25 Novembre 2020

Big Sky – Anche David E. Kelley può sbagliare qualcosa nella vita di Marco Villa

Dopo Big Little Lies e The Undoing, David E. Kelley firma Big Sky, ma stavolta non gli va benissimo

Pilot

Amici che siete venuti qui per leggere una recensione di Big Sky, sappiate che questa non è una vera recensione. Nel senso, troverete comunque una descrizione della serie e un giudizio, ma non nella tradizionale forma di introduzione-descrizione-analisi. Piuttosto, questa recensione potrebbe assomigliare più a una puntata di casa Serial Minds.

Tutto inizia dal più classico dei messaggi-sola del Castelli: “C’è Big Sky, è un thriller, roba tua”. Seguito da “Ho visto Big Sky, oh va’ che è bello”. Ben contento e ringalluzzito mi metto a guardarlo a un’ora improbabile, dopo essermi goduto due-tre episodi del rewatch di Boris che sto ultimando. E la visione di Big Sky inizia con estrema coerenza, perché – di fatto – basisco. Big Sky parte con una fotografia piattissima, una colonna sonora presente in ogni istante e dotata della profondità tipica di una musica da ascensore. Questi due elementi fanno sì che quello che si vede sullo schermo sembri quasi una parodia: due donne che litigano, una che accusa l’altra di essere andata a letto con il marito, l’altra che risponde urlando qualcosa tipo “you were on a break”. E poi altri personaggi presentati in ogni sfaccettatura da dialoghi precisissimi nel descrivere abitudini, turbamenti e financo codici fiscali. 

Qualcosa non torna, perché Big Sky (in onda su ABC dal 17 novembre) è scritta da David E. Kelley, che è uno dei guru della tv americana, autore solo negli ultimi anni di Big Little Lies e The Undoing, ma creatore anche e soprattutto di Ally McBeal e di una lista corposa di procedurali dal numero di episodi imponente. E le due donne che litigano sono due attrici che hanno dimostrato carisma, come Katheryn Winnick (Lagertha in Vikings) e Kylie Bunbury, già vista in When They See Us e nel recente Brave New World. In Big Sky – tratta dal romanzo The Highway di C.J. Box, sono rispettivamente una ex poliziotta e una investigatrice privata che si ritrovano a indagare sulla scomparsa di un nutrito gruppo di ragazze in una zona dispersa del Montana. E pure sulla scomparsa dell’uomo che completa il triangolo, interpretato da Ryan Philippe.

Quello che colpisce, in Big Sky, è il suo essere fuori dal tempo. Mi spiego: è una serie che una decina di anni fa probabilmente avremmo visto senza grossi patemi, perché faceva parte di un tipo di narrazione ancora dominante sui canali generalisti. Nel 2020, questo tipo di thriller sembra fuori tempo massimo: nell’arco del primo episodio scopriamo una quantità di cose che in una serie di HBO avremmo conosciuto in una stagione. Forse.

Il problema è che questa mole di informazioni non viene fornita perseguendo una scelta di bulimia narrativa, per travolgere lo spettatore e fargli perdere i riferimenti: no, è l’esatto contrario. In Big Sky tutto è spiegato con una dovizia di particolari allucinante: di ogni personaggio conosciamo anche la backstory dopo tre battute. Ed è abbastanza assurdo. Per dire: non solo conosciamo già l’assassino e i motivi per cui uccide, ma anche che esiste una chiesa che copre i suoi delitti. Tutto scoperto in 5 minuti senza alcun pathos. Poi, certo, c’è una scena che chiude l’episodio e che può catturare l’attenzione, ma i 42 minuti che la precedono non hanno la forza per sostenerla.

E così mi metto a riscrivere al Castelli: “Ma che, davvero?”. E in lui emerge il creatore di palinsesti che mi spiega che sì, una serie come questa ha comunque un gran senso perché è rivolta a un pubblico ben preciso e comunque lui si è goduto il colpo di scena finale. Io rinnovo il mio essere basito, ma dopo dieci anni ormai so che è inutile andare avanti e soprattutto che Big Sky non è un motivo abbastanza valido per ritardare di altri 40 minuti l’ingresso sotto il piumone. C’è giusto il tempo per scoprire che David E. Kelley potrebbe essere legittimamente un maestro di vita, visto che ha un patrimonio stimato che si aggira tra i 250 e i 300 milioni di dollari, è sposato con Michelle Pfeiffer da tempo immemore e i due hanno appena comprato una casa a Los Angeles che levati. E per scoprire che anche un maestro di vita può sbagliare una serie.

La serata di casa Serial Minds però si conclude in modo meno romantico, perché l’ultima cosa che vediamo e commentiamo in chat è un video incredibile di un autobus in fiamme che, nella notte, scivola lungo una strada di Roma. Non c’entra niente con la serie, ma è la descrizione perfetta di questo 2020. E senz’altro è più significativo di Big Sky.

Oh, ve l’avevo detto che non era una recensione classica.

Perché guardare Big Sky: perché avete nostalgia per le serie brutte-ma-belle delle estati di dieci anni fa

Perché mollare Big Sky: perché David E. Kelley sarà anche maestro di vita, ma questa l’ha toppata (poi diventerà una hit e dimostrerà per l’ennesima volta la mia grande lungimiranza)

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