10 Marzo 2026

Young Sherlock – Guy Ritchie e Sherlock Holmes, di nuovo di Diego Castelli

Una versione giovane di Sherlock Holmes fra intrighi politici, sorprese familiari, e un revisionismo non esattamente necessario

Pilot

Era il 2009 quando Guy Ritchie, in quegli anni già noto e apprezzato (nonché assai riconoscibile) per film come Snatch – Lo Strappo o RocknRolla, presentava una sua personalissima versione del famoso eroe di Arthur Conan Doyle, ovvero Sherlock Holmes.
A interpretarlo c’era Robert Downey Jr., all’epoca già in pieno rilancio hollywoodiano (Iron Man è del 2008). Con lui, l’investigatore vittoriano, elegante e compassato delle origini lasciava posto a un picchiatore di strada sempre sopra le righe, per il quale Watson, anch’egli ben più scaltro e battagliero rispetto alla tradizione, diventava soprattutto con un compagno da buddy comedy con cui battibeccare e inseguire i cattivi.

Tre lustri abbondanti dopo, su Prime Video arriva Young Sherlock, ispirata ai romanzi di Andrew Lane ma segnata fortemente dall’impronta di Guy Ritchie, che produce la serie e dirige i primi due episodi.
Un’esplorazione della gioventù del popolare investigatore, con parecchie deviazioni e invenzioni rispetto al canone. Tutte funzionanti? Vediamo.

All’inizio della serie, che per il modo di intendere il personaggio è una sorta di prequel spirituale dei film con Robert Downey Jr., il protagonista è in prigione, sta facendo a botte e deve essere salvato dal fratello Mycroft, già ammanicato con il governo inglese fin dalla gioventù.
Ovviamente, Sherlock non è ancora un investigatore privato, bensì un giovane uomo di grande intelligenza e risorse, ma che ancora non ha capito cosa fare della vita, al punto che si ritrova cameriere/domestico a Oxford, anche se è più colto e sveglio di tutti quelli che ci studiano.

Mentre si trova lì, fra alti papaveri del college e della politica inglese, Sherlock si trova in mezzo a un mistero/complottone in cui è invischiata una principessa cinese, e che rappresenta la prima metà narrativa di questa stagione d’esordio.
La seconda metà, quella più rilevante, riguarda invece la famiglia stessa di Sherlock, che tradizionalmente era costituita solo da Mycroft, e che qui invece esplode in un bel gruppo di parenti, fra cui madre, padre e una sorella più giovane morta in tenera età, ma il cui fantasma ancora popola gli incubi del protagonista.
(Fun fact: Sherlock è impersonato da Hero Fiennes Tiffin, che è nipote di Joseph Fiennes, che interpreta però suo padre).

E se i cambiamenti rispetto al canone non vi bastavano, arriva anche James Moriarty: l’acerrimo nemico di Holmes, qui interpretato da Dónal Finn, in questa serie è un suo amico e compagno di avventure, conosciuto proprio nel pilot e probabilmente destinato a farsi influenzare da un qualche lato oscuro, ma che inizia effettivamente come sodale.

Che Young Sherlock sia una serie ad alto budget si vede subito da scenografie, costumi e cast (in cui oltre al citato Joseph Fiennes c’è anche il premio oscar Colin Firth), ma che sia una serie di Guy Ritchie si vede ancora di più.

Non si arriva a certi vistuosismi registici dei film con Robert Downey Jr. – dove per esempio si trasferiva la proverbiale l’intelligenza di Holmes all’abilità nel combattimento, con ampi ralenty descritti da monologhi interiori – però il ritmo dell’azione, dei dialoghi e del montaggio è proprio quello di Guy Ritchie, così come il tentativo, comunque, di trovare soluzioni creative a questioni e problemi vecchi di cent’anni.

Per esempio, funziona bene il modo in cui viene messa in scena la capacità di Sherlock di sondare informazioni e ricordi contenuti nella sua mente, che diventano vere e proprie scene (del crimine, ma non solo) in cui gironzolare per raccogliere indizi e pure interrogare i presenti.

Si tratta dunque di una serie solida, di buon ritmo, con una sua originalità. E però, a mio giudizio, ci sono anche alcuni elementi che stonano, sia nel macro delle decisioni alla base del progetto, sia nel micro di alcune scelte specifiche.

A livello macro, la scelta in sé di raccontare la giovinezza di Sherlock Holmes, per di più in un lungo formato seriale, può essere divisiva. Sarà che è il personaggio nella versione di Guy Ritchie, e sarà che è necessario che sia almeno in parte diverso da quello che teoricamente poi diventerà, fatto sta che a questo Holmes mancano diverse caratteristiche fondative dell’eroe di Conan Doyle, e più ci si allontana dall’originale, più è scontato chiedersi il senso dell’operazione.

La scelta di conoscere e studiare la famiglia di Sherlock e Mycroft diventa inevitabilmente uno tsunami narrativo che cambia molte carte in tavola: non solo questo Holmes è un ragazzo sì intelligente, ma non ancora il maestro della deduzione che conosciamo, ma è pure anche attraversato da pulsioni romantiche, drammi familiari, ricordi dolorosi e malinconie, che trasformano la serie in un drama che ha molti elementi “in più” rispetto alla tradizione, ma che proprio per questo se ne allontana parecchio, chi lo sa se “troppo”.
Dove il troppo, sia chiaro, non è legato a presunte regole su quello che si può fare o meno con personaggi finzione: per definizione, ci si può fare tutto. Ma se quel tutto trasforma Sherlock Holmes in un personaggio che non è proprio Sherlock Holmes, senza farlo diventare qualcosa di altrettanto forte, viene spontaneo farsi domande sul senso dell’operazione.

Poi ci sono anche scelte più piccole che lasciano qualche perplessità, su tutte la rivisitazione di Moriarty. Nella tradizione, Sherlock è affiancato da un amico/aiutante molto più normale di lui, che serve per far spiccare l’eccezionalità del protagonista (non dimentichiamo che Watson è anche il narratore di buona parte degli scritti di Conan Doyle). Moriarty, invece, è la nemesi di Sherlock, il suo doppio malvagio, intelligente quanto lui ma votato al Male.

Nel momento in cui Moriarty mantiene in buona parte le caratteristiche di intelligenza e scaltrezza che lo rendono un doppio di Holmes, ma gli si toglie la malvagità (almeno in questa prima stagione), beh, quello che otteniamo è per davvero… un doppio di Holmes. Non aiuta il fatto che l’attore scelto per interpretarlo, Dónal Finn, sia certamente più arcigno e mefistofelico di Fiennes Tiffin, ma nemmeno così diverso. Alla fine sono due ragazzi molto simili, di abilità molto simile, che fanno le stesse cose per otto episodi. Qualcosa non torna.

L’impressione generale, a conti fatti, è quella di una serie che prova a fare molto movimento, a buttare carne al fuoco e creare un certo spettacolo, che di per sé funziona e regge, ma che nel contesto sherlockiano può sembrare più fumo che arrosto.
Avevamo così bisogno di sapere tutte queste cose sulla famiglia di Sherlock? Avevamo bisogno che Moriarty fosse suo amico? Avevamo bisogno di un protagonista che non è ancora un investigatore, ma che in compenso, al momento, non è niente altro di specifico?

Ma forse c’è una domanda più cattiva, forse ingenerosa, che rischia di chiudere questo articolo con una severità che Young Sherlock non si merita del tutto, perché resta una serie gradevole che, peraltro, migliora con le puntate (la seconda parte, proprio quella familiare, è migliore della prima in cui ci si arrovella su un singolo caso investigativo che in fondo non pare così fondamentale).
Una domanda forse ingenerosa, dicevo, ma che faccio lo stesso: questa Young Sherlock regge il confronto con la Sherlock di Moffat con Benedict Cumberbatch?
Ecco, secondo me no. Ma non ci va neanche vicino eh.
E regge il confronto con l’ultima serialità prodotta e in parte diretta da Guy Ritchie, ovvero Mobland? Mi sa nemmeno.
Meglio non farsi altre domande va.

Perché seguire Young Sherlock: è una serie ricca nei mezzi, piena di spunti, e con uno stile accattivante.
Perché mollare Young Sherlock: se siete anche solo vagamente puristi di Sherlock Holmes, questa serie toglie parecchio all’originale, senza aggiungere nulla di particolarmente incisivo.



CORRELATI