4 Giugno 2026

Euphoria finale – L’adolescenza è finita di Diego Castelli

L’ultima stagione di Euphoria ha fatto discutere per i molti cambiamenti rispetto alle prime due, ma forse ci siamo persi una semplice verità

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ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA TERZA E ULTIMA STAGIONE DI EUPHORIA!

Quella di Euphoria è stata un’esperienza tutta particolare. Una serie in tre stagioni, andate in onda nel corso di sette anni, le prime due divise da quasi tre anni, e l’ultima arrivata quattro anni dopo.
Le prime due stagioni si impongono con una forza visiva e tematica inedita, lanciano star mondiali (Zendaya, Sidney Sweeney, Jacob Elordi), dividono pubblico e critica con immagini forti, prospettive conturbanti, sguardi autoriali di grande pregio ma anche smaccatamente maschili, morbosi, sensuali, che fanno sollevare qualche sopracciglio. E quattro anni dopo, per un ultimo saluto per molti versi obbligato, arriva una terza stagione molto diversa, sotto tanti punti di vista, che fa dire a molte persone (non tutte) che la magia iniziale si è persa per strada.

Io sono probabilmente fra questi, sono cioè uno che crede che le prime due stagioni di Euphoria avevano avuto un impatto e una forza che la terza non è stata in grado di replicare.
E però, allo stesso tempo, mi rendo anche conto di aver guardato per troppe settimane la terza stagione aspettandomi che mi desse le stesse cose che mi avevano dato le prime due, quando invece stava costruendo qualcos’altro, che con gli ultimissimi episodi, e il finale in particolare, è diventato più chiaro e più significativo.

Non staremo a ripercorrere tutte le puntate di quest’anno, perché non finiamo più. Possiamo però mettere sul banco degli imputati un po’ di caratteristiche che hanno fatto percepire uno scollamento abbastanza evidente rispetto al passato.
C’è stato un inevitabile spostamento in avanti nel tempo, con i personaggi non più passabili per adolescenti e costretti ad affrontare la vita adulta. In quella vita si sono mescolate iniziative imprenditoriali fallimentari (Nate), personaggi centrali o comunque importanti scivolati in secondo piano o quasi (come Jules, che alla fine appare poche volte e per poco tempo, ma anche il padre di Nate, il compianto Eric Dane), un potenziamento dell’anima crime-gangster della serie (con le storie parallele di Laurie, di Alamo, dello strozzino rumeno che ha cominciato a fare letteralmente a pezzi Nate), un ruolo nuovo per Rue, meno tossicodipendente e più vittima di giochi di potere fra malviventi di varia risma.

C’è stato anche un discreto shift stilistico, con alcuni elementi rimasti fedeli al passato (non ultimo il “male gaze” di Sam Levinson, che si è visto soprattutto nell’adorazione morbosa per l’avvenenza di Cassie, trasformata in una onlyfanser per obbligo ma anche un po’ per scelta), ma con nuove influenze e aperti citazionismi: Euphoria, specie nel primo e ultimo episodio, è diventata apertamente un western fatto di deserti, cavalli e duelli con la pistola, mentre ritmo, musiche e situazioni narrative strizzavano un occhio, forse due, magari anche tre, al cinema di Quentin Tarantino.

In questa operazione, Euphoria ha certamente lasciato indietro qualcosa, senza riuscire a sostituirla pienamente con qualcos’altro.
Nata come un teen drama per adulti, come una visione iperbolica e sopra le righe di una giovinezza che forse sul piccolo schermo non avevamo mai visto così disastrata, traumatizzata, problematica, ma anche cinematograficamente imponente, Euphoria si è trovata a perdere quell’anima e a raccontare un mondo adulto in cui non c’era più quella differenza rispetto al resto dell’offerta seriale.
Anche l’approfondimento psicologico, per certi versi, si è fatto più rarefatto, meno discusso e continuamente rielaborato, in parte fagocitato da storie di crimine e violenza, e oscurato dall’ombra di nuove figure particolarmente ingombranti, come quella di Alamo e di Bishop.

A questo, poi, potremmo aggiungere qualche effettivo squilibrio narrativo, o scelta perfino troppo ardita. Per esempio, la trasformazione di Nate in sacco da pugile è sembrata troppo netta e definitiva, anche se motivata da altre scelte che vedremo poco sotto. Allo stesso modo, il tempo dedicato alla vicenda di Cassie, compreso l’arrivo della divina Sharon Stone, è sembrato occupare molto tempo narrativo, girando però spesso intorno a pochi concetti e situazioni, arrivando a un finale poco sorprendente. E anche chi ha sentito la mancanza di Jules, al grido di “se dovevamo vederla così poco, tanto valeva lasciarla fuori”, ha qualche argomento valido di rimostranza.

Detto questo, e prima di arrivare a quello che secondo me è il vero colpo di Euphoria, dovremmo pure dire che la serie è stata ancora capace di mettere in scena cose grosse, cose belle, cose di grande impatto. Potremmo dirla così: magari la terza stagione di Euphoria è inferiore alle prime due, ma in sé e per sé resta uno dei prodotti migliori che abbiamo visto in questi mesi.

Basterebbe anche solo concentrarsi sulle scene e i personaggi memorabili, con in testa la convinzione che sia meglio una serie o un film di alti e bassi, ma con gli alti difficili da dimenticare, rispetto a uno show complessivamente solido, ma senza acuti.
In questo senso, la morte di Nate morso da un serpente a sonagli mentre è chiuso in una bara sepolta, sarà un’immagine da ricordare parecchio. Così come la Cassie trasformata in kaiju, in simil-Godzilla fra palazzi di cartone, a simboleggiare la sua crescita repentina sui social. Ma poi i nuovi personaggi, su tutti Alamo e il suo fido (più o meno) Bishop, interpretati rispettivamente da Adewale Akinnuoye-Agbaje e Darrell Britt-Gibson, che hanno dato una botta inaspettata di carisma, in una stagione in cui pensavamo di dover seguire solo facce già conosciute in precedenza.

Diciamo che però, per diverse settimane, è prevalso un certo rimpianto, magari non troppo feroce o doloroso, ma comunque presente. Un “sì va bene, la puntata settimanale la guardo volentieri, ma non è più l’Euphoria che conoscevo”.
Il che secondo me era e resta vero, e la nostalgia è almeno in parte giustificata. Eppure, con l’andare degli episodi e in particolare con il finale, siamo anche entrati in un’ottica diversa, abbiamo cominciato a capire che sì, la vecchia Euphoria era morta e sepolta, ma quella nuova non stava necessariamente cercando di riproporla senza riuscirci. Anzi, la terza stagione di Euphoria, per certi versi, è il consapevole canto funebre delle prime due.

Non serve nemmeno inventarci granché, visto che il concetto è stato espresso direttamente da Sam Levinson in varie interviste di queste settimane. Euphoria era una serie sull’adolescenza, ma l’adolescenza dei personaggi è finita da tempo. E quindi la nuova (e ultima) Euphoria ha dovuto chiedersi quale poteva essere il futuro di quei personaggi, venuti su in quelle condizioni, con la pressione di eventi non solo narrativi ma anche esterni alla serie, come la malattia di Eric Dane, che gli ha impedito si riprendere (anche nel caso in cui avessero voluto farlo) il personaggio forte e minaccioso degli esordi, e la morte di Angus Cloud, interprete di Fez, che nella serie è stato spedito in prigione così da non ucciderlo, senza però l’obbligo di mostrarlo ancora.

Ebbene, a quella domanda sul futuro dei suoi personaggi, Levinson ha scelto di dare una risposta cinica, negativa, e per molti versi realistica. Durante la loro adolescenza, i protagonisti di Euphoria erano stati vittime, oppure carnefici, o tutti e due, in dinamiche di (auto)distruzione che non potevano non lasciare il segno, imponendo un prezzo da pagare. Quello che paga più salato è Nate, manipolatore violento e tossico, che nella terza stagione non fa altro che prenderle, e viene costantemente umiliato nel suo tentativo di essere un maschio alpha costretto, per sopravvivere, a chiedere alla moglie di concedere tutte le sue grazie, virtualmente e non solo, per racimolare quanti più soldi possibile.
Ma non va tanto diversamente per gli altri: della fine di Rue parleremo a breve, ma Maddy finisce quasi ammazzata/stuprata per aver cercato di fare diversi passi più lunghi della gamba. Jules prova a fare l’artista, ma di fatto resta niente più che una mantenuta in casa di un riccone che non mollerà mai la moglie per lei. Il padre di Nate è diventato un vecchio stanco in riabilitazione, e Fez, come detto, è in galera e mai uscirà.

Insomma, Euphoria raccontava un’adolescenza di trasformazione e contraddizioni, lasciandoci però il dubbio su quello che potesse essere il futuro dei protagonisti. Un dubbio che però era soprattutto una speranza, perché non credo esista un/una fan di Euphoria, che non abbia sognato almeno per un attimo di vedere Rue e Jules risolvere i loro casini e guidare insieme verso il tramonto.

E invece no. È proprio la vicenda di Rue a colpirci maggiormente. Il suo continua a essere il punto di vista privilegiato, la voce narrante che ci conduce attraverso gli eventi. Ed è proprio attraverso i suoi occhi, quasi letteralmente, che vediamo il passaggio da un’ipotesi di vita avventurosa e criminale, ma sostanzialmente lussuosa (quando Rue viene assunta da Alamo), alla presa di coscienza che nemmeno lo strip club è il paradiso, per quanto fosse migliore del degrado di Laurie: droga, violenza, stupro, sfruttamento sono ciò che si dipinge negli occhi di Rue in una lunga carrellata con cui, a un certo punto, smettiamo di vedere i lustrini del locale di Alamo, rimenendo a contemplare lo squallore di banconote e cosce sudate.

È lì che Rue comincia a coltivare sogni impossibili, poi spezzati dallo schiaffo tiratole da Jules, quando lei si permette di fantasticare su futuri di felicità familiare, sobillati dall’incontro che la protagonista fa nel primo episodio con quella famiglia religiosa sperduta nel deserto.
Rue comincia un goffo e a tratti comico avvicinamento alla religione, condito da veri e propri simboli biblici come l’albero in fiamme, non tanto per vero convincimento o vera illuminazione, quanto perché non c’è più altro da provare, niente a cui aggrapparsi, se non la speranza di farsi aiutare da Dio e dall’antidroga, lo strumento narrativo con cui Levinson ci accarezza prima di menarci, dandoci l’illusione di una salvezza realmente possibile.

E la beffa finale riguarda il fatto che, in effetti, Rue potrebbe salvarsi, perché Laurie si uccide per non essere arrestata dalla polizia, e perché Alamo, nel finale, muore sotto i colpi di fucile di Ali, spezzato nei suoi convincimenti filosofici proprio dalla morte di Rue (altra scena di gran western quella, ricordate sempre che “quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto”).

Sam Levinson costruisce un finale di stagione di un’ora e mezza, in cui la sua protagonista muore a metà episodio. E per quanto la sua dipartita fosse almeno in parte prevedibile (quando ci mostrano il taccuino di Ali con i ragazzi che non è riuscito a salvare, capiamo subito che Rue rischia di finirci sopra), resta comunque un pugno nello stomaco proprio perché in Euphoria poteva andare tutto male, ma finché Rue si fosse salvata, conservando la speranza di una vita migliore, tutto sarebbe andato per il meglio.

E invece no. Rue muore dopo una scena che per larga parte è un sogno, anche se ce ne accorgiamo solo dopo un po’: la ragazza viene a sapere dalla tv che Fez è fuggito di prigione, e quindi lei decide di correre a salvarlo, trovando invece la madre che la fissa con dolcezza e le tende una mano amorevole. Niente di tutto questo è vero, e Rue non si è mai mossa dal divano di Ali, dove aveva preso la pastiglia che le aveva dato Alamo per il dolore, e che pensavamo potesse essere solo un rischio per la tossicodipendenza di Rue.

Invece era fentanyl, la droga terribile che tanti giovani ha ucciso e uccide negli Stati Uniti, e che è stata corresponsabile della morte dello stesso Angus Cloud, che rivediamo attraverso la mente di Rue in un breve montaggio dove sono ancora tutti giovani e pieni di speranze. Uccidere Rue in questo modo, in maniera così ordinaria e terribilmente quotidiana, con la stessa sostanza che ha ucciso Cloud nella realtà, è una botta per tutti, ma agli occhi degli spettatori statunitensi è un grido di dolore più profondo, di ampia valenza sociale e politica.

È stato lo stesso Sam Levinson a dichiarare che inizialmente pensava a un finale diverso, ma che la morte di Angus Cloud ha cambiato tutto. La terza stagione era stata comunque concepita per togliere le illusioni del nostro mondo, per smascherare certe ipocrisie della nostra vita finta in cui l’unica cosa che conta sono i like e la validazione altrui.

Ma la morte di Rue, quella morte, è una scelta che deriva direttamente dalla morte di Angus Cloud. Levinson ha dichiarato che quella morte l’ha convinto che bisognava mettere in scena la realtà, una realtà in cui, specie da quando c’è il fentanyl, molti ragazzi non hanno una seconda occasione, perché al primo sbaglio finisci sottoterra. E uccidere il personaggio più amato poteva trasmettere proprio quella sensazione di perdita insensata, di vuoto improvviso e irrimediabile.

Ovviamente possiamo essere d’accordo che fosse o meno il finale giusto, e perfino dibattere se sia utile mostrare un mondo senza speranza, piuttosto che concedere a chi guarda, in maniera più classicamente hollywoodiana, l’illusione che con un po’ di impegno e fortuna si possa riparare ogni torto.
Ma questo finale, in un modo o nell’altro, riesce comunque a essere memorabile e coerente con il percorso di Euphoria. O, quanto meno, con uno dei percorsi da sempre possibili per questa storia.

Alla fine, l’unico a ottenere una vera redenzione è Ali, che pareva destinato al martirio, e che invece si salva dopo aver ceduto alla vendetta ed essere poi andato a rifugiarsi in un posto tranquillo, iper-religioso, con la bandiera americana che sventola in giardino.

Anche questa svolta è stata criticata, nella misura in cui il personaggio di Ali viene stravolto rispetto al suo intero percorso, per una svolta action che può parere pretenziosa. In realtà, però, se consideriamo la morte di Rue come un tradimento consapevole di qualunque promessa di salvezza, allora anche Ali ha diretto a un percorso uguale e opposto: lui era il primo “spettatore” di Rue, e morta lei perde qualunque fiducia nei suoi ideali, nella religione (infatti dismette il nome islamico per tornare al suo nome da anagrafe), nella possibilità di una salvezza che passi dall’amore e dalla comprensione.

La sparatoria finale è sì caciarona e tarantiniana, ma è anche un ulteriore grido di sconfitta e di allarme: coi metodi tradizionali non ce la facciamo. Poi certo, se la ricetta suggerita da Levinson è la casa in campagna con la bandiera e la preghiera prima di pranzo, non so mica quanto sia una buona ricetta, ma ancora una volta riflette lo smarrimento di fronte a un dolore e un Male che è entrato nella serie dalla realtà, e ha lasciato solchi profondi.

Insomma, una stagione sì diversa dal passato, e probabilmente inferiore per tanti motivi. Per profondità psicologica, per invenzioni, per semplice incapacità di rinnovarsi rispetto al rapido tempo seriale che scorre.

Ma secondo me sbaglia chi vede nell’ultima stagione di Euphoria un percorso erratico e disordinato. Non è così, perché Sam Levinson aveva ben chiaro cosa voleva raccontare e come. E il fatto che parte di questo racconto ci sia sembrata fastidiosamente diversa da quello che ci saremmo aspettati, è almeno in parte il nocciolo della questione: la realtà non va sempre come vorremmo noi.

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