9 Luglio 2026

Ma voi la ricordate la stagione precedente? di Diego Castelli

Lasciatemi fare uno sfogo sul fatto che ormai, con stagioni corte, dense, e distanziate da anni, io non ci capisco più niente

Non c’è dubbio che noi si viva in un’epoca di polarizzazioni e contrapposizioni, anche nell’ambito apparentemente innocuo dell’intrattenimento audiovisivo. Parlare su internet di una serie che si ama significa soprattutto scontrarsi con chi la detesta. La gente si insulta per il colore della pelle di un personaggio mitologico in un film estivo. I pezzi del nostro immaginario sono reliquie intoccabili da difendere con la vita.

Ed è anche per questo che trovo bizzarra la scarsa attenzione verso un problema che potrebbe sembrare legato solo alla senilità di chi parla, ma che invece riguarda alcuni elementi strutturali del modo in cui l’industria (e qui parliamo soprattutto di quella statunitense) ha cominciato a concepire, costruire, diffondere i propri prodotti.

E il problema, detto molto banalmente, è che io non mi ricordo più cosa è successo in una certa serie nelle stagioni precedenti a quella che sto per iniziare. E per alcuni prodotti, quelli più complessi e articolati, questo problema comporta un dispendio energetico in termini di recap, riassunti, appunti o addirittura rewatch, che sta diventando incompatibile con la mia sanità mentale.

Breve riassunto della storia a stelle strisce delle serie tv.
In origine, le serie tv erano uno strumento con cui le reti generaliste interessavano e divertivano il proprio pubblico, allo scopo di tenerlo di fronte allo schermo del televisore a tubo catodico durante gli intermezzi pubblicitari.
Un approccio che ha dato vita a tanti capolavori amatissimi, ma che si risolveva in una costruzione abbastanza precisa: tanti episodi stagionali per essere in onda per una buona fetta dell’anno, storie verticali che non imponevano troppo sforzo nel ricordare cosa era accaduto la settimana precedente, trame e generi non eccessivamente complessi.
Ecco allora La Signora in Giallo, MacGyver, Perry Mason, Magnum PI, decine di sitcom. Poi ovvio, c’erano anche esperimenti più arditi alla Twin Peaks, ma erano eccezioni.

Poi, intorno al 2000, qualcuno (soprattutto HBO) si fece la seguente domanda: ma non è che, offrendo un prodotto di qualità diversa, di taglio cinematografico, che sia in qualche modo più “nobile”, riusciremmo a convincere una fetta del pubblico a pagare soldi veri per guardare le serie tv?
La risposta alla domanda era “sì”, e così arrivarono I Soprano, Sex and The City, The Wire. Più in generale, una rivoluzione nel modo di concepire e realizzare la serialità televisiva.
Però la centralità complessiva della tv generalista non sparì, né sparirono certe “regole” distributive per cui tu, se tutto va bene, tutti gli anni tiri fuori almeno 10-15 episodi di una serie, per affezionare il pubblico. Erano ancora gli anni di House, di Grey’s Anatomy, di Desperate Housewives, di 24, perfino di Lost.

Altro salto in avanti, e arriviamo a un’altra rivoluzione, quella delle piattaforme e del binge watching. Netflix decide di istituzionalizzare il binge watching, cioè di slegarlo dal concetto di recuperone, per proporre in quel modo, con tutti gli episodi di una stagione in una volta sola, anche le serie nuove, appena uscite.
Il binge watching così concepito è rimasto prerogativa quasi solo di Netflix, ma intanto la rivoluzione era completata: le serie che guardiamo e commentiamo di più sono prodotti che si possono vedere quando vogliamo, su molteplici piattaforme, con cadenze non regolari, e in un numero enorme rispetto agli anni Novanta.

Immagino avrete capito dove stiamo andando a parare, ma facciamo comunque degli esempi.
Proviamo a prendere una famosa serie anni Novanta, ma non una di quelle molto verticali, bensì uno show più soapposo, con la storia orizzontale che bisogna seguire: Beverly Hills 90210.
Beverly Hills debuttò nell’ottobre del 1990, su FOX, e proseguì per dieci stagioni. Di queste dieci stagioni, sei constavano di trenta o più episodi. Tra la fine di una stagione e l’inizio di quella successiva, non sono mai passati più di quattro mesi. E questo discorso, episodio più episodio meno, mese più mese meno, possiamo farlo un po’ per tutti i titoli più iconici di quegli anni, da Friends a Buffy, da ER a Dawson’s Creek.

Ora, prescindiamo per un attimo dal discorso sulla qualità, nella quasi certezza che su trenta episodi stagionali di Beverly Hills, non tutti saranno stati allo stesso livello (come se gli episodi di serie più corte fossero tutti belli allo stesso modo…). Parliamo però dell’esperienza degli spettatori: in quegli anni, la grande maggioranza delle serie più importanti, seguite, iconiche, accompagnava il pubblico per buona parte dell’anno, e quando li salutava per l’estate con un bel cliffhanger di maggio, gli prometteva di risolvere le questioni in sospeso non più tardi di settembre.

Il risultato, molto banale, era quello di vivere insieme ai personaggi, crescere con loro, e gioire di sospensioni emozionanti, che però non impedivano di restare dentro un flusso comprensibile e psicologicamente gestibile.
Erano serie tv che univano una certa facilità di accesso a una presenza costante e, in definitiva, rassicurante. Senza contare che, all’epoca, guardavamo molte più repliche in tv, perché semplicemente erano lì, e non avevamo uno smartphone con cui riempire i tempi morti o farci distrarre dallo studio.

Ora passiamo all’oggi, dove le serie generaliste esistono ancora ma non sono più quelle di cui tutti parlano e che tutti premiano. Oggi le serie tv più ammirate e chiacchierate giocano su livelli diversi di complessità, offrono esperienze più cinematografiche, puntano a costruire universi più densi e affascinanti.
E ci sta tutto, se non fosse che questa impostazione ha un costo – economico, produttivo, creativo – che impone scelte difficili.

Questo articolo, di fatto, parte dalla visione del primo episodio della terza stagione di Silo, ma varrebbe anche per il recente ritorno di House of The Dragon, tanto per dirne una.
La terza stagione di Silo, di dieci episodi, è arrivata su Apple TV un anno e mezzo dopo la fine della seconda, anch’essa di dieci episodi, che a sua volta era stata distribuita un anno e cinque mesi dopo la prima.
La terza stagione di House of the Dragon è arrivata su HBO MAX due anni dopo la seconda, che a sua volta seguiva di quasi due anni la prima.
La quinta stagione di Stranger Things è arrivata più di tre anni dopo la quarta.
Fra le varie stagioni di Westworld non è mai passato meno di un anno e mezzo. Un anno fra la prima e la seconda stagione di Succession, poi due anni prima della terza, e quasi altri due prima della quarta.

Permettemi un piccolo sfogo, magari leggermente volgare, ma raga, io non mi ricordo un cazzo.
Ho iniziato la seconda stagione dell’intricatissima The Agency su Paramount+, e meno male che gli attori sono famosi già a prescindere, altrimenti avrei detto “ma chi è questa gente, che lavoro fa, cosa vuole?”.
È chiaro che ci sono i riassunti scritti e pure parlati su youtube, che negli ultimissimi anni l’IA sta dando una grandissima mano in termini di supporto alla memoria, e che la natura stessa delle piattaforme rende facile ri-vedere le stagioni precedenti. Ma voi non avete l’impressione che, in certi casi, avvicinarsi a una nuova stagione richieda un impegno fisico, temporale, e mentale, che ha poco a che fare con l’intrattenimento e molto a che fare con il lavoro?

Permettetemi di mettere qualche mano avanti.
Non sto dicendo che vorrei si tornasse al bel tempo che fu, senza contare che serie dall’approccio più generalista esistono ancora, e potrei guardare quelle. Né sto dicendo che le serie tv dovrebbero rinunciare alla complessità narrativa e tematica, alla sperimentazione, al coraggio. Se bazzicate questo sito da più di dodici ore, non credo ci possano essere equivoci su questo.

Allo stesso tempo, visto che qui siamo a casa mia e posso piagnucolare come voglio, vorrei lamentarmi di un sostanziale errore concettuale: quello di che pensa che, nell’avvicinamento artistico fra serialità televisiva e cinema, le serie tv possano essere trattate esattamente come dei film. E il binge watching istituzionalizzato di Netflix è l’apice di questo approccio: se mi proponi una stagione da dieci episodi, suggerendomi la possibilità (necessità?) di divorarla in uno o due giorni, non mi stai offrendo serialità televisiva, mi stai vendendo un film molto lungo, con pause dichiarate per fare pipì.

Solo che, surprise, le serie tv non sono film, non fosse altro per il tempo che richiedono. Se il nuovo capitolo di Fast & Furious, o di Star Wars, esce al cinema tre o quattro anni dopo il precedente, non è folle immaginare un rewatch dell’ultimo capitolo, perché si tratta di spendere una serata, o meno di una serata. Perfino un recuperone di tutta la saga potrebbe essere fattibile, perché magari si parla di 5-6 film usciti in vent’anni o più. Tutti insieme non arrivano alla durata di una stagione di una serie.
Ma se io voglio fare un rewatch della seconda stagione di Silo prima di vedere la terza, mi servono dieci ore. Io non le ho dieci ore per riguardare una stagione già vista, con tutte quelle nuove che mi pressano da tutte le parti.

Naturalmente, questo è lo sfogo di uno che sente di “dover” seguire determinati titoli, per un “lavoro” che si è autoimposto, ma per le persone che non sentono il bisogno di scrivere su un sito o produrre un podcast, il problema potrebbe porsi di meno: si guarda un numero inferiore di serie, magari solo quelle che piacciono proprio tanto, e un rewatch può essere visto non come un dovere, ma come un piacere da viversi con i popcorn e magari una persona cara accanto. E va benissimo così.

Però capite che il problema è strutturale, e può presentarsi in sfumature diverse. Al punto da influenzare serie differenti in modi imprevedibili.
A me House of the Dragon piace tanto, tutti ne parlano e ne vogliono parlare, e quindi il “lavoro” che mi serve per ricordarmi le stagioni precedenti (fatto di riassunti, recap, IA, rewatch totali o parziali) rientra in un gioco filologico che può essere divertente di per sé, al netto del fatto che in quella serie si chiamano tutti allo stesso modo e hanno tutti i capelli dello stesso colore.

Però appunto, è una serie che mi piace tanto, una serie top, un “must-watch”. Ci sono serie di qualità, ma semplicemente meno appassionanti per me, che in questo modo rischio di perdere (come le già citate Silo e The Agency) non perché siano brutte o immeritevoli, ma perché il loro modello distributivo (unito alla loro densità narrativa) mi obbliga a una fatica reale, fisica, materiale, per riuscire a rimanere agganciato alla storia.
Ed è chiaro che mi si potrebbe dire “vabbè, aspetta che siano finite e poi guarda tutto in una volta”. Però 1 magari muoio prima, e 2 torniamo al punto per cui a me non interessa vedere un film gigantesco di Silo, vorrei guardare una serie tv di Silo.

Una soluzione vera al problema non c’è. La situazione in cui siamo è una stratificazione successiva e inesorabile di dinamiche produttive, gusti cangianti, abitudini in evoluzione, piani industriali, botte di genio ma anche buchi nell’acqua.

Indietro non si torna mai, e forse l’unica soluzione è arrendersi all’evidenza, cioè al fatto che la fedeltà a una serie tv non dipende più soltanto da quanto ci piaccia e continui a piacerci, ma anche da come il suo modello produttivo e distributivo, poi influenzato da alcune caratteristiche intrinseche del prodotto come la sua “difficoltà”, si incastra con le nostre esigenze psicologiche e di vita.

Che esistano serie grosse, articolate, ambiziose e dense, che anche per questo non possono essere prodotte al ritmo di 20 episodi all’anno, lo capisco, lo rispetto, e in qualche misura addirittura me ne compiaccio. Cioè, meno male che serie del genere esistono, perché sono quelle che hanno cancellato la differenza col miglior cinema.
Però ci dovranno perdonare, queste serie, se qualche volta diventa “troppo”, e se in nome della nostra salute mentale scegliamo che no, un rewatch di venti episodi, o pagine di riassunti e recap, solo per poter capire qualcosa delle prossime cinque puntate, non ce li vogliamo sorbire.

PS Sapete cosa non prevede, almeno per il momento, un sacco di stagioni distanziate da anni? Beh ma Void, naturalmente, il mio nuovo romanzo che inizia e finisce su Amazon, in versione ebook e cartacea, che trovate a questo link.
Non dico che sia meglio di Silo eh, non mi permetterei. Ma sul fatto che non dovete aspettare anni fra una stagione e l’altra, beh, questo al momento è sicuro.




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