Steal – Sophie Turner e una rapina grossa così di Diego Castelli
L’ex Sansa Stark, e futura Lara Croft, in un thriller british di buona personalità ma che fatica sulla distanza
Dopo aver passato diverso tempo senza pensare a lei in nessuna forma, in questi giorni (siamo a fine gennaio 2026) ci sentiamo assediati da Sophie Turner, l’ex Sansa Stark di Game of Thrones che presto diventerà la nuova Lara Croft.
Si fa un gran parlare di lei proprio perché è uscita la prima foto ufficiale in cui la ventinovenne inglese veste i panni della famosa profanatrice di tombe (che detta così è brutta, però alla fine “tomb raider” vuol dire quella roba lì), e ovviamente internet si è polarizzata in modo abbastanza ridicolo non tanto su pro vs contro, quanto piuttosto su “è bellissima, straordinaria la migliore di sempre” vs “mio nonno si rivolta nella tomba dallo sdegno al solo sentire il suo nome”.
Per fortuna, però, prima dell’arrivo della serie di Tomb Raider manca ancora un po’, e intanto possiamo pensare a Sophie Turner nei panni di un’impiegata finanziaria coinvolta in una rapina da 4 miliardi.
Parliamo di Steal – La Rapina, miniserie in sei episodi disponibile su Prime Video.

Creata da Sam Miller e Hettie Macdonald (il cui curriculum spazia da Luther a Doctor Who), Steal è una di quelle serie in cui è complicato unire precisione di analisi e volontà di non spoilerare troppo, perché ci sono alcune sorprese sparse nel corso della narrazione la cui qualità dovrebbe essere proprio uno degli elementi di giudizio.
Allora facciamo che vi dico un paio di cose senza spoiler, e poi inseriamo una seconda parte leggermente più rivelatoria.
Come detto, in Steal abbiamo una banda di ladri che irrompe in un ufficio per prendere tutti in ostaggio e costringere un paio di dipendenti, Zara (Sophie Turner) e Luke (Archie Madekwe), a farsi aiutare nel trasferimento su conti esteri di 4 miliardi di dollari (o erano sterline? Beh insomma, un sacco di soldi).
La rapina riesce, ma la polizia comincia fin da subito a investigare e braccare i cattivi, e il ruolo di Zara non finisce nel fatto di essere una povera impiegata traumatizzata che ora potrebbe chiedere un po’ di ferie.

Il pilot di Steal è davvero buono. Un thriller dritto e preciso, girato e interpretato con attenzione, in cui non c’è un attimo per rilassarsi. Non perché sia un episodio granché “action”, ma semplicemente perché costruisce una tensione dalle premesse facili (rapine e ostaggi sono un grande classico) ma con uno sviluppo che ci sembra credibile, rigoroso, ansiogeno. E quel rigore prosegue ancora per un altro paio di episodi, dove comincia ad arrivare qualche sorpresa e dove possiamo vedere un’indagine che si arricchisce di molti dettagli e sfaccettature, senza perdere la presa sulla nostra attenzione.
Qualche problema, invece, sorge nella seconda metà. La miniserie inciampa in qualche passaggio fin troppo drama, in cui l’anima thriller si diluisce troppo, e comincia a perdere almeno in parte la sua verosimiglianza. Come spesso accade con i racconti che vogliono piazzare molti twist, anche Steal finisce col sacrificare parte della coerenza dei personaggi in nome della necessità di colpire gli spettatori.
Il finale è ancora una volta sincopato e tiene la tensione, ma di nuovo ci troviamo qualche esagerazione e forzatura (anche dal punto di vista dell’azione, non solo della trama) che spicca non tanto in sé, quanto nel confronto con la prima metà.
Mettiamola così: nei primi tre episodi, Steal si pone come esempio di bel thriller all’inglese, rispetto per esempio a una His & Hers che ci era pure piaciuta, ma che era molto più hollywoodiana, caricata, “urlata”. Nella seconda parte, invece, anche Steal si hollywoodianizza, finendo però col fare una figura meno buona proprio perché si avverte un cambio di tono di cui non c’era necessità.
E adesso spoileriamo qualcosa.

DA QUI IN POI C’È QUALCHE SPOILER
Il principale twist di Steal, che poi è il vero motore della trama, sta nel fatto che, sul finale del primo episodio e poi all’inizio del secondo, capiamo che Zara non è una semplice vittima della situazione, ma è coinvolta nella rapina. Nel pilot la sorpresa arriva con grande efficacia ed eleganza, perché basta un sorrisino di Sophie Turner appena prima dei titoli di coda per suggerirci che tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento andrà rivalutato e nuovamente soppesato.
Quando poi vediamo che Zara non è la mente dietro l’operazione, ma solo un ingranaggio che non ha calcolato benissimo la propria situazione, ecco che il thriller può benissimo continuare su nuove basi, perché i cattivi restano cattivi, e Zara, che pure non è un simbolo di onestà, è comunque un personaggio per la cui sorte possiamo temere.
Come detto, insomma, per tre episodi Steal continua a essere una buona serie di suspense, in cui un certo ribaltamento della situazione iniziale non cambia troppo la struttura del sistema dei personaggi.

Poi però (e qui non esageriamo con gli spoiler) qualcosa sembra rompersi. L’ingresso sulla scena dei poliziotti, e in particolare di Rhys (Jacob Fortune-Lloyd), un detective belloccio che ha pure lui i suoi problemi, moltiplica le dinamiche in gioco in un modo che la sceneggiatura non sembra in grado di gestire pienamente.
Arriva un punto in cui il personaggio di Zara sembra capace di qualunque cosa, ma anche potenziale vittima di tutto, in cui brevi linee romantiche appaiono e scompaiono con troppa rapidità, e in cui certe scelte “finali” (cioè decisioni a priori su come dovrebbe finire la storia) sembrano guidare fin troppo la trama precedente, in modo da arrivare esattamente dove si vuole, a chi se ne frega di quello che è successo prima.
Una sorta di rilassamento, di smarginatura (per usare un termine da L’Amica Geniale) che riverbera anche negli elementi più pratici della messa in scena: se il pilot ci sembra preciso al millimetro anche dal punto di vista dell’azione, nel finale quella stessa azione diventa meno verosimile, più forzata, più “facciamo così perché sì”, perdendo quel rigore e quella pulizia molto british che avevamo ammirato nelle battute iniziali.

Non arrivo a dire che Steal sia una “delusione”, nella misura in cui ho visto tutti gli episodi con interesse, volevo vedere come andava a finire, e pur in una certa confusione finale ci sono alcune buone intuizioni e twist efficaci.
Più semplicemente, se Steal avesse tenuto fino alla fine la precisione mostrata nei primi due, diciamo tre episodi, sarebbe diventata una delle miniserie thriller migliori degli ultimi tempi. Così com’è, invece, sarò costretto a ricordarla con meno entusiasmo, o forse semplicemente a… non ricordarla come avrei potuto.
Poi vedete voi se, in una miniserie o un film, preferite un inizio fulminante e un finale ordinario, oppure un inizio moscio e un finale gagliardo. Io non ho nemmeno una preferenza assoluta, dipende caso per caso, al netto del fatto che tutti vorremmo serie e miniserie eccezionali dall’inizio alla fine, però non può essere sempre festa.
Ma questo sarebbe materiale per tutt’altro articolo.
Perché seguire Steal: per larghi tratti è un bel thriller teso e rigoroso.
Perché mollare Steal: nella seconda metà si perde un po’ via.
