12 Ottobre 2011

Whitney – La serie tanto tanto normale di Marco Villa

Conviventi di tutto il mondo, alla visione!

Sì, lo so. Il mercoledì è di solito il giorno della Vitali, ma che ci volete fare? Ella da qualche settimana passa le giornate a lavorare come una dannata e le notti tra baccanali infiniti nel mondo dello spettacolo, ma tra sette giorni dovrebbe tornare. Io, nel frattempo, mi sono preso il pilot che sarebbe spettato a lei, ma non aspettatevi commenti da penna femminile, ché qui – per festeggiare il decimo anniversario dall’ultima vera rasatura – la barba ha raggiunto livelli da record. Quindi, amici della Versione di Tina, pazientate.

Whitney è una sitcom in onda su NBC dal 22 settembre e – notizia clamorosa – sta andando bene. Una cosa non da poco per un’emittente che ha già dovuto cancellare Free Agents e The Playboy Club, sommersi da un’onda di ascolti negativi. Whitney è una commediola senza infamia e senza lode, che si prefigge di raggiungere un quieto sei in pagella, con la consapevolezza di poter arrivare a qualcosa di più, ma senza nessun interesse a sforzarsi per farcela. Perché quando c’è la sufficienza, che motivo c’è di sbattersi per migliorare, con il rischio di epic fail dietro l’angolo? Direte: il motivo è che abbiamo davvero bisogno di cose belle e nessuna necessità di robe mediocri. Sì, verissimo. Però un conto sono le cose mediocri che pensano di essere tremendamente belle, un conto quelle che puntano tutto su un’atmosfera lo-fi da simil cazzeggio casereccio.



E Whitney è proprio questo. A volerla stiracchiare, potrebbe essere la versione americana riveduta e corretta di Him & Her, la serie inglese girata interamente all’interno dell’appartamento di una coppietta, formata dalla creatrice e protagonista Whitney Cummings e da Chris D’Elia. Qui gli ambienti sono più d’uno, ma il centro di tutto è comunque la vita di coppia: convivenza tra due pocopiùche-trentenni, insieme da un po’ di anni, che si confrontano con le altre coppie che gravitanto intorno a loro. Quelle nuove e tutte sbaciucchiante e mielose, quelli scoppiate da poco e quelle che ancora non ci sono.

La differenza rispetto a tante schifezze viste di recente la fa un tono di dichiarato understatement. Scenografie ridotte al minimo, tutto puntato sulla bravura degli attori. Elemento principale è la spontaneità: in più punti gli interpreti faticano a trattenere il sorrisino di sincero divertimento. Molto intelligente, poi, il modo in cui sfruttano la laugh track, a.k.a. le risate registrate. Se ormai sono universalmente riconosciute come tratto di estrema vecchiezza televisiva, in Whitney non vengono semplicemente piazzate lì perché così vuole la rete, ma sfruttate come punto in più. Al termine della sigla, infatti, la voce della protagonista dichiara che “Whitney è registrato davanti a un pubblico vero”. Ovvero: come trasformiamo un aspetto fondamentalmente negativo in un punto d’orgoglio. Paraculata al cubo e – di nuovo – caratteristica del lo-fi, che prende il poco che ha e lo trasforma in un patrimonio. Certo, il problema è che la serie non va in onda su Tele Val D’Ossola, ma su uno dei network più importanti del mondo, quindi un po’ più di sforzo in generale non sarebbe stato così malvisto.

Per questo, il giudizio alla fine si piazza su quel sei cui si accennava in apertura. non fa incazzare come un Happy Endings o un Friends with benefits, ma non riesce a colpire come ha fatto New Girl. Ciononostante, Whitney – insieme proprio a New Girl – è una delle poche serie che ha già avuto una stagione piena confermata fino a maggio. Il trionfo della mediocrità? Sì, abbastanza. Ma anche della normalità. Se Unforgettable era la serie buona per riempire i 40 minuti che vi avanzano, Whitney fa lo stesso per la metà del tempo. Un affare.

Previsioni sul futuro: tanta tanta normalità assortita e qualche cazzatella

Perché seguirlo: perché se siete in una convivenza vi troverete dentro fino al collo in queste storie

Perché mollarlo: perché lo dico ogni volta, bisogna essere esigenti. Il sei non basta per dedicare tempo prezioso ogni settimana. E poi perchè l’amico poliziotto è copia brutta e sbiaditissima di Barney Stinson.



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