Daredevil: Born Again 2 Season Finale – Resa dei conti di Diego Castelli
Un grande finale al termine di una stagione non sempre perfetta. Ma Daredevil: Born Again resta un prodotto di gran qualità
ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA SECONDA STAGIONE!
Non mi è piaciuto proprio tutto-tutto della seconda stagione di Daredevil: Born Again, o Daredevil: Rinascita a seconda di come la volete chiamare. Però che bel finale ha avuto, che bell’episodio denso di colpi di scena, di sangue, di personaggi giganti e di graditi ritorni.
Alla fine, la vera forza di questo ultimo episodio (“ultimo” solo per un annetto, la terza stagione è già stata ampiamente confermata) sta nell’inevitabile fascino delle rese dei conti, che però bisogna anche saper scrivere, girare e interpretare perché abbiano l’effetto che devono.
E mi sembra che qui ci siamo, anche al netto di qualche scivolone del recente passato, e di qualche sottotrama meno riuscita di altre.

Forse il fatto che sia stata una buona resa dei conti, è certificato da una domanda che sorge spontanea alla fine di questo ottavo episodio della seconda stagione: e mo’ cosa racconteranno nella terza?
Perché ok, Matt è finito dietro le sbarre, Kingpin non è di certo uscito di scena, e comunque nel vasto universo Marvel si potrebbe anche trovare qualche altro nemico da mettere di fronte a Daredevil. Ma la sceneggiatura di questa stagione ha saputo preparare pian piano (magari anche troppo piano) uno scontro finale che a quel punto è stato fatto deflagrare quasi senza freni, concendendosi il lusso di premere sull’acceleratore e vedere cosa sarebbe successo.

La preparazione dello scontro decisivo fra il supereroe e il supercattivo si può riassumere con non troppe parole. Fisk era riuscito a darsi una legittimità propagandistica ed elettorale, tanto da considerarsi invulnerabile per via del sostegno popolare e di una vasta ramificazione di potere che attraversava un po’ tutte le istituzioni di New York.
Dall’altra parte, Matt Murdock / Daredevil aveva effettivamente le prove della criminalità di Fisk, ma sapeva di doversele giocare con molta astuzia, per non farle evaporare nei gangli della burocrazia e del legalese cittadino.
A fronte del potere non solo istituzionale, non solo militare, ma anche mediatico e culturale di Fisk, Matt doveva mettere su un qualche tipo di show che scuotesse le coscienze altrimenti addormentate di troppi newyorkesi.
E qui abbiamo la prima parte dell’episodio, che contiene subito la sorpresa più forte. Durante il dibattimento che, in teoria, verte sulle accuse a Karen Page, Matt cala l’ultimo e più fenomenale asso nella manica che gli rimaneva, e che era stato già suggerito nella puntata precedente.
Dopo aver mostrato la testimonianza video del capitano della nave che trasportava le armi di Fisk, e accettando il fatto che servirebbe anche un altro testimone in carne e ossa delle malefatte di quella notte, Matt sfrutta Fisk per ribadire a favor di telecamera il proprio valore morale (lui che aveva rischiato la vita proprio per proteggere il sindaco), e poi rivela al mondo di essere Daredevil, e di essere stato presente sulla nave incriminata.
Il risultato puramente legale di questa lunga scena (cioè la liberazione di Karen) passa rapidamente in secondo piano di fronte a uno svelamento che segnerà fortemente la prossima stagione e qualunque altra verrà, sempre che nessuno si inventi una mossa alla Doctor Strange con Spider-Man, ma non penso.

Ma non abbiamo finito, perché arriva anche il momento di menare. Fisk non ci sta a fare la parte dello sconfitto, e dopo un primo momento in cui sembra voler resistere dal puro punto di vista istituzionale, finisce con lo smattare e dare libero sfogo a una violenza sanguinosa e senza freni, con cui sfonda facce, spacca schiene, tira testate, imbrattando di rosso l’ormai iconico abito bianco.
In montaggio alternato, Daredevil e Jessica Jones combattono con gli agenti ancora fedeli a Fisk, agenti che nel corso di questa stagione hanno creato il parallelismo più forte fra Fisk e Donald Trump, che al netto delle iperboli seriali ha usato per mesi i membri dell’ICE più o meno come Fisk ha usato i suoi AVTF.
Più in generale, qui come in The Boys, la figura di Trump sembra aver dato parecchio materiale agli sceneggiatori, che hanno sì dipinto la classica figura del dittatore che si presenta con la faccia d’angelo, ma sembrano essere stati parecchio influenzati dal Presidente dalla faccia arancione.

La questione, però, pur nella foga della battaglia e dell’adrenalina finalmente liberata dopo settimane di tira e molla, resta complessa e stratificata, per una serie che fin dagli esordi su Netflix rifiuta l’approccio allegrotto del resto del MCU, per provare a costruire dramma vero e storie veramente umane.
Ecco allora che i manifestanti, che pure vogliono abbattere il tiranno, diventano una massa incazzata pronta al linciaggio, a cui Matt deve porre un freno, lui che per tutta la stagione ha tenuto il punto sulla necessità, per l’eroe che voglia meritarsi quell’appellativo, di non permettere l’omicidio a sangue freddo, nemmeno dei più cattivi e irrecuperabili.
Ce l’aveva fatto vedere soprattutto con Bullseye, che da cattivo si trasforma, se non proprio buono, quanto meno in strumento che può essere d’aiuto ai protagonisti. Anche se, per essere proprio onesti, la vicenda di Bullseye è stata raccontata meglio nella prima parte della stagione, mentre nel finale ha probabilmente meno spazio e approfondimento di quello che avrebbe meritato.
In ogni caso, il racconto diventa non tanto quello dei buoni contro i cattivi, quanto quello di una gestione del potere attraverso la violenza che avvelena tutto, che tutto distrugge e traumatizza, che pianta semi oscuri che possono germogliare anche quando, in teoria, si agisce proprio per liberarsi dall’oscurità.

Il finale ci suona quasi paradossale, certamente amaro, ma pure piuttosto realistico. Pur essendo riusciti a smascherare Fisk, Matt e i suoi sanno che il suo potere non è del tutto esaurito, e quindi la proposta di garantirgli l’immunità al prezzo dell’esilio sembra una soluzione non ottima, ma almeno soddisfacente, per risolvere i problemi della città.
Solo che, dopo essersi rivelato, Matt deve comunque affrontare un arresto e diversi capi di imputazione, perché Daredevil non è esattamente uno che agisce nella piena legalità, bensì in una zona grigia che non può che condurci alle ultime scene in cui Fisk se ne sta comodo (anche se per nulla soddisfatto) al mare, mentre Matt è costretto ad allungare un sorriso in una fredda cella, all’interno di una prigione condivisa con gli ex membri dell’AVTF.
Immaginiamo che nella terza stagione Matt dovrà uscire di prigione in un modo o nell’altro, perché non credo che Daredevil: Born Again possa diventare Prison Break. Allo stesso tempo, immagino ci sarà tempo di fargli tirare qualche cazzotto anche in carcere.

E proprio l’elemento action è uno di quelli da prendere in considerazione per valutare l’interezza della stagione.
Se il finale, come detto, è stato ottimamente costruito per essere pieno di tensione, di azione e di chicche varie (fra cui naturalmente la ricomparsa di Luke Cage, sempre interpretato da Mike Colter, che non vedevamo nei panni del personaggio dal 2018), il resto della stagione non è sempre stato allo stesso livello in termini di ritmo e suspense.
Non c’è un difetto specifico o una scena meno riuscita di altre, e bisognerebbe pure dire che, comunque, in questa seconda stagione si combatte più che nella prima.
Né possiamo negare che l’impostazione molto drama di questo show, che è alla base di molte delle sue qualità, influisce inevitabilmente su un approccio al supereroismo che non può ridursi a chi picchia più forte degli altri.
Non sarebbe credibile la scena in cui Matt e Fisk, testa contro testa, si parlano col cuore in mano condividendo uno strano e contraddittorio amore per la città, se non ci fosse prima una lunga maratona di approfondimento psicologico.
Allo stesso tempo, confesso che continuo a pensare che in questa serie si combatta troppo poco, non riuscendo a ristabilire il classico equilibrio dei fumetti per cui, anche nei numeri più riflessivi, un po’ d’azione e di “effetto wow” visivo ce lo devi sempre mettere, altrimenti cosa compri a fare gli albi?
Ecco, trovo che la seconda stagione di Daredevil: Born Again, nel complesso un gran bel pezzo di televisione, avrebbe comunque potuto avere più ritmo e più azione, mentre invece a tratti è sembrata sedersi su concetti e riflessioni che sono state lasciate a macerare fin troppo tempo.

Come ci siamo detti all’inizio, però, una preparazione lunga, e magari anche troppo lunga, può essere effettivamente ripagata da un finale pieno e coerente, e questo lo è stato.
Perché c’è stata la forza fisica, sì, ma anche la furbizia professionale e la determinazione mentale. E c’è stata una prova suprema per il protagonista, che conferma il suo eroismo non solo con una rettiduine morale con cui nemmeno la sua fidanzata riusciva a tenere il passo, ma anche con il Sacrificio. Uso la lettera maiuscola per indicare il concetto, il tropo letterario, lo strumento narrativo che più di altri permette al supereroe dalle abilità soprannaturali di tornare uomo e di parlare con i suoi spettatori: perché se nessuno di noi ha poteri magici da spendere, tutti abbiamo invece la possibilità di mettere da parte i nostri interessi personali in nome del bene comune e delle persone che amiamo.
Togliendosi la maschera, Matt Murdock ha sacrificato la sua privacy e il suo futuro di serenità, in nome di un ideale più alto. E già che ci siamo, ha pure offerto uno spunto narrativo non proprio “facile” per la prossima stagione (gli sceneggiatori avranno un bel da fare), ma abbastanza intrigante da farci pensare che, Fisk o non Fisk, a marzo 2027 saremo ancora qui.
