20 Gennaio 2026

A Knight of the Seven Kingdoms – Un esordio tenero e brillante di Diego Castelli

A Knight of the Seven Kingdoms non è il solito spinoff di Game of Thrones, e ci tiene a farcelo sapere. Il che non è male.

QUALCHE SPOILER SUL PRIMO EPISODIO E SULL’IDENTITA’ DEI PERSONAGGI (COSE ORMAI RISAPUTE, MA SE NON VOLETE SAPERE NIENTE DI NIENTE, OCCHIO)

Su una collina spoglia, sotto la pioggia e con la sola compagnia di tre cavalli, un ragazzo seppellisce il corpo di un uomo anziano. Pensiamo sia suo padre, ma in realtà è il cavaliere a cui il ragazzo ha fatto da scudiero per anni.
Morto il suo signore ed ereditata la sua spada, il giovane uomo promette di diventare anch’egli un cavaliere nobile e stimato.
In sottofondo, sullo sguardo intenso del ragazzo, monta il celebre motivo musicale usato per la sigla dell’altrettanto celebre Game of Thrones.
Stacco, e il nostro giovane seppellitore di cavalieri sta cagando con un certo impegno dietro un albero, con l’inquadratura che lascia bene poco all’immaginazione sulla potenza e sull’urgenza della deiezione.

Se questo è l’inizio del pilot di A Knight of the Seven Kingdoms, terzo spinoff (e secondo prequel) di Game of Thrones dopo House of the Dragon… beh, diciamo che gli autori Ira Parker e George R. R. Martin ci hanno tenuto a specificare una cosa: no, non è “esattamente” Game of Thrones.

Tratta da una trilogia di novelle dello stesso Martin, pubblicata in Italia con il titolo complessivo di Il Cavaliere dei Sette Regni, A Knight of the Seven Kingdoms arriva su HBO MAX come una delle prime e più importanti serie completamente originali e disponibili solo su quella piattaforma (a differenza di The Pitt, la cui prima stagione era passata su Sky).

La storia è quella di Dunk, diminutivo di Duncan, uno scudiero diventato cavaliere molto presto, ma con molto da imparare e molto da guadagnare (metaforicamente e non, visto che al momento è abbastanza povero in canna).
Con l’obiettivo di partecipare a un torneo per ottenere fama e denaro, già nel primo episodio Dunk (interpretato da Peter Claffey) incontra personaggi dal nome altisonante per chiunque abbia visto Game of Thrones (tipo Lyonel Baratheon, interpretato da Daniel Ings), ma fa soprattutto la conoscenza di un ragazzino calvo e orfano che farà di tutto per diventare suo scudiero, e che si trasformerà presto in compagno d’avventura.

Il ragazzino (impersonato da Dexter Sol Ansell) si fa chiamare Egg, ovvero “uovo”, a partire dalla capoccia tonda e senza capelli, ma non si tratta di un ragazzino qualunque, e vi faccio questo spoiler perché nessuno lo considera più tale, il suo vero nome compare in qualunque presentazione della serie e della storia su internet, quindi non è da questo mistero che ricaverete/ricaveremo il nostro divertimento: si tratta infatti di Aegon V Targaryen, membro della casa reale che siede sul Trono di Spade e destinato a un futuro luminoso.
Oddio, almeno in parte, visto che sarà il nonno del famigerato Re Folle, di cui già in Game of Thrones si parlava in quanto ultimo esponente regnante di casa Targaryen, prima della ribellione di Robert Baratheon che metterà sul trono il corpulento sovrano conosciuto nella prima stagione dell’ormai conclusa serie di HBO.

Come accennato all’inizio, questa è una serie che, come i libri da cui è tratta, non ha l’obiettivo di ricalcare le atmosfere e le dinamiche dei due prodotti precedenti. Niente cast corali e intricati, niente pesantezza da high fantasy violento e sessuomane, niente pretesa di raccontare i destini di un intero mondo o di un’intera specie.

Ce ne accorgiamo prima di tutto grazie a un’ironia che è anche un tentativo di ancorare il racconto a una solida realtà: nel pilot non ci sono draghi, ma protagonisti che defecano nei prati, locandiere che prima di riempirti il bicchiere bevono il rimasuglio lasciato dal cliente precedente, burocrati che nel parlarti si prendono ampie pause per tirare su il catarro che hanno nei bronchi (che fatica ho fatto a vedere quella scena, aiuto).

Ma questo diverso approccio è evidente prima di tutto dal protagonista: al contrario dei classici protagonisi di Game of Thrones e soci, Dunk non è un fine calcolatore di intrighi di palazzo, ma nemmeno l’ombroso guerriero che si sente sulle spalle il peso del mondo. È invece un ragazzotto buono, onesto, determinato a fare del bene, la cui ingenuità e il cui candore spiazzano e inteneriscono sia noi che gli altri personaggi, spesso stupiti dal trovarsi di fronte una persona che non tenterà automaticamente di fregarli o prendersi gioco di loro.

Ma è anche un bravo guerriero? E chi lo sa.
Perché a ultimo e ulteriore suggello di una storia che è un’altra storia rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare, nel primo episodio Dunk non combatte nemmeno.
Certo, è grosso e forte, un gigante rispetto agli altri (l’attore che lo interpreta arriva al metro e 95), e sappiamo che le storie di Martin hanno costruito una discreta tradizione di uomini enormi che menano come fabbri.
Ma nella prima puntata questa tradizione non viene apertamente confermata, proprio perché A Knight of the Seven Kingdoms cerca altre atmosfere, altri risultati.

E sapete una cosa: ce la fa. Sì perché non abbiamo l’impressione di essere dentro una versione parodica di Game of Thrones, bensì di essere andati a esplorare un luogo più nascosto, magari meno emozionante, ma anche più vero, più umano, più accogliente, del mondo che abbiamo già conosciuto nella sua versione più politica e militaresca.
Non mancheranno sorprese, complotti e combattimenti, immagino, ma sempre visti da una prospettiva diversa, meno ansiogena, meno dolorosamente conflittuale.

E se non abbiamo ancora visto niente delle presunte doti guerriere di Dunk (non sto facendo melina, di questo aspetto non so veramente nulla mentre scrivo queste righe), non è stato nemmeno approfondito il rapporto con il piccolo Egg, con cui il protagonista ha giusto due dialoghi in tutto l’episodio.

È chiaro che l’affinità fra i due sarà uno dei cardini del racconto, anche se Dunk resta il personaggio principale e quello che dà il titolo alla serie. Eppure, ancora una volta, questo è un prodotto che si prende i suoi tempi, che si muove lentamente, che quando vuole immergerti in un’atmosfera, lo fa con precisione ma senza fretta, lasciandoti il tempo di ascoltare la pioggia, illuminando le stanze con le candele, dando un peso e un corpo ad ambienti e personaggi che può sembrare banale, ma che in realtà prevede un mestiere, se non proprio un’arte, che non è così scontata.

Gli episodi non saranno nemmeno tanti, solo sei, e di durata ragionevole, anche se la serie è già stata rinnovata per una seconda stagione.
Ma il succo è che da questi episodi, come ci è stato detto con grande chiarezza dal pilot, non dovremo aspettarci cose “grandiose”. Se giudicheremo A Knight of the Seven Kingdoms sulla base di una grandiosità che sentiamo come obbligatoria, ci deluderà.

Se invece seguiremo il suo stesso consiglio, accettando di guardare una piccola storia e piccoli personaggi, più buoni ed eroici del solito, mossi sullo sfondo di un universo narrativo più grande e articolato, allora potremmo essere di fronte a un caso piuttosto raro (specie se pensate ai medesimi tentativi fatti dalla Marvel): quello di una serie spin-off che si allontana molto dai protagonisti e dalle atmosfere della serie principale, ma a cui alla fine potremo volere bene.
O che potremmo perfino amare.

Perché seguire A Knight of the Seven Kingdoms: in una quarantina di minuti costruisce un’atmosfera molto evocativa, con personaggi adorabili e una bella dose di divertimento sbarazzino.
Perché mollare A Knight of the Seven Kingdoms: se cercate la grandiosità drammatica di Game of Thrones, qui è dichiaratamente bandita.



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