8 Novembre 2013 1 commenti

By Any Means – Ogni tanto capita anche una serie tv inglese brutta di Marco Villa

Poliziotti al limite della legalità vs. cattivi impossibili da arrestare

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Dico una cosa banalotta: che belle le serie inglesi. In questi anni ho ripetuto fino alla nausea questa frase, portando come prove un numero piuttosto alto di serie. E il bello delle serie inglesi è che giocano in un campionato completamente differente rispetto a quelle americane. Cambia il tono, cambia il ritmo, cambia l’approccio visivo. L’aspetto vincente di queste serie è il loro non volersi mettere a scimmiottare i prodotti statunitensi, ma tracciare una strada differente. A volte va bene, a volte no, ma sempre con grande personalità. Ecco perché non è tanto bello vedere una serie come By Any Means, che cerca di andare in scia alle serie americane più sbruffone.

ay_118881153-e1379694905205By Any Means (in onda dal 22 settembre al 27 ottobre su BBC One) è la storia di un nucleo molto ristretto di poliziotti che agisce in una zona d’ombra, intervenendo quando i loro colleghi in divisa non riescono a far condannare un criminale. Senza avere sulle spalle quel fardello ingombrante che si chiama “legge”, la squadretta in questione si accanisce su cattivoni vari finché questi non commettono un errore e finiscono in galera. Per farlo, possono ricorrere a tutto, tranne uccidere: by any means, appunto. Capo della squadra è Jack Quinn (interpretato da Warren Brown, il socio di John Luther in Luther), affiancato da un nerdone-hacker e da una notevole signorina, ovvero Shelley Conn, già vista in Terra Nova e soprattutto in quella serie bella bella che fu Marchlands.

I tre parlano con dialoghi velocissimi e si basano su ragionamenti e intuizioni ancora più rapidi. Il ritmo è altissimo e l’intelligenza dei tre protagonisti pure. Non siamo in fondo lontani da Scandal: task force che risolve i problemi. Olivia Pope risolve quelli dei suoi clienti, Jack Quinn quelli della polizia. In tutto il pilot, fatta eccezione per l’introduzione, non c’è un briciolo di drama e di tensione: i tre protagonisti sono dei brillantoni e affrontano tutto con spavalderia. Non sono agenti che lavorano in segreto per incastrare i cattivi: agiscono alla luce del sole e sbattono in faccia ai loro avversari quello che stanno facendo. Sempre nel pilot, il cattivo è un personaggio grottesco, più comico che tragico. Il gangster con problemi di controllo della rabbia, che si mette a espirare lentamente per calmarsi sembra arrivare da uno di quei quindici film tutti uguali del tardo Robert De Niro.

4821270-high-by-any-meansBy Any Means corre veloce per quasi tutto il pilot, in modo leggero, per poi impantanarsi nel finale, quando si arriva al dunque e si paga dazio per l’alto ritmo con lunghissimi minuti di spiegone, che vanno a colmare tutti i passaggi non spiegati nel corso della puntata. E il fatto è che vengono ricostruiti, con tanto di artifizio visivo, tre o quattro momenti di superspiegone vero. Non è un fatto da poco, perché l’effetto finale è quello di una puntata in cui la scrittura non è riuscita a inserire tutto al punto di giusto, preferendo un’alta velocità a una narrazione sensata. Il secondo – enorme – dubbio è legato proprio al concept della serie: si parla di poliziotti-non-poliziotti che abusano del proprio potere per incastrare delle persone. E non è il massimo come cosa, eh. Non è un caso che nel finale, oltre agli spiegoni, arrivi anche il pippone di Jack Quinn sul fatto che non bisogna farsi troppe menate e che quello che conta è che ci siano dei cattivi in prigione, ma il fatto che la polizia debba poter fare il cazzo che vuole è un messaggio che – senza voler fare l’anarchico della situazione – mi fa letteralmente schifo e che porta a un livello ulteriore il sottotesto pro-linciaggio emerso nel pilot di The Escape Artist.

Scivolone di scrittura, scivolone di concept. By Any Means scorre via per tre/quarti senza lasciare nulla e poi si incasina pesantemente. Questo pilot non mi è piaciuto, proprio no.

Perché seguirlo: per il ritmo, la velocità e il tono

Perché mollarlo: perché ritmo, velocità e tono sono resi possibili da una scrittura approssimativa



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