29 Luglio 2025

Dexter: Resurrection e i (gustosi) salti dello squalo di Diego Castelli

Il ritorno di Dexter macina record e prova a dare una sterzata alla saga: ci riuscirà?

Pilot

Se c’è un oggetto particolare nel mondo seriale, quello è Dexter. Una cosa di cui ci si accorge guardando alcuni numeri (dati di ascolti e quant’altro) ma di cui mi sono accorto anche personalmente, leggendo commenti sotto miei articoli o video su Tik Tok.

È un oggetto particolare perché nasce come una serie di grande successo, ma finita in maniera discutibile, con molti fan della prima ora pronti ad affermare che il finale di Dexter fu uno dei peggiori della storia della serialità. Gli stessi fan, però, che diedero fiducia a Dexter: New Blood come possibilità di redenzione (nemmeno troppo riuscita) di quell’errore, che poi apprezzarono il ritorno al passato di Dexter: Original Sin, e che ora si sono fiondati in massa al cospetto di Dexter: Resurrection, ennesimo tentativo di rilanciare un franchise che sembra sempre moribondo, eppure coinvolge un pubblico leale e tignoso.

Credo che il segreto di tutta questa faccenda sia che, molto banalmente, di Dexter Morgan ce n’è uno solo. Il concept di questa saga è così specifico, che qualunque altra serie provasse a farlo suo suonerebbe immediatamente come una scopiazzatura inaccettabile. Non ci può essere un altro serial killer di serial killer, se non Dexter, e quindi i fan di quel concept hanno solo lui a cui aggrapparsi, trovando la gioia quando ce n’è, e aspettandola quando scompare.
Dexter: Resurrection non fa eccezione, e il creatore Clyde Phillips (già coinvolto in tutte le incarnazioni precedenti del franchise), prova pure a far evolvere la storia prendendosi anche il rischio del salto dello squalo.

Questa recensione viene scritta dopo il quarto episodio della prima (e per ora unica) stagione di Dexter: Resurrection, un episodio particolarmente importante perché segna una specie di cesura, o almeno questa pare l’intenzione, fra una vecchia Dexter e una nuova Dexter.

Da qui in poi qui, spoiler.

C’era già stata una rivoluzione, in casa Dexter. Se la prima serie, composta da nove stagioni, raccontava di un esperto della polizia scientifica che di notte faceva il serial killer provando a conciliare il suo “hobby” con una professione che lo piazzava proprio in mezzo ai suoi potenziali inseguitori, la seconda serie (New Blood) cambiava setting e narrazione per portarci in mezzo ai boschi, eliminare la polizia scientifica e il caldo di Miami, e inserire l’elemento di un figlio che imponeva al protagonista nuove riflessioni e compromessi, senza perdere la spinta interna del “dark passenger”, l’urgenza verso l’omicidio senza la quale Dexter non sarebbe più Dexter.

Con Resurrection, l’inizio sembra ricalcare quanto visto in New Blood: di certo Dexter non è tornato in polizia, il figlio continua a essere un fattore importante (e anzi c’è una linea narrativa fondamentale che lo vede protagonista di un omicidio da cui deve nascondersi), e una nuova modifica del setting non sembra cambiare chissà quante carte in tavola rispetto alla serie precedente (lasciando perdere Original Sin che è un prequel).
E poi però arriva il quarto episodio.

In questa puntata, dopo che aveva ucciso un serial killer a cui avevano affibbiato il nomignolo di “Dark Passenger” (cosa che infastidiva non poco il nostro protagonista), Dexter viene invitato da un misterioso riccone a una specie di piccolo convegno di serial killer. In realtà volevano invitare il Dark Passenger, e Dexter sceglie di rubarne l’identità proprio per trovarsi in un luogo in cui potrebbe trovare numerose vittime che rispettino il buon vecchio Codice con cui Dexter prova a governare da decenni la sua sete di sangue.

E il motivo più immediato, ma meno importante, per cui questo episodio diventa iconico, è la quantità di guest star che raccoglie sulla stessa scena: si era già vista Uma Thurman, un nome già di per sé piuttosto altisonante, ma in questa riunione di assassini compaiono anche Krysten Ritter (la Jessica Jones della Marvel, più altre cento cose), Peter Dinklage (mitico Tryion Lannister di Game of Thrones), Neil Patrick Harris (indimenticabile Barney Stinson di How I Met Your Mother), Eric Stonestreet (altrettanto indimenticabile Cam di Modern Family).

Una specie di riunione cine-seriale per omaggiare un personaggio scolpito per sempre nella storia delle serie tv, ma anche un modo piuttosto evidente di imprimere un nuovo corso a quella stessa storia.

Sì perché un Dexter che si metta a fare comunella con altri killer, sentendosi in qualche modo capito e dovendo sforzarsi per non farsi coinvolgere dal senso di comunità, è una novità piutto forte per la serie.
Se poi ci mettiamo un potenziale interesse romantico per Mia (il personaggio di Krysten Ritter), ecco che facciamo un ulteriore passo in territori inesplorati, anche se non del tutto blasfemi (Mia è pur sempre una che uccide uomini abusatori, quindi cattivi, proprio come fa Dexter).

L’impressione è quella di essere nel punto più lontano possibile dalla prima Dexter che, pur nella sua eccezionalità, si portava dietro anche un certo livello di realismo: l’inserimento di un protagonista così particolare in un contesto da classica serie crime serviva proprio a potenziarne l’effetto dirompente, al grido di “il classico cattivo da serie crime qui è l’eroe e agisce in mezzo agli altri buoni tradizionali”.

Ora invece abbiamo saltato lo squalo, siamo nel mondo del fumetto, dove un ricco malvagio e morboso dall’aspetto assai riconoscibile raduna una squadra di pazzi scatenati in cui l’utilizzo di facce famose accuratamente storpiate (vedasi la parrucca di Neil Patrick Harris) rende la scena ancora più grottesca, straniante, completamente e consapevolmente irrealistica, anche per quello che da sempre sappiamo dei serial killer da film/serie tv (solitari, egoriferiti, asociali, accentratori).
Una scena che impone al protagonista nuove riflessioni su di sé e sulle proprie ossessioni, qui approfondite attraverso un dialogo tutto mentale con il padre morto, che peraltro è una scusa per riportare sul set un’altra faccia importante del franchise come quella di James Remar.

Il senso commerciale, televisivo, “marketing oriented” dell’operazione è evidente. Consci che la saga di Dexter continua ad avere una sua forza intrinseca, ma altrettanto consapevoli che rimanere perennemente trincerati nella comfort zone rischierebbe di essere altrettanto rischioso (tanto più che ora c’è Original Sin a ri-raccontare il Dexter Morgan di una volta), gli autori hanno deciso di andare all in, facendo prendere alla storia una deviazione improvvisa, inaspettata, e molto vistosa, nel tentativo di dare nuova linfa a un brand che, comunque, aveva dimostrato di averne bisogno.

Operazione riuscita? Beh io mi ci sono divertito, con questo episodio, e sono curioso di vedere cosa succederà. Ma soprattutto, non essendo io un fan purista di Dexter, ero curioso di vedere la risposta del pubblico, che al momento pare positiva: su imdb (che vale quel che vale, ma sappiamo anche che è un posto in cui i fan traditi fanno scattare i review bombing come se niente fosse), il quarto episodio di Dexter: Resurrection ha una valutazione di 9,8, con più di 15 mila voti. Segno che la “base”, per usare un termine da partito politico, ha apprezzato, o quanto meno non ha disprezzato al punto da voler rompere le uova nel paniere a chi invece voleva applaudire.

Una (prima) valutazione complessiva la potremo dare solo alla fine della prima stagione, quando avremo visto come tutta questa carne messa sul fuoco verrà effettivamente cucinata: il salto è stato coraggioso e scintillante, di questo bisogna dare atto, ma deve anche essere governato.

Io per ora sono fiducioso, e personalmente sto trovando Dexter: Resurrection molto più frizzante e “fresca” rispetto a New Blood (mentre Original Sin, proprio da non purista della saga, è per me la meno interessante). Con questa saga però sai dove si inizia ma non sai mai dove si finisce, quindi stiamo a vedere.



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