20 Aprile 2016 12 commenti

Better Call Saul: la stagione della svolta di Diego Castelli

Bella e basta, senza bisogno di confronti

Copertina, Olimpo, On Air

Better Call Saul 2 (1)

Il finale verrà spoilerato solo alla fine dell’articolo.

Qualcuno dovrebbe fare uno studio circa gli effetti della serialità sulla percezione del tempo. Ormai non divido più il tempo in anni, mesi e giorni, ma in stagioni ed episodi. Collego momenti di vita e di esperienza a cosa stavo guardando in quel momento, e che magari ora non c’è più.
Così trovarmi a scrivere della seconda stagione di Better Call Saul appena conclusa, quando mi pare ieri che aspettavamo l’inizio della prima, e l’altro ieri che aspettavamo Breaking Bad, mi dà un leggero senso di vertigine.
A darmi una certa stabilità mentale, una certezza sul fatto che non sono stato ibernato e poi risvegliato due anni dopo, c’è però il preciso senso di un percorso. Per quanto io possa aver elogiato Better Call Saul nei mesi passati, ora che sono trascorsi venti episodi totali mi sento di dire “sì, puoi andare per la tua strada”.
Molto più che la prima stagione, pur apprezzatissima, la seconda mi ha trasmesso un preciso senso di pienezza, in cui i ganci con la serie madre non sono più la base necessaria dell’entusiasmo, ma al massimo la ciliegina su una torta gustosa già di suo.

Better Call Saul season finale (3)

So che molti di voi ci erano arrivati prima di me, e anzi guardavano con un certo fastidio il continuo accostamento fra BB e Better. A me è servito un po’ più di tempo, vuoi per l’affetto verso i vecchi colori, vuoi per quella diffidenza mista a speranza tipica di chi si beve più serie tv di quante una persona “normale” dovrebbe avvicinare.
Questo però mi è parso l’anno della svolta. Nella prima stagione avevamo seguito le vicende di tale Jimmy McGill, avendo però in testa che sarebbe diventato il ben più conosciuto Saul Goodman. Il finale di stagione, che segnava un importante scalino verso una maggiore elasticità morale nella professione (e nella vita) del protagonista, è però diventato il primo passo in una catena di eventi e relazioni più complesse, capaci di farmi dimenticare Breaking Bad.

Perché questo era il vero obiettivo, almeno per me: dimenticarmi che Better Call Saul è uno spin-off, per godere esclusivamente di quello che vedo ora sullo schermo. Finalmente è accaduto, grazie soprattutto al triangolo parental-amoroso fra Jimmy, Kim e Chuck.
La faida familiare tra fratelli avvocati è stato uno dei temi centrali della stagione, nonché lo sviluppo narrativo più forte. Le emozioni provate seguendo tutto quel torbidume sono emozioni vere, precise, nate tutte in questa serie, senza dover cercare altrove. L’odio vero nei confronti di Chuck, che non ne lascia passare neanche una al fratellino, pur essendo lui per primo un po’ tocco. Il senso di rivalsa quando Jimmy imbrocca uno dei suoi raggiri, unita però alla consapevolezza un po’ genitoriale che ogni tanto dovrebbe tirare un po’ il freno, perché qualcuno potrebbe farsi (letteralmente) male. Soprattutto lo spaesamento di Kim, il personaggio forse più cresciuto della stagione, quello a cui la storia ha costantemente messo di fronte strade alternative fra cui scegliere, ognuna piena di potenzialità e rischi.
In fondo, almeno fino al penultimo episodio, Kim è stata la vera protagonista di questo ciclo di episodi, l’”eroe” a cui veniva chiesto di scegliere di volta in volta una via piuttosto che un’altra, in uno scenario in cui Jimmy, più che un compagno di viaggio, era una delle destinazioni, un approdo fatto tanto di libertà quanto di colpa, un Lucignolo per una Pinocchio ancora ingenua.
Ancora mi stupisco del modo in cui Bob Odenkirk riesce a trasformare il suo Jimmy dall’essere la più scaltra volpe del quartiere, a diventare un ragazzino agitato che non riesce a tenere le mani a posto. La sua via è tracciata, lo sappiamo oltre ogni dubbio, ma la continua tensione che il suo agire impone alla storia e ai personaggi, calandoli ora nella spy story ora nel drama familiare più puro, è il vero sale che da gusto a tutta la serie.

Better Call Saul season finale (5)

Ovviamente non ci dimentichiamo di Mike. Perché la vicenda di Jimmy ci piace un sacco, ma ogni volta che sulla scena arriva Mike – il silenzioso, indolente, letale Mike – ci viene da pensare che anche lui meriterebbe uno spin-off tutto per sé, di tono completamente diverso, meno parolaio e più intimo, più silenzioso ma anche più violento.
Qualche critico statunitense è arrivato a dire che Better Call Saul è diventata migliore di Breaking Bad. Io non arrivo a tanto, perché Breaking Bad per prima ha introdotto uno stile e un ritmo di cui Better è necessariamente un prodotto derivato, e per questo meno dirompente sul piano culturale. Allo stesso tempo, a Batter Call Saul bisogna riconoscere un grande merito: riesce a fare quello che fa, a produrre le emozioni che produce, essendo per la maggior parte del tempo un semplice drama.
Per essere più chiari, non può sfruttare il mondo criminale di Breaking Bad, la promessa di morte sulla testa del protagonista, la devastazione della droga. Certo, il succitato Mike continua ad avere a che fare con bruttissima gente, e alcuni dei momenti migliori di questa stagione girano proprio intorno ai suoi incontri e scontri con i cartelli e i boss della mala (primo fra tutto un Hector Salamanca non ancora ridotto sulla sedia a rotelle). Ma non è quello il fulcro della serie, su cui invece Breaking Bad poteva puntellarsi per inserire scene ad alto tasso di adrenalina ogni volta che c’era bisogno di dare una scossa.

Better Call Saul è costretta a lavorare con meno elementi di rottura, riuscendo comunque a costruire una storia che ci tiene incollati allo schermo, toccandoci nel profondo.

Better Call Saul season finale (4)

E qui arriviamo al finale, che ho voluto tenere in fondo per evitare spoiler troppo a ridosso della messa in onda.
Da qui perciò spoiler sull’ultima puntata stagionale.

Poco legal e molto familiare, il season finale si concentra soprattutto su Jimmy e Chuck, offrendoci insieme una chiusura, un riassunto e uno svelamento.
Chiusura perché la faida arriva a un punto cruciale quando Chuck mette nero su bianco (o meglio, voce su nastro) il reato di Jimmy, che verosimilmente tarperà la ali al suo nascente studio, riportandolo rapidamente agli scantinati dove in fondo l’abbiamo conosciuto in Breaking Bad. Un riassunto, perché si arriva a quella chiusura partendo dal flashback in cui la madre morente di Jimmy dedica proprio a lui il suo ultimo pensiero, lasciando il rancoroso Chuck in preda al furore per non aver meritato lui quel riconoscimento. E infine uno svelamento: non tanto sul fatto che Chuck sia per davvero un bastardo, anche se la maggior parte dell’episodio ce lo mostra furbescamente come un malato da curare. Piuttosto sul vero rapporto di forza e di furbizia fra i due fratelli.

Venendo da Breaking Bad, siamo abituati a considerare Saul Goodman come un pavido azzeccagarbugli, uno scarafaggetto logorroico sempre pronto a giocare per il suo tornaconto. La verità, mostrata in maniera definitiva da questo episodio, è che Jimmy è sul serio una brava persona. Solo che è un bambino, anzi, un fratellino. Da sempre visto come quello piccolo e irresponsabile, Jimmy ha fatto di tutto per uscire da quello stereotipo, inciampando però in un’indole votata alla scorciatoia e al raggiro. Incapace di fermarsi di fronte al barattolo della marmellata, Jimmy è però sempre sincero quando manifesta il suo senso di colpa per averci messo dentro la mano. Se spesso lo vediamo come il più intelligente e furbo sulla scena, sappiamo ormai che è una recita, o meglio una disposizione che Jimmy può sfoggiare con chiunque, ma non con le persone a cui tiene veramente, per le quali arriva sempre a confessare e cospargersi il capo di cenere, non appena di accorge di aver “esagerato”.

Better Call Saul season finale (7)

Il bello quindi è che Jimmy non solo ha una bussola morale, ma sa anche riconoscerla, anche se non riesce sempre a seguirla. Dall’altra parte invece, Chuck è co-protagonista di un episodio che lo vede in gran parte “vittima”, anzianotto da compatire, quando in realtà sta solo aspettando il momento giusto per rivelarsi per quello che è, una viscida serpe.

Se ci pensate bene, scavando fino in fondo troviamo un tema simile a quello centrale di Breaking Bad. Come all’epoca tifavamo per Walter, diventato “cattivo” per motivi che in fondo ci sembravano legittimi, allo stesso modo Jimmy è il bambino che non riesce a crescere, ma che forse fa bene a non farlo, visto che gli adulti sono cattivi e danneggiati (Chuck), confusi e infelici (Kim), oppure rischiano la vita (Mike, protagonista di una breve ma intensissima scena di “vendetta mancata” contro Salamanca). Quello che sta accadendo in Better Call Saul, così com’era accaduto in Breaking Bad, è che al protagonista vengono lasciate sempre meno strade. Invece di aiutarlo, il destino lo bastona, lo castiga e mai lo premia, preparando il terreno per un’esplosione di rivalsa. Sappiamo che Jimmy non diventerà mai violento o acido come Walter White (almeno crediamo). Ma sappiamo anche che, senza alcun dubbio, in questo momento siamo con lui, e speriamo possa prendersi una sonora vendetta sul fratello, legale o meno che sia.
Alla fine, per la seconda volta, Vince Gilligan ci sta portando a tifare per il cattivo. Alla fine, e di nuovo, la questione si ribalta su di noi: we are breaking bad.

Better Call Saul season finale (1)



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