Il Signore delle Mosche – Un romanzo d’autore e un adattamento… pure di Diego Castelli
La miniserie di BBC, disponibile su Sky e NOW, riadatta il capolavoro di William Golding con una visione insieme fedele e sperimentale
Nel 1954, l’allora quarantatreene William Golding pubblico il suo primo romanzo, intitolato Il Signore delle Mosche (in originale “Lord of the Flies”). All’inizio, il libro vendette poche copie, lentamente, e sembrava pronto a sparire nelle pieghe della storia della letteratura, salvo poi diventare un classico assoluto del Novecento, capace di far vincere al suo autore il premio Nobel per la letteratura quasi trent’anni dopo, a fronte di una produzione successiva di Golding comunque importante, ma mai più folgorante come quell’esordio così clamoroso.
Nel corso degli anni, diverse opere cinematografiche sono derivate dal romanzo originale (la cui trama relativamente breve si adatta bene al mezzo filmico), ma oggi parliamo di un prodotto seriale che è comunque “piccolo”, perché si tratta di una miniserie di BBC in quattro puntate, arrivate nei giorni scorsi su Sky e NOW.
Ed è una miniserie, giusto per dircelo subito, di grande qualità e personalità, che se fosse uscita al cinema come film appena più corto (magari tre ore invece di quattro) probabilmente avrebbe ricevuto qualche candidatura agli Oscar.
Invece ce la vediamo sul piccolo schermo, apprezzandone alcuni specifici pregi, e notando qualche potenziale criticità.

La trama è abbastanza nota, e quando si parla di romanzi così importanti il problema degli spoiler dovrebbe essere considerato relativo (spero che nessuno si prenda male se qualcuno gli dice che Romeo e Giulietta muoiono, o che Renzo e Lucia si sposano). Tuttavia, le cose che dobbiamo dirci su questa miniserie non hanno nemmeno bisogno di entrare troppo nel dettaglio del finale.
La storia è quella di un gruppo di bambini inglesi degli anni Cinquanta, che per motivi non meglio specificati naufragano su un’isola deserta, rimanendo completamente da soli, senza guida adulta.
Alcune figure spiccano subito sullo sfondo, dal solido e razionale Ralph (Winston Sawyers), al piccolo e paffuto nerd Piggy (David McKenna), passando per il carismatico e fumantino Jack (Lox Pratt), leader di un gruppo di ragazzi del coro della chiesa.
Inizialmente, i bambini cercano di organizzarsi per sopravvivere e per attendere eventuali soccorsi, ma nel giro di pochi giorni qualcosa nel loro comune accordo si rompe, e i giovani protagonisti iniziano una lenta ma inesorabile discesa verso uno stato primitivo, ferino, tribale, che li allontana sempre più dall’ordinato mondo inglese da cui provengono, con l’inevitabile approdo a momenti di grande dramma e violenza.

La serie di BBC è complessivamente molto fedele al romanzo, in termini di ambientazione, personaggi, concatenazione degli eventi, riflessione filosofica. Cambia qualche dettaglio qui e là, in una direzione che sembra andare verso un ottimismo leggermente superiore a quello del romanzo, ma il grosso della narrazione resta ben fedele al materiale originale.
Un materiale che si porta dietro un discreto pessimismo nei confronti dell’umanità, riassunto dallo stesso Golding nella frase “L’uomo produce il male come le api producono il miele”.
Più nello specifico, ne Il Signore delle Mosche viene raccontata la sostanziale fragilità della civiltà. A livello del singolo individuo, è sempre possibile trovare qualcuno più portato per la sopraffazione e la violenza, e qualcuno più predisposto all’empatia e alla cura. Ma se guardiamo al complesso dell’umanità, la civiltà è una sovrastruttura estremamente fragile, che va continuamente nutrita, consolidata, tramandata, insegnata, perché basta pochissimo per farla crollare e per dimenticarla.
Nel romanzo, che su questo tema non ci va affatto per il sottile, vediamo niente altro che un gruppo di giovani umani che, non avendo completato un preciso percorso di crescita e formazione, svelano la vera natura dell’uomo, che è tribale, violenta, egoista, prevaricatrice.

A parte qualche sfumatura diversa a cui si accennava poco sopra, la miniserie non aggiunge né toglie granché al messaggio di fondo del romanzo, che è una cosa buona dal punto di vista dell’adattamento, ma che toglie inevitabilmente originalità al contenuto filosofico e narrativo del prodotto, che da questo punto di vista, al netto di spettatori più giovani o che ignorano del tutto il materiale originale, risulta inevitabilmente “già visto”.
Dove invece Il Signore delle Mosche versione BBC spinge sull’acceleratore, è la messa in scena e la traduzione in immagini e suoni (non è una frase fatta, proprio tutti e due) di quel grumo narrativo e filosofico così semplice nel suo nucleo, eppure ancora così importante e divisivo nell’interpretazione del mondo.

L’adattamento è curato da Jack Thorne, già co-creatore della premiatissima Adolescence di Netflix, ma anche sceneggiatore di His Dark Materials. Alla regia c’è Marc Munden, veterano di serie in costume per BBC nonché regista, più di dieci anni fa, dei primi tre folgoranti episodi di Utopia. Alla colonna sonora c’è Cristobal Tapia de Veer, che già conosciamo per le musiche di The White Lotus, a cui si affianca per la sigla e alcuni brani aggiuntivi un doppio premio Oscar come Hans Zimmer.
Un elenco dei principali nomi coinvolti nella produzione era d’obbligo perché questa Il Signore delle Mosche costruisce la sua intera identità su ciò che si vede e si sente sullo schermo.
Tutta la fotografia (firmata da Mark Wolf) è estremamente satura, per accentuare l’idea del classico paradiso terrestre pieno di colori accesi, quasi onirici, che può però tramutarsi in un incubo.
Marc Munden salta continuamente dalle riprese della natura, dell’acqua, dei paesaggi mozzafiato, a primissimi piani dei bambini, che si fanno via via più sporchi, impauriti, spaesati, e poi truccati, deformati, dipinti per cambiare identità e cercare di abbandonare l’infanzia per diventare qualcos’altro, senza sapere bene cosa.
In qualche caso si fa un uso eccessivo o goffo del green screen, che però in altri momenti diventa un espediente dichiaratamente teatrale, uno sfondo su cui far recitare danze e contorsioni che simboleggiano un’inesorabile metamorfosi.
Sul fronte sonoro, poi, la colonna audio si riempie di suggestioni tribali e percussioni, diventando un vero e proprio personaggio secondario, o forse un narratore, che ci prende per mano e ci fa scendere sempre più in questo gorgo primitivo, in cui una musica sempre più antica si fa metafora di una regressione verso il passato dell’umanità. Resta però la possibilità di creare singoli contrappunti, con l’inserzione di cori sacri che suonano molto “civili”, ma che non a caso vengono spesso usati come ironico tappeto sonoro di scene macabre o violente, in cui l’allontanamento dal progresso diventa ancora più evidente.
I quattro episodi della miniserie, tutti molto vicini ai 60 minuti, diventano allora un’esperienza prima di tutto sensoriale, in cui si parla piuttosto poco, e dove la metamorfosi dei bambini travalica nella dimensione del mito, rigettando le forme del documentario per preferire quelle della poesia, del lirismo, del simbolo.
E naturalmente gran parte della sua forza sta qui, perché prende un messaggio letterario già molto conosciuto e analizzato, e gli concede una potenza visiva che punta a lasciare perfino sopraffatti, come se gli spettatori venissero trascinati in un’ordalia di cui riescono ancora a percepire i contorni razionali, ma che si consuma nel sangue e nel fuoco.

E questo approccio così autoriale, sperimentale, “vistoso”, è sia il principale pregio della miniserie, sia l’ostacolo potenzialmente più ostico per la sua visione.
Quando si accennava alle sue potenzialità filmiche, lo si faceva per dire che una produzione del genere, senza la concentrazione facilmente abbinata all’esperienza della sala, potrebbe risultare perfino “troppo” per una visione casalinga su televisore, computer o perfino tablet.
Il Signore delle Mosche non è una miniserie di facilissimo accesso, a cui si possa arrivare a caso scrollando fra un po’ di novità su una piattaforma. O meglio, ci si può arrivare anche così, ma il rischio è quello di venirne travolti, soprattutto nel primo episodio che è ancora abbastanza preparatorio, e in cui la pur ottima prova dei bambini protagonisti non entra ancora nel vivo filosofico della storia.
L’ideale, se si vuole renderle giustizia, è arrivarci con la consapevolezza di stare guardando qualcosa di potenzialmente tosto, di sfidante, ma che proprio per questo spicca in un panorama seriale solitamente più piatto in termini di messa in scena.
Un prodotto coraggioso e meritevole, che viene da un romanzo che consiglio comunque di leggere, perché non è nemmeno particolarmente difficile, ma dà sempre da pensare.
Perché seguire Il Signore delle Mosche: prende un romanzo già molto conosciuto e sfruttato, ma riesce comunque a dargli forza e originalità con una messa in scena di spessore.
Perché mollare Il Signore delle Mosche: è una miniserie potenzialmente faticosa prima di tutto dal punto di vista sensoriale.

