Death by Lightning – Una deliziosa miniserie… “local” di Diego Castelli
Netflix rispolvera una storia assai americana, che tantissimi americani hanno dimenticato, e lo fa con molti soldi e molto cast
L’impegno di Netflix per la produzione di serialità locale è cosa arcinota, e anzi è un dichiarato fiore all’occhiello della piattaforma, nonché un possibile motivo di ansia da prestazione per i/le serialminder, che oltre alle classiche serie tv a stelle e strisce si vedono sommersi da una gran quantità di prodotti italiani, francesi, brasiliani, coreani, giapponesi, spagnoli, polacchi, e chi più ne ha più ne metta, tutti a disposizione nello stesso momento, con le stesse date di uscita.
In questo contesto, le serie effettivamente americane non vengono considerate “local”, per il semplice motivo che, da sempre, gli Stati Uniti puntano forte sull’esportazione dei loro film e serie tv, e di un intero modello culturale insieme a esse.
Ma quindi possiamo comunque immaginare un prodotto statunitense che sia davvero “local”? Beh forse sì, se pensiamo a qualcosa che sia molto autoriferito, profondamente americano prima che passibile di esportazione.
Ebbene, è il caso di Death By Lightning, una miniserie in quattro episodi che racconta un episodio molto particolare della storia politica americana, con un approccio evidentemente autarchico, come se fosse una lezione di storia per bambini delle elementari del Montana, o giù di lì.
Una serie che punta a coprire un buco, perché inizia con la frase “Questa è la storia vera di due uomini che il mondo ha dimenticato”.

Death By Lightning è creata da Mike Makowsky, trentaquattrenne alla prima esperienza seriale dopo alcuni film di nicchia, ed è interamente diretta da Matt Ross, che solitamente riconosciamo più come attore che come regista: per dirne uno, era l’odiosissimo Gavin Belson di Silicon Valley.
La storia (o forse dovremmo dire la Storia) è quella di uno dei soli quattro Presidenti degli Stati Uniti uccisi durante il loro mandato, ma di cui effettivamente non si ricorda mai nessuno, presi come siamo (e come sono gli americani) a celebrarne soprattutto altri due, cioè Lincoln e Kennedy.
Parliamo di James A. Garfield, che venne ucciso nel 1881 a pochi mesi dall’insediamento, per mano di Charles J. Guiteau, e a cui succedette Chester A. Arthur, che da vice divenne Presidente per poi rimanere in carica per quattro anni.
Per darci un’idea di quanto poco sia conosciuta questa vicenda agli stessi americani, ci viene in soccorso un pezzo importante di storia del cinema pop. Nel terzo episodio della saga di Die Hard (Die Hard – Duri a Morire, datato 1995), il protagonista John McLane (interpretato da Bruce Willis) si trova nella necessità di sapere chi era stato il ventunesimo Presidente degli Stati Uniti, cosa che né lui né numerosi altri personaggi sembravano ricordare (ovviamente non avevano gli smartphone con internet).
Alla fine a dargli la risposta è un simpatico operaio, che gli rivela che era stato appunto Chester Arthur, certificando così a noi, nel 2025, che quell’area della storia presidenziale americana è un buco generalmente grosso per gli stessi statunitensi.

Ora quella vicenda è stata ripresa da Netflix per produrre una miniserie in quattro puntate che, come detto all’inizio, finisce con l’essere molto local, piena di meccanismi delle elezioni americane che loro danno per scontati e che per noi lo sono meno (non tutti sono cresciuti con The West Wing e ascoltano i podcast di Francesco Costa), ma che non per questo si priva di un cast di livello, questo sì di fama internazionale, e di un budget apparentemente fuori scala.
A interpretare il Presidente ucciso c’è Michael Shannon (Boardwalk Empire, Nine Perfect Stranger, due volte candicato all’Oscar), il suo assassino è Matthew Macfadyen (il Tom di Succession), il futuro Presidente Arthur è Nick Offerman (mitico Ron Swanson di Parks and Recreation), la moglie di Garfield è Betty Gilpin di GLOW, e c’è spazio anche per un amatissimo ex di The West Wing come Bradley Whitford.
Una specie di paradiso seriale pieno di gente bravissima, con un carisma grosso così.
Il tutto in una ricostruzione storica di primissimo ordine, con decine di comparse, costumi raffinati, barbe folte d’altri tempi, un preciso alternarsi fra inquadrature d’interni scure e ricercate, in linea con un tempo meno illuminato del nostro, e poi scene di massa in ambientazioni molto concrete e molto credibili, anche quando sostenute da una CGI usata con metodo e giudizio, senza strafare.

La miniserie è dunque ben scritta e ben girata, e anche molto attenta a trovare i volti giusti per i vari personaggi. Shannon è ottimo per interpretare un personaggio austero e ligio al dovere, che si ritrova quasi per caso candidato alla presidenza e punta a gestirla con rigore morale e sani principi. Macfadyen, dal canto suo, interpreta uno spiantato mezzo truffatore con ambizione smodata, lingua lunga e mente fragile, in fondo non così diverso dal Tom che l’ha reso famoso. Nick Offerman è perfetto come panciuto politicante vagamente alcolista, che deve compiere un certo percorso di redenzione prima di poter accedere alla posizione più alta della politica americana. E via dicendo.
Però verrebbe da chiedersi: ma se questa storia era stata dimenticata, perché recuperarla? Perché era più interessante di quanto la gente si ricordasse?
Beh, in parte sì, perché il periodo storico è comunque affascinante, collocato a non troppi anni dalla Guerra Civile, in un momento di passaggio dall’antico al moderno, con la resistenze del primo e gli slanci del secondo. E poi perché un Presidente ammazzato è pur sempre un Presidente ammazzato.
Oltre a questo, però, c’è qualcosa in più.

Non so dire quanto Makowsky, lavorando su un romanzo originale di Candice Millardi del 2011(Destiny of the Republic), abbia giocato con la Storia prendendosi delle libertà. Non so dirvi, cioè, quando la miniserie sia rigorosa da quel punto di vista. Di certo non “poco”, ma ci siamo capiti.
Ma il tema è un altro: Death By Lightning non è solo la storia di un fatto di sangue, bensì il racconto di un mondo politico fatto di intrighi, corruzioni e manipolazioni, in cui l’emergere di una persona integerrima come Garfield, eletto sulla base della sua capacità di sostenere alti ideali, si scontra con il fango di personalismi gretti e viscidi, che tutto hanno a cuore meno che il bene del paese.
Il suo assassino non è cospiratore o una spia, è prima di tutto un povero diavolo, che però incarna il senso di un popolo a cui viene effettivamente impedito di accedere alla gestione della cosa pubblica, a parte lo strumento del voto che resta una specie di una tantum che poi lascia spazio a ben altri magheggi.
Intendiamoci, non parteggiamo per l’assassino durante la miniserie, ma ci resta comunque il senso di una politica che fatica a parlare alle persone, creando i presupposti per una frustrazione che può perfino sfociare in una violenza che non percepiamo nemmeno come particolarmente truce, ma quasi più grottesca, sciocca, sostanzialmente ignorante.

Il tentativo di recuperare un passato dimenticato per parlare di un presente difficile sembra abbastanza esplicito, nella forma di una denuncia che però si porta dietro anche una qualche rassegnazione, del tipo “già facciamo fatica a eleggere brave persone, e quando lo facciamo poi le ammazziamo, a volte dimenticandocene pure”.
In questo discorso così manifesto, è dunque chiaro il motivo per cui alcuni caratteri e situazioni siano più nette di altre: la sostanziale apologia di Garfield ha prima di tutto il compito di offrire agli spettatori una figura buona e giusta, quasi religiosa (il suo modo di perdonare i suoi nemici è roba da presepe), a cui contrapporre un marcio che dalla politica americana (e non solo americana naturalmente) non è mai scomparso e probabilmente mai scomparirà.
Ma se questo approccio un filo pedagogico potrebbe risultare stucchevole, è più che compensato da questa messa in scena così ampia, dettagliata, efficace, e da queste interpretazioni così dritte e precise, dove non c’è un sopracciglio fuori posto.
Se vi piacciono i racconti storici, specie se possono insegnarvi qualcosa del passato e suggerirvi qualcosa sul presente, premete play e facciamola finita.
Perché seguire Death By Lightning: una storia poco conosciuta messa in scena con grande abilità, e con diversi ammiccamenti al presente.
Perché mollare Death By Lightning: è proprio una storia politica americana per americani, con un po’ di meccanismi e sottotesti che possono confondere.

