Mobland season finale – Tutto giusto di Diego Castelli
La prima stagione della serie di Paramount+ mantiene tutte le promesse e si conferma una delle migliori novità della stagione
ATTENZIONE!! SPOILER SUL FINALE DELLA PRIMA STAGIONE
Lo scorso 3 aprile, nello scrivere la recensione del pilot di Mobland, dissi che era un articolo che poteva essere scritto l’intelligenza artificiale: la serie sembrava così dritta e così precisa, a partire dai suoi autori e dal suo cast e arrivando giù alla sceneggiatura e alla messa in scena, che sembrava di poter dire tutto con grande facilità.
Quasi quattro mesi dopo, quando la prima stagione è arrivata interamente anche sul Paramount+ italiano dopo una leggera differita rispetto agli States, possiamo dire che Mobland ha confermato tutte le previsioni. Una constatazione che può servire a dirci “ci avevamo visto giusto”, ma che si merita anche qualche considerazione aggiuntiva, perché Mobland è andata anche un tantino più in là, e se non se ne sta parlando di più è solo per una questione di bacini di utenza: gli abbonati a Paramount+ sono molti meno di quelli di Netflix, fanno meno rumore e fanno più fatica a imporre la loro voce nelle discussioni internettiane. Ma ciò non toglie che, al momento, siano particolarmente soddisfatti.

Inutile riassumere quello che già sapevamo di Mobland, c’è sempre la vecchia recensione e, se siete qui, diamo per scontato che abbiate visto il finale della prima stagione.
Come detto, Mobland ha confermato certe attese della vigilia: è una serie che ha puntato molto sulla riconoscibilità dei suoi personaggi, data in primis dalle facce ben note chiamate a interpretarli, ma soprattutto da una sceneggiatura che gli ha lasciato uno spazio di manovra relativamente esiguo.
Se pure capita spesso, dentro recensioni positive di serie tv, di sottolineare la scrittura di personaggi “a tutto tondo”, “di spessore”, e altre simili formule usate per esprimere la molteplicità delle sfumature di un carattere, qui dobbiamo elogiare la scelta quasi opposta.
Non arriviamo a dire che i protagonisti di Mobland siano delle macchiette, perché sarebbe ingeneroso e perché non terrebbe conto di un effettivo sviluppo di alcuni personaggi, chiamati a fare i conti con passati dolorosi e presenti laceranti (penso soprattutto a Harry e Kevin, amici diversissimi accomunati da ricordi oscuri e traumatici).
Però è vero che Moblland, puntando a emozioni forti, azione spietata e sorprese dirompenti, aveva bisogno di caratteri non fraintendibili, di funzioni narrative molto precise. E così Harry è pacato e controllato al punto da non scomporsi neanche quando la moglie gli pianta un coltello nel corpo, Eddie è cretino e odioso pure quando scopre che l’hanno ingannato per una vita, Conrad e Maeve sono due cattivi da fumetto d’annata, gli manca solo un bel costume vistoso, e via dicendo.

Il tema, però, è che Mobland non punta ai sottili giochi dell’animo per costruire la sua capacità di intrattenere. E non perché giochi dell’animo non ce ne siano, ma perché non sono sottili. Tutto, in Mobland, è caricato a pallettoni, e buona parte della tensione che riesce a costruire di episodio in episodio è fondata sulla promessa che, presto o tardi, potremo guardare enormi eplosioni, reali o metaforiche.
Il finale, in questo senso, è perfetto perché trova il modo di stupire ed emozionare a due livelli diversi, quello dell’azione pura ma anche quello del drama, che resta una componente fondamentale di una serie basata sulle tensioni interne di una famiglia e su quelle fra quella famiglia e un’altra, quella di Richie.
Sul fronte action, dopo che Kevin aveva ucciso il suo vecchio carceriere e dopo che Conrad e Maeve sono finiti in prigione, sta proprio a Kevin prendere in mano le redini della famiglia e organizzare la battaglia finale contro Richie. La sceneggiatura costruisce con grande perizia l’impressione che Harry possa essere effettivamente fregato dalle manovre di Richie e dai doppi giochi di O’Hara, salvo poi farci vedere che no, era tutto sotto controllo. La morte di Richie e della stessa O’Hara funziona non solo perché violenta e cinematograficamente gagliarda, ma anche perché ci mostra una spietatezza (di Kevin e di Harry) che stavamo cominciando a dimenticare, presi com’eravamo a volergli bene: e invece no, i nostri eroi sono personcine che sparano in faccia alla gente inerme. Giusto per non dimenticarcelo.
Sul fronte drama poi, funziona tutto alla grande.
La scoperta che Eddie non è figlio di Kevin ma di Conrad (e quindi è fratellastro di quello che pensava essere suo padre), spinge il ragazzo vicino al matricidio e trasforma anche il personaggio di Maeve, che ci sembrava una nonna con un attaccamento morboso nei confronti del nipote, e invece è una regina che vuole sostituire il re con un altro più controllabile, senza perdere il suo posto sul trono di consorte.
La ribellione di Kevin, poi, riesce a far arrabbiare Conrad al punto da consegnare a Kevin una vittoria vera, senza per questo cancellare il potere del patriarca, che infatti diventa un capoccia pure in carcere.
Un gioco di segreti, passati oscuri e vendette incrociate, che giustifica poi il famoso coltello di Jan nell’addome del marito: un piccolo errore banale che possiamo ben comprendere, dato che la poverina è apparentemente l’unica persona normale dentro una completa gabbia di matti.

A conferma di quanto dicevamo al tempo della prima recensione, niente di tutto questo è davvero “originale”. Per quante sorprese Mobland possa piazzare nella sua sceneggiatura, appartiene a un genere piuttosto codificato dal quale non cerca di emanciparsi granché.
I suoi pregi stanno tutti nello stile. Nel ritmo sincopato tipico di Guy Ritchie. Nel cast semplicemente stellare per una serie tv. Nella sua regia sempre pronta a cogliere il carisma naturale degli interpreti e a metterli nelle condizioni di gigioneggiare allegramente, ognuno a modo suo e per la parte che si ritrova. Soprattutto, nel coraggio di essere tamarra, vicino al limite dello stucchevole (i figli che scoprono diverse paternità sono soluzioni da soap opera, tecnicamente), sapendo però di avere i mezzi tecnici per non sembrare “solo” una tamarrata, ma una tamarrata consapevole, orgogliosa, muscolare.
Se Mobland è una delle migliori novità dell’anno non è perché vorremmo che tutte ma proprio tutte le serie tv fossero così, perché in quel caso non ci sarebbe spazio per le invenzioni di Severance o di Twin Peaks.
Ma se tutte le serie teoricamente “medie”, di puro intrattenimento, fossero come Mobland, allora davvero non usciremmo più di casa.
Che già esco poco.
