14 Maggio 2026

Legends su Netflix – Una spy story vera, in salsa inglese di Diego Castelli

Una storia realmente accaduta, raccontata con il rigore, il realismo, e pure un po’ dell’umorismo British

Pilot

Qualcuno l’ha subito paragonata a Narcos, perché racconta una storia vera legata al mondo della droga, e perché siamo su Netflix. Anche se forse, a ben guardare, si potrebbe avvicinarla pure a Slow Horses, perché è impregnata di inglesità e perché mette in scena la missione impossibile di un gruppo di agenti teoricamente scalcagnati, con poche risorse e poche speranze.

O forse Legends, miniserie creata da Neil Forsyth, merita di veder riconosciuta una sua propria anima. Non perché sia lo show più originale del mondo (non lo è), ma perché sceglie una storia già inverosimile, anche se realmente accaduta (per sommi capi, almeno), e le dà una sobria eleganza e una solidità narrativa che spesso riconosciamo più facilmente proprio nei prodotti d’oltremanica.

Siamo a cavallo fra anni Ottanta e Novanta, in un’Inghilterra in cui il lungo governo di Margareth Thatcher sta arrivando alla fine della sua corsa, e in cui la capa del governo ha bisogno di un nemico contro cui combattere, per distogliere l’attenzione del grande pubblico da altri scricchiolii meno risolvibili della nazione (nota a margine: tutto il mondo è paese, e tutte le epoche della politica sono uguali).

Allora si decide che sarà la lotta alla droga la battaglia principale da combattere, sul campo e in televisione, e per vincere la sfida ci si affida a… 4-5 agenti della dogana malmessi e male armati.
E qui però finisce l’opportunismo politico e inizia la lealtà verso la patria: selezionati e rapidamente formati dal veterano Don (Steve Coogan), i pochi agenti chiamati a combattere enormi organizzazioni criminali devono costruirsi delle identità fittizie (le “leggende” del titolo) e infiltrarsi fra i ranghi dei cattivi per bloccare il flusso di droga verso il Regno Unito.

Ce la faranno? Sì, perché questa è una storia vera e bisogna già sapere che è finita bene. Ma questo non significa che non possiamo essere interessati a sapere “come” fa a finire bene, e se finisce bene “per tutti” o meno.

Per certi versi, Legends è un’anti-americanata, dove il termine dispregiativo indica una certa iperbole narrativa e dialogica, ma anche una riconoscibile pulizia e definizione ambientale di certe serie e film statunitensi, che danno l’impressione di svolgersi in mondi di sogno dove i pavimenti sono sempre puliti e le pistole sempre cariche.

L’anima inglese di Legends, invece, sta proprio nel suo mostrare la povertà di certe ambientazioni (una povertà che però serve a definire il perimetro di difficoltà in cui si muovono i protagonisti), una sceneggiatura fatta soprattutto di dialoghi e poca azione, un umorismo molto british fatto di sarcasmo e minimizzazione dei problemi, che non arriva mai a rendere la serie “comica”, ma permette a certi personaggi di raccontare non tanto il loro fregarsene dei pericoli, quanto la loro abitudine a trovare strategie psicologiche per affrontarli senza impazzire.

Legends è un crime e una spy story, e molta della tensione narrativa viene dal semplicissimo desiderio di vedere come i protagonisti riusciranno a uscire da situazioni sempre più spinose.
È una serie che sa costruire la tensione con pochi semplici tratti, giocando sull’ignoranza dei cattivi e la consapevolezza che, se quell’ignoranza finisse, finirebbe anche la vita dei buoni, e la cosa può avvenire in ogni momento.

Allo stesso tempo, Legends spende parecchio tempo a raccontare la vita degli infiltrati e i compromessi a cui un lavoro del genere li costringe. Questo elemento riguarda soprattutto un personaggio, che pur all’interno di un cast corale possiamo considerare il protagonista della storia, ovvero Guy, interpreto da Tom Burke.

Guy ha moglie e figlia, ma anche una vita da impiegato doganale che non gli regala alcuna soddisfazione. Entrare nella squadra di Don è un modo per dare una svolta alla propria esistenza, per sentire di contare qualcosa, ma quando ti infili in una situazione così pericolosa, interpretando un personaggio la cui credibilità è l’unico scudo fra te e la morte, quell’identità fittizia comincia a filtrare anche nella tua vita privata, rischiando di distruggerla.
Legends, dunque, è anche il racconto di come un gruppo di pochi e modesti impiegati può tenere testa a gang criminali molto più grosse e articolate, pagando il prezzo dell’annullamento della propria vita, in nome di una lealtà e di un senso civico che non è posseduto nemmeno da chi gli ha commissionato il lavoro (e questa rivendicazione del valore delle persone vere rispetto ai politici maneggioni è uno dei messaggi più espliciti e orgogliosi della miniserie).

Nel complesso, Legends funziona, e trova i suoi maggiori pregi e difetti nella sua inglesità: se non vi piacciono le tipice esagerazioni a stelle e strisce, Legends vi apparirà asciutta, concreta, realistica, emotivamente molto carica, senza perdere nulla in pura suspense.

Allo stesso tempo, sconta anche certi limiti produttivi inevitabili (le scene d’azione sono veramente niente di che), e in realtà mostra anche qualche piccolo squilibrio suo personale: l’attenzione sopracitata per il personaggio di Guy rende lui un ottimo protagonista, sviluppato a 360 gradi, ma lascia meno spazio ai suoi colleghi, che sono sì ben caratterizzati, ma con cui si fa fatica ad andare a fondo, anche perché stiamo parlando di sole sei puntate complessive.

In generale, comunque, Legends punta molto sul suo valore storico: la relativa povertà di alcuni suoi elementi è in realtà un punto di forza per raccontare un’impresa epica, poche persone con pochi mezzi capaci di mettere in scacco giganti della criminalità. Quindi non solo una serie solida e interessante, ma pure furba.

Perché seguire Legends: per la capacità di unire ricostruzione storica, suspense da thriller vero, e acuta descrizione di una professione difficile.
Perché mollare Legends: non ha la bruta forza spettacolare dei migliori thriller-action a stelle e strisce (ammesso che vi interessi).



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