IT: Welcome to Derry prima stagione – Fra alti, bassi, e furbizie di Diego Castelli
La prima stagione del prequel di IT chiude con un buon episodio che maschera solo in parte i problemi precedenti
SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE
Fra le molte regole non scritte (oddio, qualcuno l’avrà anche scritta) che aiutano a sviluppare una storia efficace, ce n’è una che potrebbe recitare così: “Se la tua storia non è forte al 100%, assicurati almeno che sia forte all’inizio e forte alla fine, che poi la gente del mezzo si dimentica”.
È un regola che si applica soprattutto al cinema, che propone intrattenimenti di due o tre ore in cui è facile farsi impressionare dall’incipit e dal finale. Funziona un po’ meno con la letteratura, dove un romanzo che ti tiene occupato per giorni deve avere qualcosa da raccontare anche nel mezzo. E ha una validità più varia con le serie tv, dove peraltro il concetto di “finale” si può applicare a un solo episodio o a un’intera stagione.
Se è vero che una serie, per ovvi motivi, deve saperti intrattenere davvero anche nei molti episodi che stanno in mezzo fra pilot e ultima puntata, è pure vero che possiamo fare diversi esempi di serie il cui finale è piaciuto così poco, da sporcare anche le stagioni precedenti (pensiamo alla prima serie di Dexter, o all’ultima stagione di Game of Thrones).
Ecco, la prima stagione di IT: Welcome to Derry è stata furba, perché ha un buon primo episodio (di cui abbiamo già parlato e che, curiosamente, funzionava bene agli estremi e meno nel mezzo), un finale forte e paraculo (nel senso buono), e diversi momenti intermedi che invece sono vistosamente inferiori.
È il momento di fare un piccolo punto della situazione, ancora prima di capire se, come vorrebbe il suo creatore, Welcome to Derry arriverà davvero a tre stagioni complessive, raccontando i tre interludi inseriti nel libro di Stephen King, fra cui si raccontava l’incendio al Black Spot che abbiamo visto nella prima stagione.

Partiamo proprio dalla fine, dall’episodio che abbiamo tutti più fresco. La sua forza deriva da alcuni motivi ovvi (c’è poco da parlare e molto da agire, perché bisogna combattere e vincere), e da altri meno scontati.
La lunga scena sul lago ghiacciato, che parte da Pennywise Pifferaio Magico e si conclude con il pugnale meteorico piantato nel terreno, genera un bell’impatto visivo: oscurità bluastra, nebbia fitta, manufatti luccicanti, più l’abilità di Bill Skarsgård e la bontà degli effetti digitali che costruiscono un pagliaccio malefico e continuamente cangiante che spaventa in quanto minaccia mortale sguinzagliata alle spalle dei piccoli eroi coraggiosi ma sostanzialmente indifesi.
Sul fronte narrativo, la paraculaggine zuccherosa del ritorno del defunto Richie, evocato dalla piccola pellerossa fantasma per aiutare gli amici, riesce a essere tanto stucchevole quanto gustosa, perché quel ragazzino, interpretato da Arian S. Cartaya, è veramente simpatico, e vederlo fare il dito medio a Pennywise ci strappa un sorriso difficile da nascondere.
Anche il twist più rilevante, e forse più straniante per i fan del libro (di questo riparliamo a breve), ha un suo coraggio e un suo carattere. Non parlo tanto del fatto che Marge si riveli essere la madre del futuro Richie Tozier: quella è una buona idea, coerente con il resto della storia, utile a creare un link preciso con i film di Muschietti, e pure dolcina nei confronti di Richie (quello morto) che darà il nome al figlio di Marge. Il vero twist è la capacità di It di vedere il futuro o, meglio, di vivere in maniera diversa il tempo in quanto entità soprannaturale, ma pure extra-universale.
Questa idea non viene dal libro di King, ma non è nemmeno così incompatibile con esso, e consente a Muschietti di allargare le maglie della sua versione della mitologia di It, allungandosi verso le due prossime stagioni e, addirittura, generando la possibilità di stravolgimenti più arditi: lo stesso Muschietti ha dichiato che questo aspetto della natura di Pennywise potrebbe perfino mettere in dubbio il fatto che la storia (ricordiamoci che siamo dentro un prequel) debba finire come l’abbiamo vista nei film. Forse siamo ancora nel paraculo (ti dico che tutto può ancora succedere perché altrimenti ti annoi a pensare di sapere già come finirà), ma è un paraculo intrigante.

Il resto dell’episodio rimane sui toni della dolcezza (il funerale strappacuore di Richie) e del lieto fine (la famiglia Hanlon finalmente riunita e pure felice di rimanere a Derry a testa alta), concedendosi anche una gag divertente (Dick Halloran, futuro personaggio di Shining, che scherza sul fatto che lavorare in un hotel non sarà così complicato). Funziona abbastanza bene anche l’epilogo più inquietante e molto fanservice: nell’ospedale psichiatrico, una Ingrid ormai invecchiata assiste alla scoperta del corpo della madre di Beverly Marsh, una Sophia Lillis che torna nella storia per una breve comparsata in cui il suo viso bello e giovane è ancora credibile per interpretare una ragazzina, anche se ridendo e scherzando sono passati quasi dieci anni dall’uscita al cinema dei due film di IT.
Insomma, è un episodio che prova a chiudere tutti i suoi fili narrativi, costruendo però dei ganci non banali per futuri balzi indietro nel tempo, e che piazza qualche colpo strappacuore in un momento in cui lo sviluppo della sua trama li rende credibili, se non addirittura necessari.
Però è proprio in quello sviluppo, a cui abbiamo assistito nelle settimane precedenti, che troviamo invece i maggiori problemi di una serie che, nel complesso, è rimasta al di sotto delle aspettive (pure considerando che è una serie di sua maestà HBO, non di Peacock, con tutto il rispetto).

La descrizione dei problemi di IT: Welcome to Derry si può dividere in due. Una prima analisi in rapporto al libro di Stephen King, e una seconda che faccia finta che non esista.
Di base a Serial Minds non diamo troppo peso al confronto con i romanzi di origine (non dovrebbe mai essere necessario dover leggere un libro per apprezzare una serie tv), ma in questo caso l’eccezione è un filo obbligata perché il romanzo è più famoso della media, ma soprattutto perché è la produzione stessa della serie a chiamare a raccolta i fan dello scrittore americano: se li chiami tu, poi non ti puoi lamentare se si incazzano.
In diverse occasioni, specie nel podcast Salta Intro, ho paragonato (con evidente intento provocatorio) Welcome to Derry a The Vampire Diaries.
La serie di HBO non è un teen drama, naturalmente, ma il senso è che il romanzo ha un respiro, una profondità, uno spessore dei personaggi, un’inquietudine, e una capacità di descrizione dell’entità che conosciamo come It, che semplicemente questa serie non ha.
Molto (troppo) legata ai jump scare per mettere paura, totalmente incapace di rendere viva e spaventosa la cittadina di Derry – la cui intrinseca malvagità, sobillata da Pennywise, è al cuore del romanzo mentre diventa solo sfondo nella serie tv – spesso costretta a dire cose che invece dovrebbe rappresentare, Welcome to Derry diventa molto presto poco più di una storia horror con il mostrone.
Poi certo, dopo un po’ i ragazzini riescono a entrarci in simpatia nel modo giusto, ma per chi ha letto il romanzo manca sempre qualcosa. Invece di una costante inquietudine filosofica, ci sono fasi di dialogo alternate a momenti spaventosi (a volte nemmeno così tanto), con una schematicità troppo netta per raggiungere l’epica dell’originale.

Ma fosse solo questo, tutto sommato pazienza. Si tratta anche di mezzi diversi, senza contare che Welcome to Derry non è It, ma un suo prequel, e che alcune sfumature nuove (come la succitata percezione temporale del cattivo) non sono neanche male.
Poi però IT: Welcome to Derry ha proprio dei problemi suoi. Dopo un pilot capace di generare un certo impatto, poi la serie di adagia su un racconto molto più blando e ripetitivo, con meno guizzi, con una messa in scena spesso molto ordinaria (la “nemica” Stranger Things gli dà le piste) e alcuni veri e propri scivoloni visivi (i fintissimi fantasmi al cimitero me li sogno ancora di notte, e non nel senso giusto).
Ma è sull’efficacia di alcune specifiche scelte, e sulla presenza di palesi incoerenze, che Welcome to Derry fa più fatica. Snocciolo qualche problema senza ordine specifico, soluzione non molto letteraria, ma giusto per andare al sodo:
-Leroy Hanlon ci viene presentato come un uomo chimicamente incapace di avere paura, e che per questo viene arruolato a derry: peccato che passerà buona parte della stagione a essere spaventato a morte.
-Tutta la storia di Ingrid è assurda: una donna che pensa di vedere in It il fantasma del padre, e che per un paio di puntate vuole diventare una sua minion, facendo di fatto ridere perfino Pennywise. Palese il tentativo di forzare un twist di mezza stagione che francamente non serviva.
-La morte di Richie, per quanto toccante a fronte dell’affetto per il bambino, è veramente troppo idilliaca: sono nel mezzo di un incendio pazzesco, fra razzisti amati, fiamme incandescenti e un demone mangia-teste, e Richie ha il tempo di sussurrare un lungo discorso amorevole a una ragazzina chiusa in una scatola che, per qualche motivo, non muore intossicata come lui, e che poi lo trova giusto lì accanto, appena un po’ sporco;
-Il vero piano dei militari, quello svelato dopo il ritrovamento del pilastro, è completamente ridicolo. Siamo in piena Guerra Fredda, dove tutti hanno paura della bomba atomica, e l’esercito pensa che sarà una buona idea scatenare nel Paese un demone cosmico che mangia la gente, perché così la paura (un’altra???) li unirà contro le divisioni serpeggianti negli Stati Uniti, tipo femminismo, scontri razziali e quant’altro. Il tentativo di attualizzare la storia, in un momento storico (il nostro) pieno di propagande, fake news e divisioni, è potenzialmente legittimo, ma il salto logico compiuto del generale è troppo ampio, non abbastanza spiegato, e palesemente poco adatto al contesto in cui si trova. Di nuovo, una scrittura evidentemente forzata in nome di un twist pedagogico che ci strattona via dall’immersione nella storia.

Poi ci sono anche singole scelte migliori: alcune scene horror, anche dopo il pilot, sono molto efficaci (come quella che porta al ferimento dell’occhio di Marge), così come interessante e ben fatto è il breve flashback sulla vita di Bob Gray, in cui si uniscono la già citata bravura di Bill Skarsgård con una versione umana, analogica di Pennywise che stride bene con quella soprannaturale.
Fra le cose buone mettiamoci pure la sigla di apertura, veramente azzeccatissima in tutto.
E però i problemi e problemini non finiscono con quei quattro che ho elencato specificamente, basti vedere il modo goffo e ripetitivo con cui Lilly stringe gelosamente il pugnale anti-It, trattandolo un po’ da Gollum con il suo tessssoro, ma in un modo molto piatto, molto blando, senza che ci sia mai un guizzo creativo per mostrarci questa presunta ossessione (poi risolta con poco più che il sacro potere dell’amicizia) che non sia semplicemente “dircelo”.
Idem il ruolo dei nativi americani, che nei singoli possono essere pure utili (Rose, Taniel), ma che come comunità sembrano più che altro degli addetti al conteggio dei morti.

Poi ci sarebbe l’ultimo elemento di analisi, che è più una questione di contesto e tempistiche: il primo film di It diretto a Muschietti era uscito nel 2017, e già allora era sembrato una specie di copia (magari anche buona, ma copia) di una serie che aveva debuttato pochi mesi prima, a luglio 2016, e che paradossalmente era essa stata una figlia illegittima di Stephen King e di tante altre atmosfere anni Ottanta: parliamo ovviamente di Stranger Things.
Se paragoniamo la prima stagione di Stranger Things alla prima di Welcome to Derry, la seconda perde in quasi tutto, ed è uscita quasi dieci anni dopo. E poco conta che ora Stranger Things sia arrivata un po’ stanchina alla fine, perché il concetto è che ormai ha fatto sì che IT: Welcome to Derry sembrasse almeno in parte fuori tempo massimo, una seconda arrivata che può lamentarsi dal fatto che la vera erede di Stephen King dovrebbe essere lei, se non fosse che la percezione della gente non funziona così. Un po’ come accaduto coi film di Dune, che a tratti sembrano copie di Star Wars, anche se in realtà è Star Wars che, zitta zitta, aveva copiato un sacco di cose dai romanzi di Dune. Ma mica glielo puoi rinfacciare, è arrivata con quarant’anni di anticipo, e la storia del cinema l’ha fatta più George Lucas del pur bravissimo Denis Villeneuve.

Come da titolo, insomma, IT: Welcome to Derry è una serie che ha vissuto di alti e bassi, di buone intuizioni e intelligenti furbizie, unite però a cadute di tono e di stile poco spiegabili per un prodotto di questa ambizione, su cui si è lavorato per anni.
Poi certo, da che punto guardi il mondo tutto dipende: se proviamo a pensare ad altre trasposizioni cine-seriali dello Stephen King horrorifico, c’è pure caso che IT: Welcome to Derry sia una delle migliori, o delle meno peggio, fate voi. Però non dovrebbe nemmeno essere una corsa al ribasso, e nel mio punto di vista, che purtroppo è l’unico che possa raccontarvi davvero, prevale una complessiva delusione.
Poi ecco, sono curioso di vedere come avranno intenzione di giocarsi un nuovo salto all’indietro, e come proveranno a gestire il pericolo (direttamente affrontato da Muschietti con la questione del viaggio nel tempo) che Pennywise diventi una specie di meme tipo Voldemort, tanto potente quanto ripetutamente sconfitto da una banda di ragazzini (perché se ti succede una volta ok, se ti capita quattro volte non sei sto gran demone…).
Staremo a vedere, però se Welcome to Derry non è riuscita a scalare grandi posizioni nella nostra classifica, ora sapete perché.
