19 Marzo 2026

The Madison su Paramount+ – A Taylor Sheridan piace proprio la campagna di Diego Castelli

Il creatore di Yellowstone torna in Montana per una parabola sulla riscoperta dei valori della terra

Pilot

Se parliamo per stereotipi, ma nemmeno troppo, a Hollywood sono quasi tutti di sinistra. Forse “di sinistra”, per gli Stati Uniti, è un concetto un po’ eccessivo, ma diciamo che tantissimi attori, registi, sceneggiatori rivendicano la propria fede progressista e sostengono il Partito Democratico.
Potrebbe essere un dettaglio di poco conto, una semplice preferenza personale, se non fosse che poi, quando si tratta di raccontare storie, certi valori si vedono più di altri.

Nei medical americani molti dottori (specie i protagonisti) vedono le compagnie assicurative come dei nemici dei pazienti. Nei polizieschi, i buoni tendono a essere molto inclusivi, femministi, attenti ai diritti delle minoranze. Film e serie sono pieni di personaggi a vario modo queer, che dalla loro queerness ricavano il loro essere divertenti, simpatici, saggi, consapevoli.
Tutto progressismo che ben conosciamo (che ci piaccia o meno non ha importanza), e che negli ultimi anni è arrivato fino al concetto di “woke”, intorno al quale internet si accende e si infiamma ogni due per tre (ma noi non lo faremo qui).

Poi certo, questa inclinazione progressista di Hollywood, naturalmente, non significa che i repubblicani non abbiano avuto i loro periodi, le loro stelle, i loro valori portati sullo schermo (pensate al machismo di John Wayne o dei film d’azione anni Ottanta).
Al momento, marzo 2026, l’autore televisivo repubblicano più in vista, più potente, e anche più talentuoso, è certamente Taylor Sheridan, creatore di Yellowstone che ora arriva su Paramount+ con un’altra serie “proprio sua”, ovvero The Madison.

The Madison, che è proprio scritta da Sheridan, non solo ideata e prodotta (la differenza si vede quasi sempre, dal punto di vista della qualità), doveva in effetti essere uno spinoff di Yellowstone, la serie che più di tutte ha contribuito alla fama e al portafogli dell’autore texano.
Il suo titolo di lavoro, inizialmente, era 2024, e doveva quindi essere la terza serie, dopo 1883 e 1923, a espandere l’universo di Yellowstone senza toccare effettivamente i suoi personaggi principali, al massimo nonni e vecchi zii.

Alla fine, però, The Madison è diventata un progetto a sé stante, composto da sei episodi per la prima stagione (al momento di scrivere questa recensione ne abbiamo visti tre), con altri sei già girati, al punto che non è chiaro se andranno considerati una vera seconda stagione, o una seconda parte della prima.
Ma questi sono dettagli.

The Madison racconta di una famiglia di New York ricca, mondana e in larga parte liberal, in cui il padre/marito Preston, interpretato da Kurt Russell, ha però una passione sfrenata per la natura, per la pesca, e per questo pezzetto di terra del Montana, gestito da suo fratello Paul (Matthew Fox), in cui Preston va a rifugiarsi appena può, in cerca di pace e aria buona.
A casa, invece, la moglie Stacy (Michelle Pfeiffer) e le figlie Abigail (Beau Garrett) e Paige (Elle Chapman), vivono una vita che non prevede fili d’erba, fiumi e pesci, e sono felicissime così.

Come potete immaginare, pur senza fare troppi spoiler su alcuni eventi molto rilevanti del primo episodio, la famiglia sarà costretta (nella sua parte femminile e meno campagnola) a dare una chance al Montana, trovando il modo di farselo piacere a partire proprio da Stacy, a cui verrà chiesto un preciso sforzo di comprensione e consapevolezza.

Leggendo questi pochi dettagli della trama, potreste pensare a una storia da tv movie del pomeriggio, in cui la gente di città deve (ri)scoprire le gioie della campagna, superando inevitabili e buffe situazioni di disagio campestre (tipo un bagno in cortile, con dentro un nido di vespe), per ritrovare però una comunione con la natura che sembrava perduta, e che invece può essere occasione di risveglio spirituale e filosofico.

E in parte è esattamente quello che succede. Il posizionamento politico di cui parlavamo prima – da non confendere col trumpismo però – è quello che porta Sheridan a scrivere personaggi che, a New York, sono subito pronti a correggere chiunque usi termini razzisti o pronomi sbagliati, ma che poi si dimenticano di ringraziare una persona vera che gli riserva una gentilezza.

Per Sheridan, in tutte le sue serie, il ritorno alla natura è da sempre sinonimo di valori concreti e pratici, di saggezza popolare e senso comune, di un’eliminazione di sovrastrutture che consenta di ricordare come si stava meglio quando si stava peggio (probabilmente Sheridan darebbe un braccio per essere un cowboy dell’Ottocento). Una comunione fra la terra e le persone che cerca di trovare un equilibrio etico e morale anche quando quella terra viene sfruttata da quelle persone (lo si vede pure nel romanticismo epico e virile che circonda i pozzi di petrolio in Landman).

Ancora una volta, sono posizioni che possono piacere o meno, e all’interno delle quali si può scavare in cerca di contraddizioni, semplificazioni o stereotipizzazioni, ma in cui esiste certamente la sincerità di un autore che in quei valori crede fermamente, e che intorno a essi cerca di costruire personaggi che non siano solo reazionari, ma che provino a tenere insieme tutte le spinte del contemporaneo, pur in una prospettiva più conservatrice.
Stavo per scrivere che, in questo senso, i buoni di Sheridan possono essere conservatori, ma non sono mai razzisti o misogini, anche se, su questo punto, dipende pure dalla sensibilità individuale, e il primo episodio affronta di petto la questione, pur in una prospettiva commediosa, a proposito del termine “indiano” per indicare i nativi americani.

E comunque insomma, ci siamo detti da che parte sta Sheridan, e ci siamo detti che, in effetti, The Madison poteva pure finire a essere un tv movie grossolano in cui riscoprire la campagnella dopo lo stress della città.
Ma quindi è una brutta serie? Proprio no, anzi.

L’analisi deve viaggiare su un doppio binario, se non triplo. Dal punto di vista della scrittura, e quindi della trama e delle battute, Sheridan prende i suoi personaggi, ce li presenta brevemente ma con efficienza, e poi comincia a sballottarli di brutto, costringendoli a grossi cambiamenti e prese di coscienza.
Questo percorso passa attraverso passi narrativi e dialoghi che trovano presto un ottimo equilibrio fra almeno tre componenti: il romanticismo conservatore della coppia di coniugi che si amano da anni; la gestione di grossi traumi che impongono di guardarsi allo specchio con più sincerità di quanto non si sia fatto fino a quel momento della vita; e diversi momenti di alleggerimento, se non proprio di comicità, che servono a traslare la famiglia Clyburn dal loro contesto danaroso e freddo, a un nuovo scenario più complicato ma anche più vero e pure simpatico. E questo senza contare la promessa di ulteriori sviluppi familiari, romantici e quant’altro.

Dovremmo poi parlare del cast. La vera protagonista della serie è Michelle Pfeiffer, che deve gestire una difficile transizione per due figlie femmine, e che forse non a caso viene diretta in tutti gli episodi da una regista donna, Christina Alexandra Voros, che fra le altre cose ha già diretto diversi episodi di Yellowstone e 1883.
Per quanto si noti un certo feticismo maschile per un tipo femminile molto preciso (quasi tutte le serie di Sheridan hanno almeno una “biondina americana bellissima” come Elle Chapman), è un cast che funziona, che ha carisma, in cui tutti sono perfettamente in parte, compreso Patrick J. Adams, che dopo essere stato co-protagonista di Suits va in Montana a fare il maritino adorabile ma non proprio adatto alla vita all’aria aperta.

E poi, appunto, c’è il Montana. Una serie così, che predica il ritorno alla natura e la fuga dalla città come condizione primaria per ritrovare il centro spirituale di sé stessi, non può che provare a mostrarci quella natura al massimo del suo fulgore ma anche, per certi versi, della sua accoglienza, al contrario della natura di 1883, che era anche arcigna, nemica, indifferente al destino dell’uomo.

In realtà, questo elemento di pericolo, di rispetto dovuto al selvaggio per poterlo abitare e dominare, c’è anche in The Madison. Ma nonostante questa premessa doverosa, poi quello che vediamo è un costante, meraviglioso paradiso terrestre.
Basterebbe solo la prima scena, in cui i due fratelli Preston e Paul pescano insieme al fiume, in uno scenario da sogno, lontani dallo stress cittadino, per farci immaginare come sarebbe la nostra vita se mollassimo tutto per andare a vivere in una fattoria.
E no, non ho alcuna intenzione di staccarmi dal mio wifi, ma garantisco che il pensiero ti viene.

Per fare questa cosa e per farla bene, cioè per far innamorare il pubblico di un’ambientazione bucolica riuscendo a mantenerla vera e viva, quindi non solo una cartolina iper-satura, serve gusto e buona mano, cose che Voros (che non è solo regista ma anche direttrice della fotografia) sembra avere in abbondanza.
Quella di The Madison è una Natura che dà e che toglie, che promette e sfida. Ma è comunque immensamente più affascinante rispetto alla grigia e pericolosa vita newyorkese, dove si può essere rapinati in pieno giorno senza che nessuno faccia niente per aiutarti (sì, succede nella prima scena del pilot, perché Sheridan non è uno che ci vada sottile, con i suoi messaggi).

The Madison è dunque un po’ diversa da altre serie di Taylor Sheridan, ma è anche simile. Diversa perché è un racconto familiare un po’ meno teso e incattivito rispetto a Yellowstone, e meno finanziario rispetto a Landman. Simile perché i valori del suo autore sono quelli, ed è sempre chiaro qual è l’America che Sheridan preferisce, difende, dipinge.

Ci sarebbero molti modi per far diventare stucchevole e goffa una serie del genere, così netta nella sua filosofia e così esplicita nel suo messaggio. Ma con una scrittura così efficace, interpreti così bravi, e uno stile visivo così arioso e potente, il risultato è raggiunto, e ne avanza pure.

Perché seguire The Madison: per la cura e la raffinatezza con cui Taylor Sheridan racconta i mondi e i valori che gli piacciono.
Perché mollare The Madison: rispetto ad altri prodotti dello stesso autore, è molto più drammone lacrimone, ed è bene saperlo.



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