13 Settembre 2011 25 commenti

Venezia, serie tv e Sons of Anarchy di Diego Castelli

Che i telefilm siano ormai meglio del cinema?

Sono stato al Festival di Venezia tutta settimana scorsa. “Figata”, direte voi, “indubbiamente”, rispondo io. Ma vi garantisco che, per un serialminder, un evento come questo non è altro che un modo per aumentare la propria fede nella serialità.

La questione è semplice. Venezia era ed è un appuntamento per il cinema d’autore, una vetrina intellettuale in cui maestri della settima arte provenienti da tutto il mondo mostrano al pubblico opere assai particolari, in cui la sperimentazione, la ricerca stilistico-narrativa, la riflessione sociale, politica e filosofica abbandona i lidi del facile intrattenimento in favore di una introspezione più profonda, di un pensiero più complesso e difficile, e per questo più importante.

Questo è un modo di vedere la faccenda. C’è poi un altro punto di vista, di cui mi faccio umile portavoce: e cioè che dopo 4-5 giorni di Festival, a 5-6 film al giorno, guardando nelle proprie mutande è possibile ritrovare quella che comunemente viene definita “marmellata di coglioni”.
Ci sono stati diversi momenti, durante questa settimana, in cui nella mia mente il pensiero del suicidio era davvero troppo frequente per essere solo una macabra fantasia passeggera.
La caratteristica più comune dei film presentati quest’anno era la ricerca costante della noia più totale. Di solito trovata attraverso la lunghezza delle inquadrature fisse. Sì perché pare che costruire inquadrature molto significative e farle durare interminabili secondi sia una delle vie più sicure per arrivare alla qualità. Peccato che spesso le suddette inquadrature non siano affatto significative, e la quasi totalità delle volte si potrebbe tagliarle a metà trasmettendo lo stesso identico messaggio.
E se qualcuno di voi sta pensando, che ne so, a The Killing, e alla discussione che se n’era fatta proprio su questo blog (tra chi pensa che una certa lentezza dei prodotti di AMC sia motivo di vanto e chi invece sostiene che sia solo… lentezza), vi garantisco che certi film coreani o filippini rendono The Killing una specie di Fast & Furious velocizzato.

Purtroppo, per molti (troppi) intenditori di cinema, aggiungere l’intrattenimento più puro alla ricerca intellettuale significa sporcarla, delegittimarla. Colossale cagata, a mio giudizio. Il vero capolavoro deve saper parlare a tutti, ai critici più appassionati e competenti, ma anche al pubblico che va al cinema per riceverne emozioni e soddisfazione, come si fa dalla nascita di questo straordinario mezzo di comunicazione.

Venezia, con piena legittimità ovviamente, persegue un’altra strada, e dà il Leone d’oro a un film come Faust, che ha molte cose da dire e da mostrare, ma lo fa a un pubblico ristrettissimo. Film importante e meritevole sì, ma capolavoro? A mia opinione, no.
Se mi chiedete “allora chi doveva vincere?” non so rispondere, nel senso che il “problema noia” era generale, e diversi altri film non avevano nemmeno tanto da dire quanto il vincitore. Alla fine, quindi, va bene così.

Ma tutto questo che c’entra con i telefilm? C’entra, eccome se c’entra, cazzarola!
Perché se un serialminder va a Venezia – sapendo che il cinema è tuttora ritenuto una forma d’arte molto superiore alle serie tv (spesso nemmeno riconosciute in quanto opere di valore artistico, specie a causa della loro ineliminabile schiavitù all’audience) – finisce che si incazza di brutto.
Considerando che ci vendono questi festival come l’occasione per vedere i massimi esponenti della narrazione audiovisiva mondiale, il serialminder non può non accorgersi di una semplice verità: che non c’è una sola puntata di House, o di Community, o di Fringe, che non sia clamorosamente superiore alla grande maggioranza dei film presentati al Festival.
Non è nemmeno questione di “serialità”. Sappiamo bene che il fatto di poter sviluppare una storia o un personaggio lungo molti episodi, piuttosto che in un’ora e mezza, garantisce agli autori di telefilm una libertà d’azione maggiore di quella riservata agli sceneggiatori cinematografici (con tutti i “contro” del caso, e il budget più limitato, ecc). Ma qui la questione esula dalla lunga storia orizzontale. Le serie tv americane e inglesi ci hanno abituato a un livello qualitativo altissimo, anche all’interno della singola puntata (vogliamo parlare del paintball di Community?), e a Venezia ho visto ben poco che si avvicinasse a quella qualità.
Il motivo è quello che si diceva prima: accanto a idee originali, immagini ricercate, riflessioni filosofiche sottili, le serie tv offrono un intrattenimento che molti film d’autore nemmeno si sognano. Perché, allora, non dovrebbero essere considerate superiori?

La mia risposta, signori, è che lo sono. Ne ho avuto immediata riprova appena tornato a casa. Tra le prime cose che ho visto c’è stato il primo episodio della nuova stagione di Sons of Anarchy. Una puntata particolare, che doveva in qualche modo far “ripartire” la serie dopo che il finale della terza stagione aveva annodato più fili del solito. Ebbene, dopo un inizio un po’ claudicante, l’episodio cresce, cresce, cresce, introducendo nuovi personaggi e storie, accumulando spunti inaspettati ma riprendendo, al contempo, temi ed elementi che ben conoscevamo, e ancora non hanno finito di essere sviscerati (primo fra tutti il lascito etico di John nei confronti del figlio Jax, con relative conseguenze). Tutto questo senza annoiare un minuto. E tenete a mente che, comunque, stiamo parlando di un prodotto consapevolmente di nicchia.
Perché il concetto non è “piacere a tutti”, o ricercare ad ogni costo il consenso unanime. La nicchia merita di esistere, ci mancherebbe altro. Ma i vincoli commerciali delle serie tv, in costante lotta con le aspirazioni artistiche dei loro creatori, portano a prodotti che sono una fonte inesauribile di conoscenza e cultura, e insieme di passione, divertimento e perdio, gioia vera.

Ora non voglio fare l’apocalittico: il cinema, nel suo complesso, rimane straordinario. Eppure, troppo spesso sembra confinarsi nel cinepanettone-fumettone da una parte, o nella pippa iper-intellettuale dall’altra. Le serie tv, che dal cinema hanno imparato quasi tutto, sembrano ora pronte a restituire il favore, re-insegnando al fratello maggiore che una via di mezzo è possibile, che dire cose significative è quantomai necessario, ma che riuscire a dirle a molte persone è anche meglio.
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PS: quando poi al Festival, in concorso, compaiono arroganti stronzate come l’ultimo “film” della Comencini, ecco che cominciamo a rivalutare persino gli Hellcats e gli Undercovers….



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