È tornata Euphoria. O forse no? di Diego Castelli
La terza e ultima stagione della serie di HBO MAX ripropone personaggi e atmosfere che conosciamo, ma forse manca un pezzo (per ora)
ATTENZIONE! SPOILER SUL PRIMO EPISODIO DELLA TERZA STAGIONE
Partiamo da un dato molto sciocco. Al momento di scrivere questa recensione, dopo il primo episodio della terza e ultima stagione di Euphoria su HBO MAX, questa specifica puntata ha una valutazione di 6,7 su IMDB, il più importante e consultato sito cinematografico (e seriale) del mondo. Tutti gli altri episodi della serie, appartenenti alle prime due stagioni (la prima uscita nel 2019, la seconda nel 2022), hanno valutazioni medie che superano l’8 e talvolta il 9.
Ora, pensare di giudicare la qualità di un prodotto culturale sulla base dei voti completamente aperti che ne danno le persone su internet, è una pessima, pessima strategia. Allo stesso tempo, quel dato è effettivamente indice di qualcosa. Non la qualità in sé e per sé, che è un concetto assai sfuggente e sul quale non è il caso di porre paletti troppo rigidi, quanto del rapporto fra un prodotto e il suo pubblico. Un pubblico che, trattandosi di una serie tv alla terza stagione, veniva da un percorso preciso e aspettative altrettanto precise.
In attesa di vedere se quel voto si modificherà o meno (non staremo qui a guardare eh, era giusto uno spunto di conversazione), sembrerebbe che qualcosa, nell’esordio della terza stagione di Euphoria, sia risultato stonato al suo pubblico.
E in realtà, non credo sia troppo difficile capire cosa.

Se facciamo un rapporto fra il numero di puntate disponibili e l’impatto culturale di una serie tv, Euphoria ne esce inevitabilmente come una delle serie più importanti dell’ultimo decennio. Un ventina di episodi oggetto di una specie di culto, capace di far decollare le carriere di numerosi suoi protagonisti (fra cui, naturalmente, Zendaya, Jacob Elordi e Sydney Sweeney).
Il motivo di questo successo si deve non tanto al “cosa”, quanto al “come”. Euphoria nasceva come un teen drama, e in quanto tale raccontava l’adolescenza, le sue contraddizioni, le sue tensioni, paure, depressioni, slanci ottimistici, amori assoluti, discese agli inferi, dipendenze. E lo faceva non solo senza mordere il freno, ma anzi premendo con foga sull’acceleratore.
Come precisa scelta di stile, il suo creatore Sam Levinson decise di sparare a mille su droga, sesso, relazioni totalmente disfunzionali, iperboli visive e narrative che rendevano la serie una continua sorpresa e un contenuto spesso triggerante per questa o quella sub-comunità di commentatori e analisti. Attraverso la cifra dell’iperbole più esagerata, Levinson non voleva creare un versione verosimile dell’adolescenza (se non forse di una sua porzione molto piccola), quanto un racconto che attraverso la violenza della sua messa in scena (intesa come violenza sullo spettatore), spingesse chi guardava a vivere quelle tensioni nella maniera più vera possibile.
Realismo delle emozioni, più che realismo della storia.

Erano storie “brutte”, quelle di Euphoria, storie che nessuno di noi vorrebbe vivere, ma avevano dentro qualcosa che sentiamo effettivamente di avere vissuto, chi in un modo e chi nell’altro. Personaggi molto diversi da noi, ma che riuscivamo a capire, che ci permettevano di ricordare.
Da qui le alte aspettative per la terza stagione. Gente che si è sentita sbatacchiata e malmenata, ma anche irrobustita e ingaggiata, ne voleva ancora, voleva un nuovo giro di giostra disfunzionale, per capire un po’ di più di sé e del mondo, stando seduti comodamente in poltrona.
La terza, attesissima stagione di Euphoria, però, si trovava e si trova di fronte un ostacolo: l’adolescenza è finita. I suoi personaggi sono cresciuti, anagraficamente e narrativamente, e incontrarli di nuovo significa porre e accettare sfide nuove, uscire da un recinto che ci pareva sì assurdo e pericoloso, ma in qualche modo anche rassicurante. Se la regola era “Raccontiamo quel mondo lì, e raccontiamolo in modo diverso dal solito”, ora quel mondo lì non c’è più.

Non credo di stare nascondendo benissimo il succo di questo articolo, cioè il fatto che alla premiere della terza stagione di Euphoria è mancato qualcosa che, per certi versi, è l’anima di Euphoria.
Varrebbe la pena dirsi subito, a scanso di equivoci, che questo non è mica un brutto episodio, anzi. Di cose che Euphoria ha sempre avuto dentro di sé, e che ci piacevano parecchio, ce ne sono tante.
In primis una certa grottesca ironia, e la capacità di ridere di personaggi che sappiamo vivere una vita molto drammatica. Fanno sorridere le peripezie di Rue che vuole passare il confine fra Messico e Stati Uniti, e si trova con un’auto che dondola sulla cima del muro. Così come fanno sorridere (oltre che schifare) le scene in cui, insieme a Faye, ingoia decine di mini-palloncini pieni di droga da portare in America. E non parliamo dell’incontro con Alamo, il simil-pappone che chiuderà l’episodio sparando a una mela sulla testa della protagonista, dandoci la certezza che anche in questa stagione succederà di tutto, senza che noi si sappia mai bene come dobbiamo prenderlo.
Ma poi c’è ancora la satira sociale, culturale, politica. Ritroviamo Nate e Cassie ancora insieme, dopo le molte peripezie sentimentali delle due stagioni precedenti, e scopriamo che lui ha ereditato l’azienda edile del padre (il compianto Eric Dane, che non è ancora comparso ma che si vedrà nella stagione, in scene girate poco prima della sua morte), mentre lei cerca di costruirsi una fanbase sui social facendo la cagnolina online, con orecchie finte, tette strizzate e culo bene in vista.
I dialoghi che portano la coppia a decidere, su insistenza di Cassie, di aprire un profilo di Onlyfans per tirare su i soldi necessari a pagare l’assurdo conto dei fiori per il matrimonio, è un tripudio di disfunzionalità in pieno stile Euphoria. Lei cerca un’indipendenza economica con strategie pericolose di cui non ha alcuna consapevolezza. Lui cerca di dissuaderla non tanto per preoccupazione verso di lei, quanto per difesa del proprio ruolo di maschio. Lei cerca di racimolare soldi per motivi completamente stupidi. Lui riesce a risultare patriarcale e maschilista anche quando avrebbe effettivamente ragione a criticare certe intenzioni di spesa.

È insomma una puntata ricca di spunti, di idee, di piccole sorprese, girata con gusto, erotica al punto giusto e senza alcuna paura, gonfia di un carisma che i personaggi non hanno perso e con i quali ci si può trastullare nel più classico dei “che fine hanno fatto”, che funziona sempre.
Poi voglio dire, c’è pure Sharon Stone, nei panni di una produttrice e showrunner di Hollywood per la quale è impiegata Lexi, diventata una specie di galoppina per una figura hollywoodiana che immaginiamo ci regalerà (anzi già lo fa) una prospettiva cinica, disillusa, eppure molto glamour, sul dietro le quinte della fabbrica dei sogni.
E però, come detto, qualcosa manca. In mezzo a queste invenzioni e luci abbaglianti, avremmo voluto vedere (già ora, fin da subito, presto che poi finisce!) quella profondità concettuale, quella forza drammatica, quello sguardo rivelatore sul mondo, per i quali Euphoria è veramente diventata famosa.
Questo episodio è quasi una comedy, magari dark, ma sempre comedy, per la quantità di situazioni che si possono assorbire con un sorriso e magari una smorfia di divertito disgusto. E questo tipo di divertimento, in Euphoria, c’è sempre stato, ma a distanza di anni dalle prime due stagioni, non è la cosa che ricordiamo di più di questa serie, e questo inevitabilmente si nota.

Naturalmente, l’obiezione doverosa a queste preoccupazioni è un banale, eppure necessario, “vabbè, ma era solo il primo episodio”.
È certamente così, e abbiamo tutto il diritto, se non addirittura il dovere, di dare fiducia a una serie di solidissimi mezzi artistici, che ha dovuto introdurci a un mondo un po’ cambiato e ha tutto il tempo di prenderci a pugni nello stomaco subito dopo averci fatto credere di essere noiosamente al sicuro.
Tuttavia, sappiamo come funzionano le serie tv e i loro spettatori, e lo sanno anche quelli che le serie tv le producono. Una serie come Euphoria, che noi ricordiamo essere potente a ogni episodio (poco importa che fosse davvero così, è quello che ricordiamo, ed è un suo merito), non può davvero permettersi di iniziare la sua ultima stagione con quello che sembra un freno a mano tirato. O meglio, lo può fare, stanotte dormiamo lo stesso, ma non possiamo non notarlo, pur con tutte le cautele e gli ottimismi del caso.
Soprattutto perché ci è venuta la paura che questa serie nata e cresciuta nell’adolescenza e intorno all’adolescenza, non sia per forza adatta, così com’è, a raccontare anche una vita adulta che potrebbe perdere il suo portato metaforico e nostalgico.
Serve insomma che Euphoria cresca insieme ai suoi personaggi, perché il suo magnifico stile visivo era messo al servizio di un contenuto, di un messaggio (di molti messaggi, in verità). Non bisogna fare l’errore di lasciare solo il pacco luccicante senza dentro il regalo, e il fatto che il primo episodio ci abbia fatto venire questo timore, è un suo difetto.
Però dai, speriamo rimanga l’unico.
