13 Gennaio 2012 3 commenti

Are you There, Chelsea? – E via, altra cagata di NBC! di Diego Castelli

Nuovi modi per farsi del male


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Niente, questa primavera proprio non riesce a ingranare. Dopo i fallimenti di Work It e The Firm, chi sperava che la terza volta sarebbe stata quella buona rimarrà deluso. Anche Are You There Chelsea?, nuova sitcom di NBC, è una cagata pazzesca (cit.).

Facciamo un minimo di storia.
All’inizio di tutto c’è Chelsea Handler, ultima di sei figli di un ebreo e una mormona, che dopo un’infanzia non semplicissima (aborto a sedici anni), diventa una comica apprezzata, una che riempie i locali di cabaret, crea show televisivi, presenta gli MTV Video Music Awards e scrive romanzi comici che diventano bestsellers.

Ebbene, uno di questi romanzi è Are You There Vodka? It’s Me, Chelsea, sorta di autobiografia romanzata in cui la Handler racconta episodi più o meno surreali della propria vita, con stile irriverente e penna diabolicamente ironica, che neanche Carrie Bradshaw. Il titolo, peraltro, è una storipiatura di un romanzo famoso, Are you There God? It’s Me, Margareth, ben più religioso e ben più serio. La Handler ha sostituito la parola “Dio” con la parola “Vodka”, il che è già tutto un programma.
NBC ha poi deciso di trasformare il romanzo comico-antologico della Handler in una sitcom con protagonista una ragazza giovane e birichina che fa la cameriera in un bar e vive le tipiche avventure di una sitcom sui venti-trentenni.



Non ho letto il romanzo della Handler, ma non ho motivo di credere che non sia bello e divertente. Quello che invece so per certo è che la sitcom non è né bella né divertente.

Prima di tutto c’è un problema narrativo di base: manca un concept degno di questo nome. Ancora nel 1994, Friends poteva permettersi di avere un’idea di fondo generica come “la vita di sei amici che abitano a New York”. Nel 2012, purtroppo o per fortuna, serve qualcosa di più preciso e originale, che non vuol dire complicato. Basta un “la storia di come un ragazzo ha conosciuto la madre dei suoi figli, che non vediamo fino all’ultimo”, oppure “la storia d’amore tra due tizi in sovrappeso”; o anche “le vicende di un gruppo di amici nerd, più a loro agio tra fumetti ed esperimenti scientifici che tra ragazze e vita sociale tradizionale”.
Il concept di Are you There Chelsea, almeno a giudicare da questo pilot, non ha da offrire alcunché di particolare. C’è solo una tizia abbastanza gnocca che fa la cameriera e apre le gambe volentieri. Di per sé nulla di accattivante.

Ma questo potrebbe essere un problema superabile, se a fronte di un’idea banalotta ci fosse una scrittura originale e divertente (dopotutto, dalle sitcom non si pretende chissà qualche invenzione narrativa, chiediamo soprattutto di ridere).
Peccato che Chelsea fallisca malamente anche su questo punto. Due ordini di problemi: il primo è la qualità intrinseca delle battute. Si gioca quasi solo sul sesso e sull’alcol, sui peli pubici della gente e sulla sfigaggine della disadattata di turno, Dee Dee, che ha sì la faccia abbastanza buffa da strappare qualche sorriso, ma è anche troppo strana per risultare in qualche modo credibile (finisce col generare pietà più che comicità). Sono temi – sesso, droga & e peli pubici – che possono anche funzionare, ma che qui vengono usati con uno strano sottosenso, tipo “avete visto quanto siamo smart e provocatori?”. Peccato che negli anni di Family Guy, Shameless e Spartacus questa roba non è provocatoria per niente.
E c’è poi il problema forse principale, che è il ritmo. Are You There Chelsea? è sorprendentemente lenta. Le singole battute, già debolucce, sono troppo rade, distanziate l’una dall’altra, con autentici momenti di silenzio che, considerate le risate in sottofondo, non dovrebbero praticamente esistere.
E’ quindi un problema di scrittura ma anche tecnico, di regia e montaggio, che depotenzia le poche battute buone (qualcuna c’è, anche solo per questioni di probabilità statistica) e ingigantisce le falle di una sceneggiatura povera di idee.
Tanto per capirci, anche Mike & Molly ogni tanto ha jokes meno efficaci, ma il ritmo delle minchiate è così sostenuto che quasi non te ne accorgi. Qui è tutto il contrario.

E tocca parlare male anche della protagonista, Laura Prepon, che cerca di mettere in scena una Chelsea provocante e provocatoria, sorta di diavoletto biondo-sexy che dovrebbe dimostrare di avere anche un bel cervello sagace. In realtà non dimostra un bel niente, e risulta più irritante che altro. Il suo modello sembra essere la Max di 2 Broke Girls, con cui dovrebbe condividere il lavoro umile e la lingua tagliente. Ma al di là della ben diversa qualità dei dialoghi, Kat Dennings, interprete di Max, riesce a infondere al suo personaggio una ironica rassegnazione nei confronti dalla crisi che ce la fa amare alla follia, perché è povera ma tira avanti con un cinico sorriso. La Chelsea di Laura Prepon, al contrario, sembra quasi cameriera per scelta, come se avesse deciso di fare quel lavoro solo per trovare più occasioni per ubriacarsi e scopare. Non frega niente a nessuno.

Chiudiamo con una considerazione in apparenza secondaria, ma che basterebbe da sola a far capire l’andazzo. In originale, il titolo della serie era lo stesso del romanzo, “Are you There Vodka? It’s Me Chelsea” (“Ci sei Vodka? Sono io, Chelsea”). La produzione ha poi deciso di cambiarlo in “Are you there, Chelsea?” (“Ci sei, Chelsea?”), forse per questioni di spazio. Peccato che il senso satirico del titolo originale si sia perso completamente, lasciando una frase che sembra fare riferimento a una centralinista, o a una seduta spiritica.

Questa è Are You There Chelsea?: una sitcom che forse aveva senso di esistere, ma che ha fatto tutto ciò che poteva per perdere questo diritto.

Perché seguirla: boh.
Perché mollarla: immaginate un motivo qualunque, è valido.
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