuna ci viene in soccorso l’ironia. Malgrado i drammi vissuti dai suoi personaggi siano spesso drammi veri, importanti, Cobra Kai non si prende mai troppo sul serio. A tratti si comporta né più né meno che da comedy, soprattutto quando si parla di raccontare le doti di Johnny come insegnante di una classe di poveri sfigati, o quando si riaccendono le antiche baruffe con Daniel.
Questo approccio ha un senso tematico molto preciso, soprattutto quando permette ai protagonisti di rendersi conto che le rivalità giovanili tendono a scolorire e diventare buffe e ridicole di fronte alle necessità e criticità della vita adulta, ma ha anche e soprattutto la funzione di prendere un materiale che rischierebbe di suonare stucchevole e pomposo, rendendolo più digeribile.

È possibile che guarderemmo comunque Cobra Kai, anche se fosse quasi esclusivamente serioso come lo erano i film, ma probabilmente ce ne vergogneremmo di più. Dovremmo fare uno sforzo maggiore per rientrare nei panni dei noi stessi dodicenni che guardavano con ardore le vicende di Daniel-san, escludendo tutto quello che sappiamo della vita successiva. Invece, attraverso un po’ di sana ironia Cobra Kai dimostra di essere una serie più matura, che dà di gomito agli spettatori più anziani come a dire “ti ricordi come eravamo? Quanti ricordi, e come eravamo strani!”, e permette a quelli più giovani di non essere respinti da una messa in scena troppo banale per i loro standard, ma che risulta accettabile in una cornice più scanzonata.
Insomma, di riffa e di raffa, con molta consapevolezza e probabilmente anche qualche botta di fortuna, Cobra Kai è una serie che piace. Ci appassiona, ci diverte, ci intenerisce, ci ricorda del bel tempo che fu o lo fa scoprire a chi non c’era. E soprattutto, riesce a farci passare sopra a certe sue ingenuità o pochezze produttive, che diventano rapidamente un grande chissenefrega.

Ora vedremo cosa accadrà con la quarta stagione, che al momento non è dichiaratamente l’ultima, ma che potrebbe anche sembrarlo. La terza appena conclusa è riuscita a venire a patti (altro pregio) con una situazione che cominciava a farsi imbarazzate, cioè la rivalità fra due protagonisti nessuno dei quali poteva essere considerato il “cattivo”. Al termine degli ultimi episodi, complici anche i tuffi nel passato che gli hanno permesso di vedere le cose sotto una nuova prospettiva, Johnny e Daniel hanno (momentaneamente) sotterrato l’ascia di guerra, coalizzandosi contro il vero cattivo della serie (quel John Kreese di cui ci è stata comunque mostrata l’origine, lasciando forse lo spazio per una successiva redenzione). La quarta stagione sarà esplicitamente incentrata su un nuovo torneo di arti marziali che, fra allenamenti, combattimenti e nuove tensioni potrebbe occupare l’intero ciclo di episodi, e che potrebbe rappresentare la fine di tutto esattamente come, nei film, i tornei o simil-tali rappresentavano sempre il culmine della narrazione.
Vedremo cosa succederà. Intanto ci basta sapere che, anche se a volte abbiamo momenti di lucidità in cui diciamo “ma com’è che io guardavo Breaking Bad e Game of Thrones, e ora mi fomento per Cobra Kai?”, a questi goffi guerrieri di Hill Valley continuiamo a volere un gran bene.



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