10 Ottobre 2013 169 commenti

Le 10 serie tv inglesi più belle e da vedere a tutti i costi di La Redazione di Serial Minds

Le dieci migliori serie tv inglesi degli ultimi anni

Guardando i numeri, in questi tre anni Serial Minds si è occupato soprattuto di serie tv statunitensi. Normale, vista la mole di materiale che producono quelli là. Da sempre, però, teniamo d’occhio quello che accade in Inghilterra, sottolineando quanto le serie tv inglesi siano spesso migliori di quelle americane, per idee, scrittura, regia. Si tratta spesso di prodotti radicalmente differenti, che fondano la propria diversità soprattutto su un elemento: la durata. Chi segue serie tv americane è abituato a stagioni di 13 o 24 episodi, mentre in Inghilterra si arriva a fatica agli 8 episodi a stagione. Un elemento che porta a pensare in modo diverso le singole puntate e tutti gli aspetti della narrazione.
Oggi proviamo a darvi un elenco di dieci serie tv inglesi che proprio non potete perdere. Si tratta soprattutto di serie andate in onda negli ultimi anni (con una grossa eccezione in coda), le posizioni in classifica sono casuali e sappiamo bene che tante cose rimangono fuori (sì, lo sappiamo: manca Doctor Who, prima o poi faremo questo dannato recuperone). In ogni caso, il consiglio è di andare a spulciare la categoria Brit: lì trovate tutte le serie inglesi di cui abbiamo parlato.
Il pezzo l’hanno scritto Chiara Grizzaffi (CG) e Marco Villa (MV).

 

1. SHERLOCK



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Rispetto alle serie tv statunitensi, quelle inglesi sono diverse per tanti motivi: durata delle stagioni, regia, fotografia, cura della narrazione. Rispetto alle serie inglesi, Sherlock è una cosa a sé. Innanzitutto per la durata delle singole puntate: ogni episodio è praticamente un film, visto che raggiunge i 90 minuti. Secondo: per la durata delle stagioni, tre episodi per ognuna delle due fin qui prodotte (la terza è in arrivo) . Al di là di queste caratteristiche, Sherlock merita di stare in questa classifica perché è una serie tv di una qualità mostruosa. Sherlock Holmes portato ai giorni nostri vuol dire prendere un detective ormai oltre il mito e renderlo il capo dei nerd: tratti autistici, pensiero laterale, grande genio. La forza di Sherlock sta in due protagonisti eccezionali come Benedict Cumberbatch (sarà il nuovo Hugh Grant entro poco) e Martin Freeman (diventato Bilbo Baggins ne Lo Hobbit), in episodi tiratissimi e in gialli mai banali (bella forza, c’è Conan Doyle dietro). Se negli Stati Uniti la rivoluzione seriale è passata per The Sopranos e The Wire, quella inglese non può fare a meno di Sherlock. (MV)

2. UTOPIA

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Di Utopia si era già parlato come di una delle cinque migliori serie dalla nascita di Serial Minds a oggi. Esagerati? Beh, anche se forse non sarebbe nella mia personalissima top five, è di sicuro uno dei prodotti più interessanti che si siano mai visti. E uno dei più strani in assoluto, laddove strano fa rima soprattutto con disturbante. Un gruppo di stramboidi piuttosto assortito per età, sesso ed etnia si ritrova infatti al centro di una cospirazione mondiale, rivelata a quanto pare tra le pagine di un fumetto. Se detta così può sembrare quasi la trama di una sit com, fin dall’incipit Utopia mette invece in scena una violenza vista raramente in tv e racconta di un mondo in cui tutti, sia le vittime che i carnefici, sono spesso fragili e inadeguati, marionette nelle mani di un potere kafkianamente invisibile. Difficilissima da incasellare in un genere ben preciso, Utopia è bella proprio perché è come i suoi personaggi, la weirdo fra le serie tv. (CG)

3. SKINS

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In questi anni è cambiato tutto. Sono cambiate le comedy, sono cambiati i drama, è cambiato il concetto stesso di serie tv. Senz’altro le serie teen sono cambiate, quel che è certo è che Skins è una serie teen come mai si era vista prima. Arrivata negli scorsi mesi alla settima e ultima stagione, è stata per due anni un capolavoro, per altri due qualcosa di buono, per gli ultimi due qualcosa di brutto. Ma il capolavoro dei primi due anni è davvero difficile da spiegare a parole. Di base si parla di ragazzini inglesi che bevono, si drogano, scopano. Ok, non è la prima volta che si parla di queste cose, ma è la prima volta che lo si fa in questo modo in televisione, con la profondità e l’attitudine del Gus Van Sant di Paranoid Park. I personaggi delle prime due stagioni di Skins ti restano attaccati addosso, con le loro storie di solitudine e anoressia, fino a drammi giganteschi come la morte di un genitore. Una serie bellissima. Le prime due stagioni non si possono non vedere. (MV)

4. DEAD SET

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Alzi la mano chi, guardando il Grande Fratello per più di qualche minuto, non ha avuto la sensazione di perdere gran parte delle sue facoltà mentali. Personalmente, in più di un’occasione ho anche pensato di azzannare alla gola chi mi costringeva a vederlo, per cui è con lo spirito di chi riesce a vendicarsi almeno metaforicamente che ho approcciato Dead Set. Il concept, tanto semplice quanto geniale, è proprio questo: la Gran Bretagna è vittima di un’epidemia di zombie, che giunge alle porte degli studi in cui si gira la versione britannica dello show. Con sadico cinismo, assistiamo al trasformarsi dell’ozio dorato dei concorrenti in un incubo. Dead Set mantiene molti degli elementi del genere horror, ma li declina in chiave ferocemente ironica: il parallelo tra gli zombie affamati e il pubblico che brama anche solo un’apparizione degli abitanti della casa, quando non tenta di farvi irruzione, è fin troppo esplicito. E il finale, l’ultima immagine, è da antologia. L’autore è lo stesso di Black Mirror, altra serie capolavoro Made in UK. (CG)

5. MISFITS

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Misfits è l’idea giusta al momento giusto. Misfits è la serie che prende l’idea vincente delle adolescenze perdute di Skins, la ribalta portando il drama verso il grottesco e aggiunge il sovrannaturale. E i supereroi. Direte: che bordello, sarà una roba pasticciata. Sì, anche, ma è quello il bello. Misfits racconta la storia di ragazzi sfigati e ai margini che, mentre sono impegnati in lavori socialmente utili, vengono colpiti da un fulmine e ricevono dei superpoteri. Non superpoteri normali, superpoteri che compensano all’ennesima potenza i loro deficit relazionali: quello che è sempre escluso da tutti diventa invisibile, quella che teme il giudizio degli altri inizia a leggere nel pensiero e così via. Non aspettatevi eroismi da “salviamo il mondo”, siamo da tutt’altra parte. I protagonisti di Misfits sono sfigati e sfigati restano, tenendo fede al nome della serie stessa. Qui non c’è nessuna rivincita del Peter Parker della situazione, solo una serie di episodi divertenti e appassionanti. E una manciata di personaggi cui ci si lega all’istante. (MV)

6. IN THE FLESH

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Di nuovo gli zombie: la nostra non è necrofilia, giuro, è che nel giro di qualche anno gli inglesi ci hanno piazzato due bombe e non si poteva non menzionarle entrambe. Tanto più che gli zombie sono piuttosto di tendenza: si pensi a The Walking Dead – sostanzialmente fedele ai diktat di genere – o alla saga di Warm Bodies – che pure, ibridando horror e teen drama, non si scosta poi tanto da certe consuetudini. Invece, come spesso accade, gli inglesi non ci stanno e ripensano radicalmente il filone zombie: l’umanità è sì afflitta da una epidemia che trasforma i morti in zombie, ma è riuscita a trovare una cura. Il reinserimento nella società “civile” (le virgolette, come vedrete, sono d’obbligo) è tutt’altro che facile, e i traumi e le ferite del passato non tardano a riemergere. Personalmente, è una delle serie che ho amato di più: In the Flesh utilizza sì il mostruoso come metafora di grandi ferite collettive (impossibile non pensare alla guerra, o alla paura dello straniero) o lo accosta di nuovo all’adolescenza (fase di passaggio in cui ci si trova a ridefinire la propria identità), ma lo fa in modo del tutto nuovo. A differenza dei prodotti Made in USA, che spesso nascondono dietro la spettacolarità o la melassa dei prodotti teen una morale in fondo rassicurante, In the Flesh va dritto al sodo e colpisce duro, smascherando le piccole e grandi ipocrisie che si nascondono in ogni comunità di gente “perbene”. (CG)

7. LUTHER

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Negli ultimi tempi una delle faide più appassionate a cui abbia assistito è quella tra fan di Sherlock e fan di Luther. Penserete che frequento gente ben strana e probabilmente avrete anche ragione, sta di fatto che così stanno le cose. Sherlock e Luther sono le due serie crime inglesi più amate di questi anni. E forse potete togliere “crime”. Luther racconta la storia dell’ispettore capo John Luther, un omone alto così interpretato da Idris Elba, già indimenticabile Stringer Bell in The Wire. John Luther è un poliziotto geniale e poco incline alla disciplina. Soprattutto, John Luther è un corpo gigantesco che si muove goffamente, sempre stretto in un cappotto che sembra troppo piccolo. Affronta serial killer spietati, che lo trascinano in prima persona mezzo ai casi e intreccia con una di loro una relazione torbidissima, sempre a tanto così da diventare mortale o sessuale. Nel corso delle tre stagioni e 14 episodi, Luther mette in fila puntate con una tensione incredibile, sfociando a tratti nell’horror puro, sempre senza perdere di vista l’assoluta fragilità umana del suo protagonista, vero focus della serie. Il finale della serie a me ha fatto letteralmente schifo, ma è un dettaglio, perché le tredici puntate precedenti meritano senz’altro una visione. (MV)

8. DOWNTON ABBEY

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Se dovessi dire qual è la serie inglese per eccellenza, probabilmente risponderei Downton Abbey. Non tanto per una questione di gusto, ma perché si tratta di un fenomeno globale a tutti gli effetti, che vanta una parodia di Jimmy Fallon, citazioni in altri show ammerigani, il passaggio sulla nostra tv generalista e perfino questo (alla faccia di Castelli che non vuole i gattini). È Downton fever, cari miei, ho un’amica che non nomino per umana pietà che da quando le ho detto “guardalo” è riuscita a finire due stagioni in meno di 48 ore. Probabilmente, quello che fa funzionare Downton Abbey così bene è la sua capacità di mescolare a una scrittura curatissima, con echi dickensiani, l’appeal di certe forme più basse, come la soap. È, insomma, la versione televisiva contemporanea di un buon romanzo d’appendice, con dei personaggi caratterizzati con straordinaria cura e una buona dose di arguzia inglese, che non guasta mai. (CG)

9. BLACK MIRROR

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In Italia il dibattito sui nuovi media è a livelli primitivi, le reazioni di fronte a ciò che accade in rete sono spesso molto simili a quelle di Mrs Patmore quando nella cucina di Downton Abbey è arrivata la frusta elettrica, e in Inghilterra c’è Black Mirror. Ovvero, una di quelle cose che andrebbe mostrata nelle scuole e nelle università, e anche a Roberto Fico, in loop possibilmente. Il secondo colpo di genio di Charlie Brooker (già dietro a Dead Set), la seconda riflessione sui media contemporanei, stavolta in forma di miniserie, composta da 3 puntate autonome, legate tra loro solo da un punto di vista tematico. Che si condividano o meno le posizioni di Brooker – che ha un atteggiamento più da apocalittico che da integrato nei confronti dei nuovi media – non si può non ammirare la straordinaria lucidità con cui mette a fuoco i problemi a essi legati, che si tratti dell’online gaming, di Twitter, delle questioni legate alla privacy e alla permanenza di tutto ciò che immettiamo in rete anche al di là della nostra volontà (e della nostra stessa esistenza in vita). Sono dei racconti esemplari, non realistici, che mirano a suscitare una riflessione niente affatto banale sul modo in cui la tecnologia sta cambiando le nostre vite. Se le ambizioni sono altissime, il risultato lo è altrettanto. (CG)

10. THE OFFICE + THE IT CROWD

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Non è facile trovare comedy inglesi belle, perché normalmente si salta dal capolavoro alla schifezza inguardabile. The Office (sì, supereccezione temporale, è piuttosto vecchiotta) e The IT Crowd appartengono ovviamente alla prima categoria e sono qui in coabitazione perché si tratta di due facce della stessa medaglia. Entrambe raccontano di un ufficio, ma in modi molto differenti. The Office è la serie che ha reso celebri Ricky Gervais e Stephen Merchant, spedendoli poi a mettere il proprio nome nei titoli di testa del remake americano (nove stagioni, mica cazzi). The Office è una serie cattiva, in cui si gode davvero tanto per l’idiozia estrema del protagonista David Brent (interpretato dallo stesso Gervais), uno dei personaggi in grado di mettere più in imbarazzo lo spettatore nella storia delle serialità tv (e non solo). The IT Crowd è ambientato nel reparto IT di una grande azienda e ha come protagonisti due ultranerd a tanto così dalla sociopatia e da una donna digiuna di informatica. In comune con The Office c’è l’idiozia diffusa, ma con i personaggi di The IT Crowd andresti fuori a bere una birra, perché ti affezioni a loro. È una versione ripulita e meno estrema di The Office, ma non per questo meno divertente. Nelle altre nove posizioni di questa lista vi presentiamo altrettanti drama potentissimi. Qui due comedy a loro modo fondamentali. Perché non potete capire le nuove comedy senza essere passati per The Office.
P.S. Resta fuori da questa doppietta The Thick of It, ma non potevo metterne tre in una sola posizione, non vale. (MV)



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