Amadeus su Sky – “Storia”, Musica e Polemiche di Diego Castelli
Quella di Wolfgang Amadeus Mozart non è solo la storia di uno dei più grandi compositori mai esistiti, ma anche, lateralmente, un simbolo di una grande verità filosofica che potremmo riassumere con un motto che non ho trovato in Cicerone, ma che mi sono inventato in questo momento: “Siamo tutti complottisti”.
Sì perché anche di fronte a un’esistenza come quella di Mozart, così piena di arte, bellezza e creatività da non poter quasi credere che sia morto a soli 36 anni, manco i suoi contemporanei se la sono fatta bastare così com’era.
Pochi anni dopo la sua dipartita, infatti, già circolavano voci maligne e complottare sulla possibilità che fosse stato ucciso, magari avvelenato, da un colpevole che poteva essere chiunque, ma che molti vollero identificare nel suo collega e rivale Antonio Salieri, che in quella fase storica componeva anche lui per la corte dell’Imperatore Giuseppe II d’Arburgo.
Questa idea dell’omicidio di Mozart e, soprattutto, della colpevolezza di Salieri, ha poche basi storiche ed è generalmente rifiutata dagli esperti del settore, eppure fu in grado di… creare essa stessa arte.
Per primo arrivò Aleksandr Puškin, poeta e drammaturgo russo che ricamò sulla vicenda con un breve dramma scritto a pochi decenni dalla morte di Mozart. Poi, un secolo e mezzo dopo, Peter Shaffer scrisse una pièce teatrale ispirata al lavoro di Puškin, che chiamò “Amadeus” e da cui lo stesso Shaffer trasse la sceneggiatura di un film del 1984 di Milos Forman che così, senza troppi pensieri, vinse OTTO oscar.
E se oggi siamo qui è perché quella leggenda ha dato vita pure a una serie tv, ancora una volta tratta dal lavoro di Shaffer (scomparso pochi anni fa), disponibile su Sky, creata da Joe Barton e dal titolo, di nuovo Amadeus.

Non faremo troppi confronti con il film di Forman, un po’ per politica di Serial Minds, un po’ perché non ho nemmeno la percezione chiara di quanto sia effettivamente ricordato: ha di sicuro molti estimatori ancora oggi, ma è un film d’autore di quarant’anni fa, che non passa nemmeno così spesso in televisione, quindi penso si possa supporre che ci sia molta gente che sta incappando in questa miniserie senza aver mai visto il film, o senza ricordarselo particolarmente.
Vale giusto la pena di dire che il grosso della storia e dei temi trattati è sempre quello, e perfino la durata (il film durava tre tre, e qui abbiamo cinque episodi che insieme arrivano poco oltre le quattro), ma che poi si notano alcuni cambiamenti di scene importanti, una considerazione diversa di alcuni personaggi (tipo la moglie di Mozart o il suo librettista Lorenzo Da Ponte, che nel film non c’era proprio), un ritmo diverso e un differente approccio nei confronti della musica, con il film di Forman che metteva in scena interi pezzi delle opere del compositore, mentre la miniserie cerca una prospettiva più pop e facilmente digeribile.
In realtà, il vero elefante nella stanza non è il confronto con il film, quanto una delle polemiche ormai classiche di questi anni.

Se Antonio Salieri è interpretato da Paul Bettany (il Visione dei film della Marvel, tanto per stare sul mega-mainstrem), Mozart ha il volto di Will Sharpe, attore britannico di madre giapponese che, quindi, è un Mozart non caucasico. Ma è l’intero cast a essere abbastanza “diverse”, come si dice al giorno d’oggi. Magari non alla Bridgerton ma, per dirne una, il già citato Lorenzo Da Ponte, nato nell’attuale provincia di Treviso e ovviamente molto pallido, è qui impersonato da Ényì Okoronkwo che, come nome vi suggerirà, è nero.
Il tema è ormai annoso. Allo slancio verso l’inclusione (e anche banalmente all’idea di permettere ad attori non bianchi di recitare in abiti settecenteschi, ché altrimenti non potrebbero mai) si oppone il timore che queste forzature, in storie di ambientazione storica precisa, servano a poco in termini di rappresentazione e fin troppo in termini di posizionamento politico, con effetto straniante sugli spettatori e la fastidiosa impressione che al contrario non si potrebbe mai fare. E certo che non si può fare, dice la zia attivista a Natale, perché sono i bianchi i colonizzatori. Sì ok zia, ma non è che i giapponesi siano proprio Terzo Mondo e non abbiano mai fatto le loro porcate. Ma che c’entra, anche le serie devono riflettere i molti colori delle nostre società contemporanee. D’accordo zia, ma quella raccontata nella serie non è la società contemporanea. E via così, di litigio in litigio, fino a capodanno.
In tutto questo dibattito infinito, però, Amadeus aggiunge un elemento buffo, che secondo me consiglia di fregarsene di tutto: non solo è una serie ambientata in Austria in cui non c’è un solo austriaco e parlano tutto inglese (non ci pensiamo mai, a questo tipo di forzatura…), ma non è nemmeno una serie così aderente alla Storia con la S maiuscola, come abbiamo avuto modo di dirci più sopra.
Quindi insomma, il dibattito c’è, ve ne ho dato conto, ora andrei avanti per capire la cosa importante, cioè se è una bella serie o no.

E secondo me lo è, per almeno due diversi motivi.
Il primo è come tratta la musica. Intendiamoci, io ne capisco poco, e di musica classica in particolare, ed è del tutto possibile che chi è esperto dell’argomento possa venirmi a dire che avrebbe preferito vedere questo o quest’altro rispetto a ciò che appare effettivamente sullo schermo.
E tuttavia, considerando che Amadeus non vuole essere una serie elitaria o per un pubblico già molto competente, riesce a raggiungere un obiettivo tanto semplice quanto decisivo: farci comprendere la differenza fra la musica di Mozart e quella dei suoi colleghi.
Non è che Amadeus ce la spieghi, questa cosa. È semplicemente questione di sentire, percepire, anche con un orecchio non allenato, che quando Mozart arriva a Vienna a portare la sua musica (lui che era già conosciuto come ex bambino prodigio ma che in quell’ambiente così importante e tradizionalista non aveva ancora sfondato), gli altri sono costretti a guardarlo con stupefazione.
La (riuscita) rappresentazione di Mozart in quanto genio vulcanico con la testa piena di musica mai sentita e subito riconoscibile, è già un successo per una serie come questa.

Ma poi c’è anche un altro elemento, forse quello più importante, nonché quello che consente di dire che questa serie, che si chiama “Amadeus”, ha in realtà due protagonisti, Mozart e Salieri (e questo, “Mozart e Salieri”, era il titolo del piccolo dramma originale di Puškin).
Giova ricordare, peraltro, che quando il film di Milos Forman portò a casa otto oscar, uno era per il miglior attore protagonista, ma i candidati erano due, cioè gli interpreti di Salieri e Mozart (e vinse F. Murray Abraham per la parte di Salieri).
Amadeus è sì la storia molto romanzata di un pezzo della vita di Mozart, ma è anche e forse soprattutto il racconto dell’effetto che quella vita ebbe su Salieri. Il buon Antonio era un compositore talentuoso e stimato, ma non era un genio. Eppure, come dice lui stesso, aveva abbastanza talento per riconoscerlo, il genio. E per invidiarlo.
Più che raccontare il genio direttamente, Amadeus lo illumina attraverso il misto di invidia e ammirazione prodotto in Salieri, costretto a riconoscere, prima di tutto a sé stesso, la sua inferiorità rispetto al nuovo arrivato. Ed è lì, nella descrizione di questo sentimento così ambivalente, nell’abilità di Paul Bettany di metterlo in scena in tutte le sue sfumature, nei modi in cui quel sentire finisce con l’influenzare l’andamento della trama, che troviamo la vera forza di Amadeus, la sua più profonda umanità, la sua capacità di toccare corde che possiamo suonare anche noi poveri spettatori che non siamo certi geni come Mozart.

Questa era la forza del film, e questa è la forza della miniserie, che pure procede su binari parzialmente diversi e con uno stile che, giocoforza, oggi ci suona molto più contemporaneo, nel bene o nel male a seconda dei gusti.
È però anche una miniserie di ottimi mezzi, con splendide scenografie e costumi, e con un ritmo incalzante la cui inesorabilità ci attrae a prescindere dal fatto che sappiamo già come andrà a finire (in maniera più o meno precisa a seconda che noi si conosca già la storia del film, ma che Mozart muoia non è certo una sorpresa).
In conclusione, un prodotto solido, interessante, molto sfaccettato, magari giusto con qualche momento di enfasi eccessiva e qualche piccola ripetizione (ma d’altronde è la stessa percezione di Salieri a essere quella di una costante pressione sul suo ego).
È un storia del Settecento, ripresa nell’Ottocento, riadattata negli anni Settanta del Novecento e arrivata al cinema negli anni Ottanta. E però funziona ancora, perché quello che racconta sono sentimenti umanissimi, e malgrado l’aggiunta di un po’ di smartphone e automobili, gli esseri umani sono ancora quelli lì.
Perché seguire Amadeus: perché è interessante e divertente, e perché conferma che questa storia, romanzata finché vogliamo, ha davvero un respiro universale.
Perché mollare Amadeus: gli spettatori puristi e intransigenti (fan accaniti del film di Forman, persone che non amano le inclusività politicamente esibite ecc) potrebbero fare più fatica con i cambiamenti di questa versione.
