27 Giugno 2011 2 commenti

King – Il telefilm poliziesco più ironico della storia di Marco Villa

Una bella serie crime dal Canadà

Parlare di un crime a pochi giorni dalla morte di Peter Falk un po’ fa impressione. Perché per quanto possa spingersi in là la ricerca e l’audacia degli autori televisivi, nessuna serie potrà mai togliere al tenente Colombo un posto nella hall of fame dei grandi polizieschi a puntate. Non che non lo possano superare (anzi, già fatto), ma un pezzo di immaginario collettivo indossa e continuerà a indossare il trench, fumare il sigaro e girarsi a porre un’ultima domanda un attimo prima di imboccare la porta. E non è poco.

Detto questo, il crime di cui parliamo oggi è quanto di più lontano si possa immaginare da Colombo. King è una serie che vede protagonista Jessica King (la fascinosa Amy Price-Francis), detective poco ortodossa della polizia di Toronto. Già, perché siamo in Canada e la serie va in onda su Showcase, il canale che già ci ha donato l’apprezzabile Lost Girl, il prescindibile Endgame e l’improponibile Shattered. Tra questi precedenti, King va di sicuro a unirsi a Lost Girl, perché trattasi di serie valida, capace di unire una linea crime soddisfacente e un’ottima ironia di fondo.

King, infatti, è una poliziotta tosta e capace, finita a rispondere al centralino del commissariato a causa della sua scarsa disciplina. Per via di un caso complesso in cui i colleghi arrancano viene rimessa in pista e dà prova della sua bravura. Originalissimo, nevvero? Per fortuna, a bilanciare questo non eccelso livello di innovazione, c’è un tono generale che sa essere davvero particolare. Non è facile, infatti, riuscire a trovare un equilibrio perfetto tra i meccanismi e i requisiti di una linea poliziesca e quelli di una linea comica. Beh, la notizia è che King ce l’ha fatta. Per raggiungere questo risultato, gli autori hanno puntato tutto su dialoghi molto serrati e su uno stile di scrittura che ha grossi debiti nei confronti di sua maestà Aaron Sorkin. Fatte le debite proporzioni, arriva da lì, in sostanza, la scelta di far viaggiare sottotraccia alcuni elementi per l’intero episodio e di farli emergere all’improvviso e senza alcun riferimento-spiegone ai dialoghi precedenti (nel primo episodio, uno di questi temi è la presunta voglia di maternità della protagonista). Oltre a questo, Jessica King è stata creata alla grande: la sua (auto)ironia non suona infatti forzata o imposta, ma riesce a svilupparsi con invidiabile naturalezza.

Un altro aspetto è quello visivo. Se siamo abituati a crime dove i poliziotti sono dimessi e scalcagnati (i maglioni di Sarah Linden di The Killing sono lì a ricordarcelo), King vanta invece personaggi pettinati e molto ben vestiti. Questo aspetto dei costumi è la base per l’aspetto visivo in quanto tale: le scene in interni del commissariato citano infatti in maniera scoperta Mad Men, con i protagonisti vestiti come figurini e colori caldi e avvolgenti. A fronte di questo riferimento visivo, però, come detto, un ritmo quasi forsennato di dialoghi e azioni, come a creare uno stordimento sensoriale, ulteriore punto a favore per il telefilm.

Previsioni sul futuro: casi su casi, risolti con brio e conditi da battute divertenti. Senza dimenticare una trama orizzontale non preponderante, ma comunque presente.

Perché seguirlo: perché atmosfera, ritmo e godibilità la rendono la perfetta serie lieve dell’estate.

Perché mollarlo: perché non vi siete ancora ripresi dal finale di The Killing e non volete altri crime per sei mesi.



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