24 Luglio 2012 5 commenti

Political Animals – Dove animals sta per cani e cagne di Marco Villa

Il peggior casting dell’anno per un soappone che no, proprio no

L’unico modo per iniziare a parlare di Political Animals è cominciare da Greg Berlanti, creatore della serie. Si tratta di uno dei produttori e autori di Brothers & Sisters, ovvero quella serie iniziata come racconto corale con una scrittura di qualità e poi sprofondata nel baratro della soap, con intrecci di interesse nullo e pochissimi elementi di forza.

Ecco, se in quel caso la discesa fu inarrestabile e abbastanza inquietante, con Political Animals il problema non si pone, perché la nuova serie di Berlanti parte là dove finiva Brothers & Sisters, ovvero dalla soap, con in più l’aggiunta di una pessima recitazione e di un casting degno della peggior telenovela brasiliana (con tutto il rispetto, eh).

Political Animals è il racconto della famiglia Shannon-Barrish, sorta di clone dei Clinton, con marito ex presidente, moglie che prova a diventarlo a sua volta, passato di scappatelle del primo. In più, problemi vari dei figli e una matriarca alcolizzata, che le vecchie che bevono fanno sempre un gran ridere.

Protagonista è Elaine Barrish, interpretata da Sigourney Weaver. Il personaggio di Weaver è l’unico decente, nel senso di scritto e interpretato bene. Il ruolo è quello della candidata democratica alle primarie che perde – appunto – le primarie e decide di sostenere il vincitore, finendo poi a fare il segretario di Stato con il nuovo presidente.

E qui partono le due strade seguita da Political Animals: da una parte quella della famiglia, con un figlio che sta per sposare una ragazza anoressica (OMFG!) e un figlio gay e mezzo tossico/alcolista (gesoo!). Si aggiunga il rapporto tormentato tra Elaine e il marito, nel frattempo diventato ex, e quello tra lei e una reporter che all’inizio sembra la più stronza der monno e che poi diventerà immancabilmente la miglior amicaconfidentealleata. L’altra strada è quella che vede Elaine a risolvere i problemi del mondo, con una capacità diplomatica che Kofi Annan è l’ultimo dei pezzenti.

Lo so, detta così sembra anche interessante. Ecco, no. Le storie sono buttate lì con un piattume imbarazzante, i dialoghi interessanti si contano sulle dita di una mano, visto che nella maggior parte dei casi siamo dalle parti delle più classiche urla mucciniane. Come detto, però, la parte che spinge diritta al facepalm è il casting e, quindi, la recitazione.

Per dire, Ciarán Hinds – aka l’ex marito presidenziale – ha un curriculum impressionante e una faccia che è carismatica anche quando compra le percocche, ma ha una fisicità e una presenza che non c’entrano nulla – NULLA – con il ruolo di ex presidente. Va bene, il personaggio è un puttaniere, ma è stato anche per otto anni l’uomo più potente del mondo, deve avere qualche tratto di saggezza e forza politica. Invece no, è solo un animale da monta fuori tempo massimo, che si aggira per le stanze con fare da mezzo mafioso. Il problema è che, nonostante questa iconografia da figlio arrogante del padrino del quartiere, buona parte delle sue battute sono dedicate ad accusare il presidente – italoamericano – di essere un mafioso. Senso del ridicolo, perché non ci sei mai quando servi? È l’esempio più evidente di un casting disastroso, ma anche il figlio gaytossicoalcolizzato non scherza, nel suo essere davvero oltre il Muccino border (lui è Sebastian Stan, direttamente da Gossip Girl).

Faccio la chiusa con il riassuntone che ho voglia di andare a vedere Breaking Bad? Eccola: un soappone con una sola attrice centrata su mille, sceneggiature tirate via che neanche la filodrammatica dell’oratorio, zero battute brillanti, tanta prevedibilità. La fate a mente la somma o vi serve la My Magic Diary?

 



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